L’ultimo, il primo

Antonio Moresco



Con questo numero 10 termina la pubblicazione della nostra rivista su carta Il primo amore.
Il primo numero è uscito nell’aprile del 2007. Da allora, con cadenze irregolari, sono usciti gli altri numeri di questa rivista anomala e prefigurativa. “Giornale di sconfinamento”, come è scritto in copertina.
Questa chiusura in realtà non è una chiusura ma una metamorfosi già inscritta nel Dna della rivista stessa e di ciò che si proponeva nascendo.
E’ possibile la metamorfosi? Gli antichi credevano di sì, come testimoniano le loro narrazioni sacre e profane e i loro poemi. Oggi questa potenza sembra venire esclusa dall’orizzonte della vita umana. Ma, se la metamorfosi non è possibile, allora siamo tutti perduti.

Il nostro titolo

Il nostro titolo, Il primo amore, viene da una poesia di Leopardi e sta a indicare il nostro bisogno di guardare il mondo non solo in modo speculare e mentale ma anche sentimentale, precognitivo e insurrezionale. Così scrive Leopardi nelle Memorie del primo amore, che accompagnano l’irruzione di questa sua inaspettata esperienza amorosa:

Del resto tanto è lungi ch’io mi vergogni della mia passione, che anzi sino al punto ch’ella nacque, sempre me ne sono compiaciuto meco stesso, e me ne compiaccio, rallegrandomi di sentire qualcheduno di quegli affetti senza i quali non si può essere grande, e di sapermi affliggere vivamente per altro che per cose appartenenti al corpo, e d’essermi per prova chiarito che il cuor mio è soprammodo tenero e sensitivo, e forse una volta mi farà fare e scrivere qualche cosa che la memoria n’abbia a durare, o almeno la mia coscienza a goderne, molto più che l’animo mio era ne’ passati giorni, come ho detto, disdegnosissimo delle cose basse, e vago di piaceri tra delicatissimi e sublimi, ignoti ai più degli uomini.


Ecco, è per questa possibilità di trascendenza che ci siamo incontrati e abbiamo messo al mondo questa rivista. E’ con questi occhi irradianti che bisogna essere in grado di guardare il mondo.

La nostra stretta strada

Il primo numero della rivista si intitola La rigenerazione, ed è proprio questa potenzialità metamorfica che abbiamo voluto evocare e dissotterrare fin dall’inizio del nostro cammino.
Al termine dell’editoriale di questo numero si legge:

Di cosa dovrebbe parlare una rivista nata in questi anni, in una situazione simile? Di competenze specialistiche, estetiche, letterarie? (…) Nel Novecento le riviste che sono nate via via, promosse da scrittori, poeti, intellettuali, pensatori, artisti, si muovevano nel gioco delle cosiddette poetiche oppure cercavano interazioni con le strutture politiche di intervento. I loro promotori potevano ancora aggrapparsi a qualcuna delle cosiddette utopie e nutrire o fingere di nutrire l’illusione che fosse sufficiente il loro “impegno” per uno spostamento della vita umana all’interno delle strutture sociali e politiche. Vedevano gli uomini attraverso la loro dimensione di volta in volta sociale, artistica, culturale. Per questo sceglievano per le loro riviste titoli che erano all’interno di questo tipo di lettura della vita e del mondo. Era tutto un fiorire di aggettivi come “nuovo”, “moderno”, ecc. Oppure si richiamavano agli spazi e alle pratiche di lavoro e di trasformazione e distribuzione della propria epoca: “laboratorio”, “officina”, “magazzino”…
Noi abbiamo pensato di chiamare la nostra rivista, leopardianamente, Il primo amore, perché, nella condizione in cui siamo, bisogna attingere anche ad altre forze e ad altre possibilità ancora e sempre latenti dentro di noi, per riuscire a pensare e a immaginare e a sognare qualcosa che abbia la radicalità sentimentale, emotiva e mentale necessaria per tentare di muovere uno spazio immobilizzato. Perché ormai il primo amore è diventato l’ultimo amore, il primo e l’ultimo amore sono diventati l’unica possibilità, una cosa sola.
(…) Nel corso del tempo e della loro breve vita di specie gli uomini, nelle situazioni bloccate, hanno sempre cercato di creare movimento nello spazio e nel tempo, anche attraverso invenzioni artistiche, di pensiero, di ingegneria e prefigurazione sociale. Ma tutto questo era sempre inscritto in un gioco che non poteva spostare in modo profondo la nostra situazione di specie. Non la sposterebbe tanto più oggi. Al punto in cui siamo persino una rivoluzione non basterebbe, non sarebbe ancora nulla, non sposterebbe nulla, perché sarebbe ancora e sempre giocata dentro le stesse possibilità date e le stesse strutture, creerebbe solo spostamenti interni dentro la stessa immobilità. Ci vorrebbe, ci vuole un movimento di natura ancora impensata, che possa attraversare da parte a parte non solo le strutture politiche residuali, culturali, economiche, religiose immerse nel loro sonno di morte, ma anche i corpi, le menti. Perché anche pensare non basta più. Abbiamo bisogno dell’impensato, dell’inconcepito. Ci vuole qualcosa di infinitamente più profondo di una rivoluzione, ci vuole una rigenerazione.


