Eran trecento...

Leonardo Guzzo



Il capitano dai capelli d’oro chiuse gli occhi. Non capì nemmeno se l’avesse colpito la falce di un contadino che gli era piombato addosso o la pistola che lui stesso si teneva puntata sul cuore, in un attimo di disperazione. Sentì un dolore bruciante, l’ondata del sangue che scorreva e poi più niente.
L’impresa di Carlo Pisacane finì così, in un angusto vallone alle spalle della collina di Sanza, tutto al contrario di com’era cominciata appena cinque giorni prima, con una sfolgorante visione di mare aperto. Il giovane Pisacane, già cadetto alla Nunziatella e ufficiale dell’esercito borbonico, era sbarcato a Sapri, sulla costa del Cilento, la sera del 28 giugno 1857. Con un sogno e dentro a quello un altro sogno ancora. Patriota di orientamento mazziniano, voleva liberare con le armi il Regno delle Due Sicilie e consegnarlo a un’Italia indipendente e repubblicana; contemporaneamente vagheggiava un “nuovo ordine”, fondato sull’equità e la giustizia sociale. Il Cilento gli sembrava la rampa di lancio ideale per la sua impresa: un lembo di terra dimenticata e oppressa nel cuore del regno borbonico, un territorio perfetto per combattere alla macchia e raccogliere forze in attesa dello scontro in campo aperto. Proprio il Cilento, unica tra tutte le province del regno, aveva osato ribellarsi al potere dei Borboni negli anni bui della Restaurazione. Il mito di quella ribellione alimentava il fervore dei patrioti campani e anche Pisacane ne conosceva la storia. Quello che invece non sapeva era quanto ancora fosse vivo nei Cilentani il ricordo della feroce repressione scatenata all’indomani dei moti dal generale borbonico Del Carretto, e quanto restasse, malgrado tutto, profonda l’indolenza degli abitanti della “terra dei tristi”. La stessa indolenza per la quale a Giacchino Murat, sovrano riformatore venuto a esaudire un desiderio qualunque dei suoi sudditi, avevano chiesto semplicemente di ascoltare la fanfarra. “E accontentateli, ‘sti bifolchi!”, pare avesse risposto Murat, col sollievo e la sicurezza di tutti i re che per secoli avevano distribuito ingiustizie senza temere sovversioni.
Di tutto questo Pisacane aveva un’idea vaga. Era convinto che in Cilento ci fosse abbastanza combustibile di rivolta: bastava solo portare il fuoco e accendere la miccia. Per farlo Pisacane si era impadronito del Cagliari, un piroscafo della compagnia Rubattino, e aveva fatto rotta su Ponza svuotando dai detenuti, prigionieri politici o semplici reietti, le patrie galere. Si era formato così un esercito raccogliticcio di idealisti e predoni, ferventi patrioti e criminali comuni conquistati alla causa italiana dalla prospettiva di fare bottino: in tutto circa trecento uomini , alla testa dei quali Pisacane sbarcò il 28 giugno poco fuori dalla baia di Sapri, deciso a risalire la Campania fino a Napoli. Lo sbarco fu una prova incoraggiante di tecnica militare: il presidio delle “guardie urbane” fu aggirato e preso alle spalle, senza colpo ferire i patrioti entrarono in paese. Tutto filò liscio, troppo liscio…
A Sapri Pisacane si aspettava di trovare armi e rinforzi procurati dai patrioti locali e invece c’era il deserto. La popolazione, messa in allarme per l’arrivo di un’orda di briganti e nemici del re, si era rintanata in casa o ritirata verso l’interno. Pisacane si sgolò a ripetere la parola d’ordine per i rivoltosi: alle finestre, dietro le imposte serrate, si accesero lumi ma nessuno rispose. Alla fine il capitano si ritrovò solo, come al solito, di nuovo prigioniero della solitudine che lo accompagnava da tutta una vita. Da quando era fuggito da Napoli per le sue opinioni politiche poco ortodosse e una non proprio edificante storia di corna. Insieme all’amante Enrichetta Di Lorenzo, amica d’infanzia e moglie di un cafone arricchito della borghesia napoletana, aveva girato mezza Europa. Aveva cercato rifugio in Toscana e ne era stato scacciato dalla polizia, avvertita da una lettera personale del re di Napoli, aveva scelto l’esilio a Londra e a Parigi, passando dalla freddezza dei fuoriusciti italiani, che lo sospettavano di spionaggio, all’angustia delle galere francesi. Aveva contribuito alla causa italiana nel 1848-49, prima a Milano a fianco di Cattaneo e poi a Roma, in difesa della Repubblica. Qui si era guadagnato la fama di attaccabrighe, condottiero brillante eppure spigoloso, per via dei continui litigi con lo stato maggiore repubblicano. Mazzini, il ministro della guerra Avezzana, lo stesso Garibaldi. Fino a restare isolato e bandito, voce clamante nel deserto, nemico dei moderati e grande eretico della famiglia mazziniana. E tale rimaneva anche adesso, boicottato dai compagni del comitato rivoluzionario di Napoli, abbandonato al suo destino nel bel mezzo dell’impresa.
