Tracciare una piccola mappa di rivelazioni

Maria Pace Ottieri



Forse gli organizzatori di questo coraggioso viaggio da Milano a Napoli a piedi, non sapevano che la posa della prima pietra della prima autostrada italiana che collega appunto Milano a Napoli risale al 19 maggio del 1956, un giorno prima (di 45 anni fa) della data di partenza di Cammina Cammina. È una curiosa coincidenza perché quella che si attraversa è l’Italia che l’A1 ha tagliato via come un implacabile coltello, colline, valli, paesi che da allora hanno cominciato a morire d’abbandono.

Da quando sono bambina, dopo aver vomitato l’anima sul Passo della Cisa, vedo scorrere ai finestrini delle macchine, nel viaggio da Milano a Lerici, quei monti irsuti e un po’ cupi dell’Appennino, la fitta peluria verde delle selve, i rari paesi di poche case, le chiazze di calvizie verde più chiaro dei pascoli, prima o poi ho sempre pensato voglio attraversarli, vedere chi ci vive, chi si incontra, come sono fatti i prati, che cosa nascondono i boschi, chissà che distese di fragole, mirtilli, lamponi si scoprono acquattate nelle radure tra gli alberi fitti e che nessuno coglie (ho sempre avuto, forte, il senso dello spreco) in che animali ci si imbatte, che versi si sentono. E capire da dove vengono quei gruppi misteriosi di donne che compaiono improvvise ai bordi dell’autostrada, "le pazze" nel lessico famigliare, per quel loro modo sfrenato di agitare le mani per attirare la scarsa attenzione degli automobilisti, accampate sotto ombrelloni casalinghi segnalati da decine di sacchetti di plastica, senza che si veda l’ombra di un paese vicino.

Si inerpicano lungo le pareti scoscese che fiancheggiano l’autostrada con i loro panieri pieni di caciotte e cestini di funghi, ma da dove? Per qualche anno sono scomparse, si diceva che i loro formaggi fossero intrisi di brucellosi, fabbricati in cantine affumicate, in barba ad ogni diktat dei controlli sanitari, poi sono tornate, donne dalle facce arrossate, color cuoio, con grembiuli e vestiti a fiori, capaci di resistere per ore sotto il sole nero riverberato dall’asfalto. Ci voleva un’occasione per tuffarsi dietro le quinte, percorrere con i propri passi quello che poteva restare per sempre solo visto, o intravisto alla velocità di un’automobile.

Oggi, con le gambe dure come tronchi, le anche che sento sganciate, per conto loro, ho la soddisfazione di aver esaudito questo desiderio, di sapere che cosa c’è in quei luoghi, di averne calpestato i sentieri, le mulattiere, le vie naturali scavate dal passaggio.

Più di otto ore di cammino da Cassio al Passo della Cisa il primo giorno e nove il giorno dopo dal Passo della Cisa a Pontremoli, a una velocità media di tre chilometri all’ora calibrati sui passi più o meno lunghi di tutti noi, una trentina di persone con andature e resistenze diverse, che non si sono mai viste prima dell’imbocco del sentiero e imparano a conoscersi col corpo, condividendo prima di ogni altra un’esperienza fisica, quasi intima.
Respiriamo la stessa aria tersa e incoraggiante del primo mattino, lucidata la notte da una violenta pioggia, lasciamo correre lo sguardo dalla cresta del monte sulle onde di verde del paesaggio, fitte, scure, a perdita d’occhio, ci vediamo sudare, faticare, avere fame e sete, sparire dietro i cespugli. Nei tratti più distesi ci si chiede da dove vieni? cosa fai?, come hai saputo della camminata? e si comincia come nel gioco di carte ad appaiare le amiche, i gruppi, le coppie e ad osservare le nuove combinazioni che nascono lungo il percorso. E’ l’andatura a stabilire le alleanze temporanee, lo stesso passo, ci si prende e ci si lascia continuamente, basta chinarsi ad allacciarsi la scarpa o a cogliere un fiore e i compagni che ti ritrovi accanto sono diversi. Mi chino appunto a cogliere le foglie dell’aglio orsino e me ne riempio lo zaino. Avevo dietro delle amiche complici ma sono andate avanti e ora quelli che mi raggiungono nella fila indiana che segue si stanno chiedendo ignari da dove vengano in mezzo al bosco le pungenti zaffate d’aglio così vicine?
C’è chi sente nell’aria anche l’odore del mare che pure è ancora lontano, un profumo immaginario provocato forse dal desiderio di toccar mare dopo ore immersi in una terra in cui non si vede la minima traccia di presenza umana, d’insediamenti, nè di lavoro.