I nostri numeri

I titoli degli altri numeri sono:
Il dolore animale, dove si parla del dolore degli animali e di quello degli uomini.
Il vitello d’oro, dove si parla della resa al vitello d’oro che contraddistingue la nostra epoca e che sembra ne sia diventata la sua unica dimensione e il suo solo orizzonte.
La fabbrica della cattiveria, dove si parla di ciò che è diventata l’Italia di questi anni.
Che fare?, dove si avanzano delle proposte asimmetriche e rigeneranti.
Il miracolo, il mistero, l’autorità, dove si parla del Grande Inquisitore di Dostoevskij e di ciò che imprigiona i nostri corpi e le nostre menti.
Tribù d’Italia, che contiene il resoconto completo degli interventi che ci sono stati durante l’incontro tribale che si è tenuto a Castiglioncello nel 17 ottobre del 2009, tra persone e organizzazioni che hanno voluto sedersi insieme a noi attorno allo stesso fuoco.
Le opere di genio, dove si dissotterra un’altra parola-tabù e si parla di questa possibilità che sembra venire negata dalla nostra epoca.
L’adorazione, dove si mostra che non esiste solo il movimento orizzontale della separazione e della produzione esponenziale di antinomie ma anche quello fusionale ed elettivo dell’adorazione.
Questo ultimo numero si intitola L’ultimo, il primo, perché sarà l’ultimo, perché sarà il primo.

I nostri autori

Nei 10 numeri della rivista sono apparsi scritti di componenti della redazione (Andrea Amerio, Sergio Baratto, Carla Benedetti, Gabriella Fuschini, Serena Gaudino, Giovanni Giovannetti, Teo Lorini, Antonio Moresco, Sergio Nelli, Marco Rossari, Anna Ruchat, Tiziano Scarpa, Andrea Tarabbia, Dario Voltolini) e altri scritti, conversazioni e interventi di:

Manuela Ardingo, Franco Arminio, Marco Baliani, Gianni Barbacetto, Michele Barbolini, Silvio Bernelli, Louis-Auguste Blanqui, Luigi Blasucci, Giuseppe Bogliani, Alessandra Bonetti, Ivan Bonfanti, Romolo Bugaro, Irene Campari, Simone Cattaneo, Louis Ferdinand Céline, Alessandro Ceni, Gianni D’Elia, Franco D’Intino, Paolo Di Stefano, Luca Doninelli, Fëdor M. Dostoevskij, Laura Eduati, Valerio Evangelisti, Elvio Fachinelli, Giorgio Falco, Ivano Ferrari, Rainer Maria Fassbinder, Gigi Gherzi, Elio Grasso, Mariangela Gualtieri, Cristina Gucciarelli, Maurizio Guerri, Jacopo Guerriero, Elfride Jelinek, Tomaso Kemeny, Serge Latouche, Jean-Paul Manganaro, Giampiero Marano, Mariella Mehr, Lea Melandri, Roberto Michilli, Giulio Mozzi, Francesco Niccolini, Federico Nobili, Kenzaburo Oe, Maria Pace Ottieri, Massimo Paganelli, Piersandro Pallavicini, Vincenzo Pardini, Massimiliano Parente, Carlo Piazza, Paola Quadrelli, Sabrina Ragucci, Andrea Raos, Maria Raselli, Laura Russo, Roberta Salardi, Laura Santoni, Alessandra Saugo Sassolino, Roberto Scarpa, Giovanni Spadaccini, Maurizio Stella, Lara Terzoli, Pietro Vecchio, Elio Veltri, Francesco Venturi, Ornela Vorpsi.