Dove aveva sbagliato? Al calare della notte, per le strade di Sapri, Pisacane si diede a riconsiderare la sua strategia. Forse non aveva torto Mazzini a diffidare del meridione come base di una possibile riscossa nazionale. Il popolo del Cilento gli appariva all’improvviso rozzo e disorganizzato, privo di slanci e di capi. Le società segrete non avevano ramificazioni sul territorio; i grandi proprietari terrieri, borghesi o aristocratici, non erano disposti ad assecondare una rivolta che avrebbe intaccato le stesse fondamenta del loro potere. E lui era solo, di nuovo.
Cercò un buon motivo, uno solo, per non rinunciare. Lo trovò. Decise di proseguire. Da Mazzini aveva imparato, se non il credo, almeno l’ostinazione, la tragica, epica vocazione al martirio. Le popolazioni dell’interno si sarebbero mostrate più collaborative, i rinforzi sarebbero venuti strada facendo; e se non fossero venuti, avrebbe fatto con quello che la sorte gli mandava. Da solo, come sempre.
Alle prime luci dell’alba i trecento giunsero in vista di Torraca, un borgo di contadini sulle colline a ridosso di Sapri. Il paese era in fermento: si svolgeva la processione dei santi Pietro e Paolo e il vescovo in persona officiava le celebrazioni. Alla notizia dell’arrivo dei ribelli, la folla corse a rifugiarsi nella chiesa parrocchiale e lì rimase, rifiutando ogni assistenza alla spedizione.
Pisacane fu costretto nuovamente a rimandare l’appuntamento coi viveri e i rinforzi.
Vagò a lume di naso tra i paesi dell’entroterra assistendo ogni volta alla stessa scena: i signorotti locali imponevano il coprifuoco e i patrioti attraversavano centri silenziosi e spettrali, come se un’epidemia improvvisa ne avesse cancellato la popolazione. A Casalbuono le teste calde della pattuglia, quelle che ancora non si erano date alla macchia, assaltarono un forno e razziarono alcune abitazioni private. Ormai stremati, i patrioti accennavano a cambiare tattica: provavano a prendersi con la forza quello che la gente del posto gli negava. Uno dei suoi violentò una donna e Pisacane lo fece giustiziare seduta stante, cercando di mantenere una disciplina sempre più precaria. Ma il peggio doveva ancora venire.
Per quanto disordinata e irregolare, l’avanzata dei rivoltosi procedeva senza grandi intoppi. La terra si apriva come burro al loro passaggio e loro finivano risucchiati verso l’interno. Più tardavano a trovare aiuti e più s’addentravano nel territorio cilentano, lungo un percorso che sceglievano solo in apparenza. Tutto lasciava pensare che fosse una tattica: l’esercito borbonico, sceso in gran fretta da Napoli, li aspettava al varco.
Lo scontro decisivo si svolse a Padula e apparve segnato fin da subito.
Seicento uomini della guardia urbana e un reparto dell’esercito borbonico, altri seicento soldati armati di tutto punto, avevano circondato i rivoltosi. La sproporzione tra le forze in campo non lasciava speranze e Pisacane era tutto fuorché un generale di guerriglia. Non aveva l’esperienza militare e le sette vite di Garibaldi, la sfacciata buona sorte degli uomini scelti dal destino.
Cercò la tattica vincente tra le memorie dei suoi trascorsi militari: la guerra in Algeria con la Legione Straniera, la lotta contro gli Austriaci in Lombardia, le grandi manovre pensate per la difesa della Repubblica Romana e rimaste inattuate. Niente faceva all’occorrenza.
Tentò comunque di forzare il blocco degli avversari, poi ripiegò su un’azione di resistenza. L’artiglieria borbonica tuonò senza scampo. Più di cinquanta rivoltosi rimasero sul terreno: gli altri, col loro capo, tentarono la fuga attraverso la piana della Certosa e le colline retrostanti, finché non vennero nuovamente intercettati a Sanza. L’ultima volta.
Un battaglione della guardia urbana era schierato in posizione di sparo e una torma di contadini si aggirava tutto intorno. Pisacane s’era cacciato in un vicolo cieco: scivolava sul fianco della collina e aveva il vuoto alle spalle. Una carica disperata era l’unica azione possibile. Un attacco assurdo, per difendersi. Scattò risalendo il pendio, senza pensare, lungo la linea di fuoco del sottocapo Sabino Laveglia. Vide il colpo partire e ne seguì la traiettoria dall’inizio alla fine. Udì il sibilo vicino alla spalla. Troppo vicino.
