La velocità del buio

Piersandro Pallavicini



Giorgio Fontana ha 30 anni, ha pubblicato romanzi con Mondadori e Marsilio, e un reportage sulla Milano multietnica con Terre di Mezzo. Inoltre scrive per il Sole 24 Ore, Wired.it, Il Manifesto, e ha un suo sito internet (www.giorgiofontana.it) dove quotidianamente ragiona, commenta, elabora, scrivendo su Milano, sull’Italia, su quel che gira nel mondo, che sia la rete o la solida terra. Ragiona, commenta, elabora: non sono parole spese a caso. Giorgio Fontana non è uno scrittore prestato al gioco della chiosa fighetta su FaceBook, non è un raccoglitore di aneddotica immaginifica da lasciar cadere con falsa nonchalance nella rete, non è un cacciatore di bon mot, non è un flâneur dell’informazione. Giorgio è un solido, autentico, giovane intellettuale. Sento il bisogno di premetterlo, perchè è una persona così che ha scritto La Velocità del Buio (Zona Editore, 170 pagine, 15 euro), un saggio sull’Italia degli ultimi venticinque anni, quella di Berlusconi.

Per una serie di accadimenti che non sfigurerebbe in un classico di Piero Chiara mi è capitato, per anni, e fino a poche settimane fa, di essere socio del Rotary Club. Il mio club, intendo la mia sezione, era il “Vigevano-Mortara”, che raccoglie la crème economica di quelle due cittadine lombarde:
dunque industriali, imprenditori, professionisti, medici, agricoltori, commercianti. Questa è la selezione che forma il gruppo di un’ottantina di soci di cui facevo parte anch’io. Non dico che fossero settantanove berlusconiani contro un antiberlusconiano, ma quasi. Ebbene, di fronte allo sbalordimento compatto e sincero dei rotariani (“ma come puoi essere contro Berlusconi, ma che fa di male?”) ho presto rinunciato a discutere del cotè politico, delle scelte economiche, della legislazione: argomenti troppo complessi, intrinsecamente fumosi, su cui sarebbe stata necessaria una conoscenza tecnica e legislativa approfondita, mia e loro, per entrare davvero nel merito. In quelle discussioni conviviali mi sono allora attestato su una cosa, di cui ero e sono perfettamente convinto: la nocività del signor B. risiede principalmente nel suo essere un role model. Un role model nero, naturalmente, cioè opaco, insomma un risucchiatore di buone qualità e di valori.
Mi spiego. Gli italiani hanno sempre avuto la sotterranea tendenza a passare per le scorciatorie, a eludere leggi e regole, a sorridere dell’onestà e della rettitudine, a trovar scuse, a disprezzare il ragionamento alto a favore della furbata meschina, a farsi beffe della cultura, dell’arte, della lettura, a pensare lo Stato non come il nostro esistere tutti insieme ma come un’entità statutariamente contro il proprio personale interesse. Ma questo sentire, questo comportarsi restavano appunto sotterranei, indicibili, forse li si praticava o si desiderava praticarli ma ce ne si vergognava, certamente non ce ne si vantava, non se ne faceva la propria bandiera, il proprio scoperto stile di vita. Berlusconi, l’uomo più di successo nell’Italia degli ultimi 30 anni, il nostro Presidente del Consiglio, ha sdoganato esattamente tutto questo: con il proprio esempio, con le proprie reiterate parole, con i propri insistiti e compiaciuti comportamenti. Insomma con la propria vita, autentico role model opaco, buco nero dei buoni valori, rovinando così l’anima di una moltitudine, di almeno tre generazioni, rovinando a ben vedere lo spirito di un’intera nazione. E guadagnandosi, dunque, il mio disprezzo più profondo, il mio incancellabile odio.

Ma queste mie considerazioni, con i soci rotariani, si fermavano lì: raccoglievano le mie sensazioni, le mie osservazioni, i miei processi induttivi da scrittore con una modesta passione per la sociologia. In una parola, non avevo supporti ed elaborazione sufficienti ad esprimere altro che una mera opinione. Ebbene, posso dire che ne La Velocità del Buio questa è una delle tesi, una delle idee principali, qualcosa cioè che viene pensato e dimostrato sulla base di 170 referenze per oltre una cinquantina di libri letti e chiamati in causa dall’autore, cui si aggiungono articoli su quotidiani e riviste. Leggerlo, è stato un satori. E peccato non essere più socio del Rotary. Avrei potuto consigliare il libro di Giorgio, o perfino portarlo come ospite e oratore per una cena conviviale. La scientifica, disarmante chiarezza del suo ragionare avrebbe potuto far breccia persino nei più anziani e tetragoni soci.

