"Cammina cammina": appunti volanti

Antonio Moresco



Prima tappa. Arrivo dopo la mezzanotte, con Gabriella, al convento di monache dove i camminatori stanno dormendo nei loro letti a castello.
Emozione nell’indovinare al buio tutti quei corpi sconosciuti che dormono, confluiti lì solo per avere letto da qualche parte le motivazioni di questa iniziativa e averci creduto.
Colazione preparata dalle monache, nel refettorio. Partiamo in molti, tra i trenta e i quaranta, arrivano anche tre persone appartenenti al Club Alpino Italiano, che ci danno informazioni interessanti sui luoghi che attraversiamo e che ci accompagnano per un lungo tratto di strada. Ci salutiamo a Camaiore. Proseguiamo verso Lucca. A un certo punto dobbiamo attraversare una zona dove il sentiero scompare, e si deve per di più camminare costeggiando un buco. Graffiature a gambe e braccia scoperte.
Gabriella finisce dentro il buco con tutta la gamba e Giovanni la tira fuori.
Proprio negli stessi momenti Andrea Amerio telefona a Tiziano e gli chiede di che cosa abbiamo bisogno. "Di un machete!" risponde Tiziano.
Quando ne usciamo, dopo essere risaliti per un ultimo tratto trasformato in discarica, ci troviamo di fronte agli occhi -in questo piccolo posto di tre case che sembra fuori dal mondo- un monumento a Giorgio Gaber. L’unico che esista in Italia, probabilmente.
Qualche chilometro prima di Lucca scoppia un violento temporale. Camminiamo sotto una pioggia fittissima, tra tuoni e fulmini. All’arrivo, nell’ostello di Lucca, ci togliamo i vestiti fradici. Ci sono in giro, nelle camerate coi letti a castello, vestiti e biancheria stesi dappertutto, calzini bagnati, scarpe fradice imbottite con fogli di giornale appallottolati per tentare di asciugarle almeno un po’ prima della nuova tappa. Ci sono all’ostello molti nuovi partecipanti, venuti da varie parti e città d’Italia.
Riconosco anche alcuni che avevano già fatto altre tappe, che erano dovuti ritornare per lavoro ai loro luoghi di provenienza ma che adesso sono di nuovo qui. Ci si saluta, ci si abbraccia. C’è Roberta. C’è Jonny. C’è Dario Rossi. C’è Luca Cristiano con una sua amica di Viterbo. C’è Andrea Amerio con la sua fidanzata, che si faranno tre tappe. C’è anche Carla Benedetti, con un amico di Cosenza. Molti altri. E’ il 2 giugno, festa della Repubblica.
Siccome siamo in tanti e non ci si conosce, prima di andare a mangiare ci raduniamo in una stanza grande, seduti in circolo, e ci si presenta dicendo i nostri nomi. Molti aggiungono spontaneamente le ragioni per cui sono venuti. Io sono in pigiama, perché mi ero tolto i vestiti fradici e non avevo calzoni e camicie di ricambio, per cui, a maggior ragione, non ci penso nemmeno lontanamente a fare il discorso altisonante che forse qualcuno si aspettava da me. Accenno solo all’idea della nuova e più grande pazzia della Stella d’Italia, da fare l’anno prossimo. Dopo il braccio dalla Sicilia, per cui si sono già offerti Fabio e Fabiola, ci sono tra noi alcuni simpatici e coraggiosi torinesi che si dicono pronti a organizzare il braccio dal Piemonte. Mancano ancora i due bracci dal Veneto e dalla Puglia, ma finora tutte le cose sono successe così, naturalmente, con leggerezza e con un concorso di tante persone sconosciute le une alle altre fino a un momento prima e che poi si sono incontrare mosse solo da un’idea o da un’illusione comune. E allora chissà che non saltino fuori anche gli ultimi due bracci!