Le nostre azioni

Come abbiamo dichiarato fin dal primo numero, non ci siamo voluti limitare alla sola enunciazione intellettuale e culturale dei mali che ci imprigionano, stando dentro questo sicuro e piccolo cerchio di buone intenzioni sbandierate e di sola testimonianza mentale, ma abbiamo cercato di operare sconfinamenti e di rendere dicibili e visibili queste tensioni anche attraverso l’azione e il sogno.
Così siamo scesi direttamente sul terreno inclinato dell’azione, altra parola-tabù esorcizzata con mille argomentazioni paralizzanti dalle élite intellettuali di questi anni.
Ciò ha prodotto un contraccolpo anche all’interno della redazione della nostra rivista. Alcuni hanno vissuto in prima persona la necessità di questo passaggio e di questa metamorfosi, altri no. Così, in assoluta amicizia, se ne sono andati.
Le nostre azioni sono state queste:
La convocazione e l’incontro delle Tribù d’Italia.
I comizi. Abbiamo cioè portato in alcune piazze e altri luoghi, nella forma militante del comizio, le parole di alcuni autori amati (Dostoevskij, Simone Weil, Blanqui, Leopardi…), per mostrare con questo piccolo spostamento di comunicazione e di segno quanto le loro parole abbiano ancora molto da dire anche oggi, una volta sottratte all’insiemismo separato della “letteratura” e della “storia della letteratura”, come siano in grado anche oggi di creare perturbamento e sollevazione.
I cammini: Il primo nel 2011 da Milano a Napoli Scampia, denominato Cammina Cammina, per ricucire l’Italia con i nostri passi, per comunicare che proprio quando tutto sembra bloccato è il momento di riprendere il movimento, non solo in senso simbolico e metaforico ma spostando attraverso il tempo e lo spazio i nostri corpi e le nostre menti.
Il secondo nel 2012, una rete di cammini in cinque bracci denominato Stella d’Italia. 4000 chilometri percorsi da un migliaio di camminatori che sono partiti dai diversi punti cardinali del nostro Paese (Messina-Reggio Calabria, Venezia, Genova, Santa Maria di Leuca, Roma) e che sono confluiti dopo quasi due mesi nella città de L’Aquila, eletta a capitale sentimentale e a cuore terremotato del nostro paese. A questa piccola impresa -cui ha dato il suo sostegno il Presidente della Repubblica- hanno partecipato e aderito in varie forme associazioni di camminatori, altre che operano nel campo sociale, della lotta alla criminalità organizzata, della difesa del territorio, della cultura, festival letterari, università, Regioni, Comuni attraversati e ospitanti, l’organizzazione che raggruppa i comuni italiani (Anci), il Cai che ci ha fornito le guide, ecc…
Il terzo, che avverrà in questo 2013 e che sarà denominato Freccia d’Europa, sarà un cammino dall’Italia (Mantova) a Strasburgo, sede del Parlamento Europeo, per dire che quella che vogliamo è un’altra Europa, non quella di adesso, schiacciata solo sulla dimensione economica e finanziaria, sulla sua nuova tirannide e su questo unico orizzonte visto come insuperabile, che espropria i suoi cittadini di ogni possibilità di comprensione, di partecipazione attiva e di trascendenza. Ma un’Europa crogiolo di prefigurazione e invenzione nel mondo interconnesso di questi anni nevralgici, più vicina a quella immaginata e sognata dai suoi fondatori alla fine di due devastanti guerre mondiali sorte sul suo territorio. E questo tanto più oggi, in questo momento in cui stiamo andando a toccare i limiti stessi della nostra sopravvivenza di specie su questo pianeta.

Il missile

Un missile è composto di più parti e più stadi, perché deve superare la tremenda forza di gravità che tenderebbe a non farlo staccare da terra, e poi i vari strati dell’atmosfera prima di poter viaggiare attraverso lo spazio. C’è un primo stadio carico di carburante, poi un secondo più agile, poi un terzo, costituito in genere da una capsula spaziale. Noi adesso ci stiamo lasciando alle spalle lo strumento ormai obsoleto della rivista, che ha svolto la sua funzione di primo stadio propulsivo del missile e che adesso si stacca.
Che cosa diventeremo?
Abbiamo rinnovato e rilanciato il nostro sito in rete. Abbiamo lanciato una nuova collana di piccoli e agili libri, i Fiammiferi del Primo amore. D’ora in poi la redazione della rivista si trasformerà nel gruppo redazionale che darà vita a questi Fiammiferi e ne deciderà i temi e le uscite.
Poi, l’anno prossimo, abbiamo intenzione di organizzare un altro cammino -africano, questa volta- che si concluderà di fronte ai resti dei primi esseri della nostra specie che si sono alzati per la prima volta su due sole zampe e hanno iniziato la loro migrazione e il loro cammino di specie.
In questo momento ci sembra giusto e gravido di significato ripartire dal punto dove si è cominciato. Perché siamo gli ultimi, perché siamo i primi.