Perché, come si diceva, Giorgio è un giovane intellettuale, che attacca l’argomento con le armi della filosofia analitica. Dunque con metodo, rigore, scientificità, lasciando da parte il più possibile il sentimento - e cioè il rancore, l’odio, il disprezzo - e andando a caccia delle fonti, dei dati veri, dell’origine delle cose per esprimere anche il concetto più semplice, intuitivo.
Provo a usare un esempio: la prima parte del libro è dedicata alla non-esistenza di un “dna” italiano, nell’ottica della tesi che se un’italianità genetica non c’è, non si può nemmeno assumere l’atteggiamento fatalista che recita “è inutile combattere il berlusconismo, perché tanto siamo fatti così, e non cambieremo mai.” Tuttavia, Fontana arriva a dire che esistono dei comportamenti italiani medi, consolidati e negativi (quelli che elencavo nel paragrafo precedente, per esempio). Allora di questi comportamenti si può parlare, queste abitudini sì, si può chiamarle “carattere italiano”, ma attenzione a non confonderle con qualcosa di genetico e definitivo, dunque immutabile.
Ora, tutto questo poteva essere riassunto e sovrasemplificato, poteva essere detto in un paio di pagine, e si poteva farlo richiamando concetti come media, statistica e conseguente alta probabilità che un italiano si comporti in un certo modo anziché in un altro, risolvendo il nodo dell’italianità intrinseca con un’alzata di spalle, un paragrafo sprezzante, un paio di sarcasmi… Invece ci sono decine di pagine di fatti, scritti, dati, citazioni e ragionamenti per dimostrarlo.
Mi sono spiegato? Ecco cosa è ammirevole: non dare nulla per scontato, bandire l’approssimazione, la leggerezza. Ogni cosa deve essere chiara, sviscerata, appunto scientificamente dimostrata. Solo così, costruito un solido gradino, si può fare il passo successivo sulla scala del ragionamento.
In una parola, io questa la chiamo onestà intellettuale.

A favore di questa continua applicazione della sobrietà e dell’onestà intellettuale gioca l’età di Giorgio. Avere trent’anni significa, come sottolinea lo stesso autore, dedicandovi parecchie pagine, appartenere a una generazione nata e cresciuta dentro allo sfascio di cui il libro tratta. Una generazione che non è abituata ad altro che al gioco al ribasso nella cultura e nell’etica, che dunque è scevra da nostalgie di tempi dorati, che dunque non ha padri nobili, e che dunque ancora non ha la supponenza irritante - intollerante e intollerabile - di chi di questi padri nobili si pensa erede e infuso per osmosi della medesima nobiltà intellettuale. Grazie alla giovane età, e alla tabula rasa dentro cui Fontana si muove, la lunga parte centrale del libro - quella propriamente dedicata a Berlusconi e berlusconismo - si trasforma in un’attenta antologia di fatti e di altrui pareri (libri, articoli, interventi), su cui l’autore sviluppa i propri ragionamenti. Paradossalmente, sta in questo usare e ragionare con modestia su ragionamenti altrui uno degli altri grandi pregi de La velocità del buio. E cioè non ci sono illuminazioni, tesi rivoluzionarie, novità di cronaca o folgoranti elaborazioni:
perché, come inevitabile, tutto è già stato visto, detto, raccontato da giornalisti, scrittori, sociologi, filosofi. La novità, il pregio, sta nel rimboccarsi le maniche e infilare le mani fino ai gomiti in questo magma spesso irritante e disgustoso, mantenendo stomaco, cuore e cervello ben saldi, e nel mettere ordine nei pensieri, trarre conclusioni logiche, condurre ragionamenti inoppugnabili. E si consoli chi, con in mano un libro come questo, non intenda accontentarsi di un onesto e ordinato ragionare: perché un’idea rivoluzionaria alla fine c’è. Riguarda il come uscire dal berlusconismo, e l’idea è questa, semplice e disarmante: resistere. Cioè non smettere di ragionare, non smettere di analizzare, non smettere di credere nel valore della cultura e dell’intelligenza. E vivere rettamente, fare bene il proprio lavoro. Come recitavano gli home-boy di qualche anno fa, fare bene la tua cosa. E con questo far bene, con la propria vita retta, essere centro d’irradiazione di buoni valori. Essere dei role model locali, questa volta luminosi e positivi, in un processo rizomatico della diffusione del bene.

Per finire, questo.
Ho presentato Giorgio Fontana e il suo libro a Pavia, pochi giorni prima di scrivere quanto state leggendo. Alla fine della presentazione, cercando di concludere con qualcosa di frizzante, mi è saltato in mente di fare un paragone con C.S.I. Ma sì, la serie televisiva. Avete presente quando Grissom, sulla scena del crimine, spruzza una misteriosa sostanza e poi, accendendo una lampada speciale e guardando attraverso uno schermo colorato, individua, luminosa, una costellazione di macchie di sangue? Ecco, ho detto al pubblico della presentazione, La velocità del buio fa così del berlusconismo che è in noi. Leggiamo questo libro e anche se crediamo di essere al cento per cento contro la lettura farà brillare di luce fluorescente zone berlusconizzate della nostra anima. Perché nessuno sfugge. Perché tutti, in questo bombardamento pluridecennale, siamo stati in piccola o grande parte contaminati. E La velocità del buio ci aiuterà ad accorgercene.
Mentre lo dicevo me ne sono reso conto con sgomento: eccola proprio qui, una macchia di berlusconismo sulla mia anima che pensavo immacolata. Sto usando l’aneddotica, la cultura bassa. Sto usando la televisione. Proprio ora. Come se dopo un’ora di franca discussione su politica, società, cultura e intellettuali avessi bisogno di prendere chissà quale boccata d’aria. Non fresca, ma stantia.








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 8 giugno 2011