Seconda tappa. Siamo ancora di più, una cinquantina. La tappa è più breve delle altre. Quello che si vede è molto bello. Si parla e si scherza durante il cammino. Con Luca Cristiano si scherza su quel romanzo di Stephen King, dove i marciatori vengono eliminati uno dopo l’altro a colpi di pistola se non riescono a tenere il passo.
Passiamo la notte in una palestra che ci ha offerto gentilmente e gratuitamente il comune di Altopascio. Mettiamo materassini e strisce di gomma per terra e ci sistemiamo, con gli zaini vicini. Siamo in molti, ma ci sono solo due gabinetti, alla turca, e di notte non c’è la luce. Qualcuno ha delle piccole pile e si vedono queste lucine muoversi qua e là. Si vedono ogni tanto passare nella palestra, tra i canestri e le casse piene di palloni, donne e ragazze che hanno fatto la doccia negli spogliatoi, con accappatoi sintetici e asciugamani legati al corpo e i capelli bagnati. C’è anche Beatrice, che è ritornata con il simpatico e generoso Maurizio. Andrea dice che durante la notte sono entrate due lucciole. Tutti accettano i disagi con semplicità, allegria e spirito d’avventura. Nessuno si lamenta, nessuno fa pesare agli altri i propri disagi. E’ una vera scuola. Accidenti, se la vita fosse sempre così! Alla mattina alle sei rompo i coglioni a tutti perché avevo puntato la sveglia a quell’ora, prima di addormentarmi. La sveglia suona a lungo. Io sono così stanco che non la sento nemmeno. Una mano femminile, dopo avere attraversato l’enorme palestra, pietosamente la spegne. Ma questo l’ho saputo dopo. Io non mi accorgo di niente. Quando, un quarto d’ora, dopo mi sveglio e guardo l’ora, mi dico: "Oh, cazzo, non ha suonato la sveglia! Si sarà rotta! Dovrò comprarne una nuova!"

Terza tappa. Quando partiamo, dopo avere caricato in due macchine gli zaini più grandi, perché erano così tanti che in una sola non ci sarebbero stati, siamo una sessantina. E’ arrivata anche Serena Gaudino e poi un gruppo di ragazze e ragazzi di Pisa. Andrea mi dice che molti di loro sono dei matematici. C’è anche un ragazzo tedesco che parla benissimo l’italiano.
Come sempre, le ragazze e le donne sono numerosissime, forti e tranquille nella fatica. Lungo la strada, Pier Giulio, di Massa, mi dice che gli è venuto in mente questo slogan per la nostra lunghissima camminata: "Lazzaro, alzati e cammina cammina!"
Attraversando un bosco, dove ci sono anche cavalli e puledri, incrociamo una ragazza che sta camminando da Roma, da sola, per segnare meglio strade e sentieri della Francigena, che in molti punti è segnata male o non è segnata del tutto. E’ lei il folletto che lascia segni nei boschi!
Sosta in un piccolo paese per un panino. A Fucecchio passiamo proprio di fronte alla casa di Sergio Nelli, che ci ospita per un po’ nell’orto, dove molti si rinfrescano con la canna. Nonostante i suoi problemi di cuore, Sergio fa con noi gli ultimi chilometri e arriva fino a San Miniato.
Camminiamo lungo argini di fiumi e in campagna, attraverso zone transennate e sopra un meraviglioso cretto che sembra fatto da Burri e che risuona sotto i nostri piedi senza spezzarsi. Lungo la strada, in un bosco da cui affiorano le pietre dell’antica via Francigena, incontriamo una talpina morta che sembra imbalsamata, con le sue manine rosa ancora nell’atto di scavare. E poi un tasso davvero imbalsamato, orribilmente posto in cima al reticolato di una casa. Camminiamo a passo sostenuto e con poche e brevi soste, per arrivare alla meta entro le quattro del pomeriggio, perché le previsioni del tempo danno, per le cinque, pioggia e grandine.
Il momento dei saluti è sempre un piccolo strazio.
Ritorno col treno fino a Pietrasanta, dove Gabriella ha parcheggiato la macchina con cui siamo venuti. Ci sono anche Carla e il suo amico di Cosenza, che si fermano a Pisa, Dario e Pier Giulio che si fermano a Massa.
Questa mattina mi succede come dopo gli altri blocchi di tappe che ho fatto.
Sono qui, ma la mia testa è là. Guardo, dopo tre giorni, un giornale e vedo che è indicata pioggia proprio nella parte d’Italia dove ci sono i camminatori, e così sto in pena, più che se fossi là sotto la pioggia.
Lavorerò per cinque o sei giorni, a tappe forzate, sulle bozze degli Esordi e poi - dopo avere votato al referendum - tornerò a camminare.








pubblicato da a.moresco nella rubrica cammina cammina il 6 giugno 2011