Amori al singolare

Teo Lorini



"Con Nina non c’entra il fatto di uscire o stare in casa, andare in giro in macchina o cenare a lume di candela. Alla fine non cambia niente. Il concetto è quello di stare insieme. E noi non stiamo insieme."

Da pochi giorni è nelle librerie Amori al singolare. Riporto qui di seguito la quarta di copertina, firmata da Matteo B. Bianchi:

A volte i risultati migliori si ottengono per contrasto. La regola funziona anche per l’atteso esordio di Teo Lorini. I suoi Amori al singolare hanno due forme, differenti e complementari. Nella prima parte, composta da narrazioni brevi, l’autore racconta storie che riescono a farci sorridere anche quando sono di una malinconia che sfiora lo struggente. Ne è esempio il testo d’apertura: un elenco dettagliato e implacabile di rifiuti amorosi, una serie di quadretti sentimentali nei quali Lorini è in grado di tracciare la personalità dell’amata di turno e la goffaggine costante del protagonista in poche, efficacissime righe. Quasi un’epopea del fallimento in forma di sgargianti polaroid. Questa conta agrodolce di innamoramenti non corrisposti sembra suggerire la cifra di lettura della prima parte del libro, dove le piccole tragedie della vita sembrano sempre conservare un retrogusto dolcemente spiritoso:
uno zio favoloso e sbruffone in grado di trascinare i nipoti in avventure improbabili quanto irresistibili, matrimoni da favola in scenari esotici che finiscono per far emergere meschinità tutte occidentali... Teo Lorini è in grado di restituirci brandelli di realtà con un candore e una partecipazione ammirevoli.
La seconda parte del libro, composta da un singolo racconto più corposo, offre invece uno scarto narrativo: il ritratto di un gruppo di amici che la giovinezza unisce e l’età adulta pone su posizioni diverse e incompatibili. Una meditazione sulla perdita dell’innocenza e sul dolore di diventare grandi, nella quale i protagonisti sono chiamati a fare i conti con le proprie debolezze e la propria vergogna senza possibili mediazioni. E al termine della lettura è proprio l’accostamento, tra l’iniziale ironia e l’asprezza finale, a rendere questo libro profondo e ricco di sfumature. Dietro l’espediente di questi amori declinati al singolare non è difficile intravedere dunque una forma misericordiosa di plurale nella quale ognuno di noi ha motivi per immedesimarsi e riflettere..

Ecco ora una pagina di questo libro:

"Per anni l’arrivo in Italia e di conseguenza nella mia famiglia dello zio John sono rimasti avvolti in una cortina di mistero. Il tema veniva evitato con gli stessi eleganti glissando che le famiglie "perbene" riservano agli affaires imbarazzanti dei loro congiunti. Al primo accenno della questione mio papà si produceva in una combinazione di mormorii vaghi e colpetti di tosse. Mi piaceva questa reticenza di mio papà, mi sembrava che desse a tutta la famiglia un tono misterioso e illustre. mi immaginavo che succedesse anche nelle stirpi nobili. Quando dovevo accompagnare mia mamma dal parrucchiere, cercavo apposta gli scandali reali su Novella 2000. Le soddisfazioni più grandi me le davano sempre i Savoia. Leggevo la storia dell’argentino che aveva sposato Maria Beatrice (morto durante una stravaganza sessuale fra maschietti un po’ sfuggita di mano), poi mi immaginavo qualche giovane savoia, con la ’erre’ nobilmente blesa, che domandava a tavola: «Dov’è spavito lo zio Luis? Eva così allegvo!»
Nella mia fantasia, il patriarca della casata borbottava e tossiva proprio come il mio papà.

Lo zio John – per la verità – non si era mai prodotto in exploit simili. eppure nella mia famiglia rimaneva una figura evanescente. Di lui ricordavo poche apparizioni, fugaci ma indimenticabili.
Come la volta che si era presentato al funerale di una sorella del nonno con un lama tibetano al seguito perché, diceva, lui era certo che una donna tanto spirituale avrebbe voluto una cantillazione buddista con accompagnamento di tamburelli, e a seguire s’era opposto con ogni forza alla sepoltura, al punto di trattenere gli addetti delle pompe funebri. Lui, diceva, era per una bella cremazione. Cento, mille volte più appropriata, diceva. Noi fratelli avevamo quattro e sei anni e ci siamo schierati subito con lo zio, prendendo a calci non solo i becchini ma anche mio papà che tentava di trattenerci...
Oppure certe deliziose improvvisate all’una di notte («Ciaoooo!! ma che dormivi? e pure i bambini? che stelline, cariiiii!! siamo quiii! sì, a Verona! È appena finita l’opera: preparate una pasta, che arriviamo con qualche amico»). Volendo dirla proprio tutta, la mente – sempre che di mente si possa parlare – dietro a queste piacevoli sorpresine era quella della zia Catina. Maria Caterina Lombardi, sorella di mio padre e compagna di vita dello zio John.
Di regola, prima che arrivasse a casa la comitiva degli ospiti, io e mio fratello venivamo convocati per una raccomandazione importantissima.
Tossicchiando come un treno a vapore che si avvia, papà ci avvertiva di non fare nessun riferimento al fatto che zio John avesse la pelle di un altro colore. Sulle prime quest’ammonizione mi stupiva: se non me l’avesse fatto notare, credo che non ci avrei minimamente pensato. Quando però, passati anche i quattordici anni, la raccomandazione continuava a ripetersi, ho cominciato a sospettare che sotto ci fosse qualcos’altro."

Amori al singolare, Effigie, pp. 104, euro 12








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 5 giugno 2011