Sentiva dolore, adesso. Guardò la ferita, il fiotto rosso che gli imbrattava la camicia. Avrebbe potuto resistere: già una volta era sopravvissuto alle pugnalate di un marito geloso e sulle Alpi, contro gli Austriaci, aveva vinto una battaglia con un braccio spappolato. Ma stavolta non serviva. Tutto, a parte la vita, era già perduto. Il capitano dai capelli d’oro voltò le spalle alla torma dei contadini all’assalto e rivolse la pistola contro di sé. Chiuse gli occhi e non volle sapere come moriva. Per mano di un contadino o di se stesso, in fondo non faceva differenza.
“L’Italia trionferà quando il contadino cambierà volontariamente la marra col fucile”, aveva scritto; e in questa scommessa aveva investito tutto il suo credito di uomo politico e condottiero. “Se non riesco, disprezzo profondamente l’uomo ignobile e volgare che mi condannerà. Se riesco, apprezzerò assai poco i suoi applausi. Nel fondo della mia coscienza troverò ogni ricompensa”. E, per converso, ogni castigo.
In fondo al vallone di Sanza, mentre i suoi beneficiati lo tradivano, Pisacane non riusciva a odiare davvero nessuno. Chi lo colpiva era solo il riflesso di qualcosa che rodeva dall’interno. La falce del contadino come un artiglio della sua coscienza infelice. Sipario calato sul sogno di scuotere l’ordine sociale e fare l’Italia dal basso.
Dopo l’infausta conclusione, e la coda di un processo in cui i sopravvissuti non brillarono per coraggio e coerenza, l’oblio sarebbe sceso rapidamente sulla “spedizione dei trecento”. A tramandarne il ricordo fu un giovane e quasi sconosciuto poeta marchigiano: Luigi Mercantini. La sua Spigolatrice di Sapri, romantica celebrazione della vicenda, entrò per direttissima nell’armamentario retorico risorgimentale, dando lustro al luogo e all’impresa, e ovviamente al suo condottiero. Pisacane fu iscritto nella schiera degli eroi sfortunati, i martiri gloriosi della lotta per l’unità. Non più di un simbolo, un’essenza incorporea.
La spedizione dei trecento non lasciò tracce tangibili nel Cilento e nel regno borbonico. Sguardi benevoli vi lessero un’anticipazione dell’impresa dei mille; altri, più maliziosi, ne fecero l’esempio del fallimento di un’intera linea politica. Neanche da morto la fortuna arrise a Pisacane: i suoi saggi politici non ebbero il successo che meritavano; l’eredità dell’eroe napoletano, gelosamente custodita dalla compagna Enrichetta, venne di fatto ignorata dai protagonisti della vita nazionale dopo l’unità.
Eppure Carlo Pisacane fu un pensatore di livello europeo, forse perfino “la mente più avanzata dell’Ottocento italiano”, secondo la definizione di Giovanni Spadolini. Il suo “socialismo volontaristico”, basato sull’iniziativa consapevole e l’educazione alla responsabilità delle masse piuttosto che sul cieco determinismo della storia, suscitò l’interesse di Lenin. Il suo “socialismo del popolo” (antitesi del socialismo classista di Marx) metteva il dito nella piaga più dolorosa del Risorgimento: l’assenza di una guerra di popolo, l’emarginazione delle masse dalla vita collettiva, il taglio elitario della lotta per l’indipendenza.
Pisacane aveva scoperto e rimarcava la dimensione sociale del Risorgimento. Non un semplice accessorio, ma l’autentico motore di un processo unitario forte e condiviso. “Chi può affermare che le sorti del contadino e del popolo, quando si verificheranno i propositi dei nostri patrioti, subiranno un tale cambiamento da meritare le pene e i sacrifici necessari? Il socialismo, o, se vogliamo usare un’altra parola, una completa riforma degli ordini sociali, è l’unico mezzo che potrà sospingere il contadino a combattere”. Si tratta, nei termini di un pensatore dell’Ottocento, di un chiaro riferimento al tema della coesione sociale come nerbo e garanzia dell’unità nazionale. Ed è insieme un richiamo a evitare il rischio più insidioso per una nazione: lo scollamento tra il “Paese reale” e il “Paese legale”, tra la comunità e le sue istituzioni. Una frattura che ha purtroppo segnato tutta la storia d’Italia, dai tempi della “piemontizzazione” a quelli più recenti della crisi della Prima Repubblica; una ferita che il sacrificio della Grande Guerra, la catarsi della Resistenza e, da ultimo, la grande coalizione delle forze costituzionali contro l’emergenza del terrorismo e della criminalità organizzata sono riuscite solo in parte a rimarginare. Nella lucida visione di una società fondata sulla giustizia e l’inclusione, sulla coscienza civile e la partecipazione responsabile dei cittadini, risiede probabilmente il contributo più duraturo di Pisacane alla causa nazionale. La sfida che il suo intuito politico e il suo generoso sacrificio trasmettono all’Italia del futuro.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica condividere il rischio il 6 giugno 2011