Il colombo

Sempre nell’editoriale del primo numero ho raccontato il mio incontro con un colombo intento a compiere un gesto che mi ha sbalordito. In piedi vicino a un altro colombo morto disteso su un marciapiede, continuava a muovere la testa e il becco come per beccare, anche se sul marciapiede non c’erano briciole, non c’era niente. Come se intendesse, con questo gesto, rendere omaggio al compagno morto che non lo poteva più compiere. E concludevo così: Mi sono fermato a guardarlo con commozione. Uno stupido, fastidioso colombo, di quelli che ci intralciano mentre attraversiamo le piazze e che ci scagazzano sui davanzali, era capace, nella sua testolina, nei suoi pochi grammi di cervello, di concepire un gesto di tale sconcertante grandezza. Non solo i visus, i batteri, non solo i topi, gli insetti… ci sopravviveranno anche i colombi, anche quel colombo, quel giovane, cavalleresco colombo che ha preso sopra di sé tutto il dolore e l’onore della propria specie. La morte dell’uomo è irrilevante quando è irrilevante la sua vita, quando la sua vita è già tutta dentro la morte.

Il cavallo

Termino questo editoriale raccontando un altro incontro appena avvenuto. Ieri notte, mentre camminavo da solo in un luogo fuori dal mondo dove mi ritiro ogni tanto per scrivere Gli increati, ho fatto un altro incontro.
Più che un incontro, è stata un’apparizione.
Era tutto buio e deserto, il piccolo spiazzo deserto sotto una chiesina chiusa che stavo attraversando era avvolto in una grossa nuvola fatta riverberare dalla luce di un solo lampione.
D’un tratto, ma proprio all’ultimo momento e quando ero ormai vicinissimo, ho indovinato in mezzo a quella nebbia di luce i contorni di una grande figura immobile e silenziosa: era un cavallo, libero e senza sella, immobile, nero.
Gli sono passato a fianco in silenzio. L’ho quasi sfiorato, perché si era posto in un punto che divideva in due lo stretto passaggio. Non si è mosso di un millimetro, non ha mosso un muscolo, non ha battuto la zampa, non ha nitrito. Non un soffio dalle narici, non un fremito in quel grande corpo immobile e silenzioso, lucido per l’umidità della nuvola in cui anche lui era immerso. Però, a un certo punto, ha ruotato in silenzio la testa verso di me, per guardarmi passare.
Ho continuato a camminare lungo una stradina buia e in discesa. Ma quando sono tornato indietro, circa venti minuti dopo, il cavallo era ancora là, sempre immobile nello stesso identico punto, che mi aspettava.
Ha girato ancora una volta la testa per vedermi passare. Mi ha continuato a guardare in silenzio, mentre eravamo tutti e due dentro la stessa nuvola rifrangente, e poi mentre imboccavo una stradina buia sotto una volta di pietra e camminavo verso la mia tana per passarci la notte.
Nelle favole le apparizioni hanno sempre un significato.
Che cosa significherà questa apparizione?

Commiato

Dopo questo numero non troverete più Il primo amore in libreria. Ma, chi lo vorrà, potrà ordinarne uno o anche tutti i dieci numeri, magari con uno sconto di collezione, e allora - se avrà tempo e voglia di leggerli uno dopo l’altro - potrà rendersi conto di quale cosa fuori dal coro e inattuale sia stata questa rivista in questi anni.
La sua redazione ha pensato i titoli e gli argomenti dei vari numeri incontrandosi una volta al mese in forma del tutto volontaria, alcuni venendo anche da città lontane e persino da fuori Italia, ci sono state riunioni appassionate e accanite discussioni e anche inevitabili incomprensioni, delusioni e persino lacerazioni.
D’ora in poi anche ognuno di quelli che hanno messo al mondo questa rivista subirà una metamorfosi, diventerà un’altra cosa.
Anch’io diventerò un’altra cosa.
Anche questo editoriale che sto finendo di scrivere sarà l’ultimo. L’ultimo, il primo. _








pubblicato da ilprimoamore nella rubrica annunci il 25 gennaio 2013