L’immaginazione cammina sempre con te, ti senti un pellegrino medioevale capace di qualunque fatica, scruti la natura per capire di che cosa potresti nutrirti, cicoria, trifoglio, ciliege, more di gelso, asparagi selvatici, castagne.
Proprio da questi sentieri passavano i librai pontremolesi con le gerle piene di Guerin Meschino, I Tre moschettieri, le Tragedie del Manzoni, l’Orlando Furioso e la Gerusalemme liberata e di almanacchi, lunari, libri di preghiere. E gli Orsanti, costretti ad andarsene dall’Appennino parmense, a emigrare in tutto il mondo con un mestiere singolare, quello di girovaghi commedianti che esibivano orsi, scimmie, cammelli nelle fiere.
Il secondo giorno, dal passo della Cisa a Pontremoli, è un saliscendi di cui non si vede la fine, quante volte di fronte a una discesa ci siamo detti è l’ultima per poi ritrovarci ad arrancare su una ripida salita e di nuovo raggiunta la cresta del monte si è rivelata solo una costa ma non il vero crinale, segnalato finalmente dai piloni che sostengono i cavi dell’alta tensione e che ti accompagnano per un bel tratto con il loro sinistro crepitio.

Ma il paesaggio stavolta è punteggiato di paesi, miniature di paesi, tutti fioriti di rigogliosi cespugli di rose e piante grasse dai fiori viola. Compaiono i muretti a secco della Liguria, anche se geograficamente si è nella provincia di Massa e Carrara, minuscole piazze, case di pietra dalle finestre strettissime per proteggersi dal freddo e dalla neve, dove vivono solo vecchi soli, uno per casa, e nelle aie si abbronzano al sole come corpi morti le figlie venute dalle città a marcar visita.

Sono paesi senza palazzetti dello sport, villette a schiera, bar, negozi, immersi in un silenzio profumato, rotto dal fruscio dell’acqua freddisima di ruscelli e fontane, bordati di orti, piccoli vigneti, ulivi, dai nomi misteriosi Topelecca, Groppadalosio, Previdè, i cui abitanti parlano con un accento ibrido, tra il ligure e l’emiliano.

Quante decine di borghi abbandonati ci sono in Italia, con case che si potrebbero restaurare offrendo lavoro a chi poi le andrà ad abitare, campi che si potrebbero coltivare, mestieri artigiani che si potrebbero reinsegnare?
A Riace e Caulonia, due piccoli comuni calabresi, lo hanno fatto, dai primi anni Novanta ospitano duecento rifugiati politici che hanno rilanciato l’economia, ma l’esempio sembra destinato a restare un felice azzardo del sindaco Domenico Lucano e non un modello di accoglienza e distribuzione di nuovi ingressi tra le varie regioni.

È vero che gli immigrati, nella quasi totalità molto giovani, non vengono certo per essere confinati nel paesino morente ma se mai per gettarsi nelle luci delle città. Ma è anche più vero che chi arriva chiede prima di tutto un’accoglienza dignitosa, la possibilità di un lavoro e di portare al più presto la famiglia. E non sono isolati e lontani dai centri urbani i grossi centri di accoglienza per rifugiati politici come S. Anna di Crotone o Castelnuovo di Porto a Roma dove vengono stipate fino a mille persone?

Pensieri peregrini, da camminata, mossi da spirito combinatorio. Ecco che siamo arrivati al bellissimo ponte ad arco sul Magra, sottile come una riga visto da lontano. Da ore manca un’oretta e mezza alla meta a sentire gli abitanti. Arrivati al Passo della Crocetta si è davvero al culmine della montagna e la comparsa di croci numerate di una secentesca Via Crucis ci conferma che arrivati alla numero uno saremo finalmente a valle. Ci siamo nel frattempo dimezzati. Un gruppo ha scelto di raggiungere Pontremoli per la strada asfaltata, alcuni sono molto affaticati e non ce la farebbero per la Francigena, lunga uguale e anche più assolata, ma costante. Arriviamo insieme direttamente in città per ritrovarci in uno sparuto gruppo al Caffè degli Svizzeri, aperto a metà dell’Ottocento dai fratelli Aichta, grigionesi emigrati in Italia e poi passato alla famiglia Stickl.

Per molti è la fine di una breve avventura, per altri una di molte tappe, per un nucleo di irriducibili la decima tappa del viaggio, che prospettiva diversa! Ogni volta che percorro la striscia dell’Italia interna penso che nei luoghi la loro integrità è stata preservata dall’abbandono, oggi mi chiedo che cosa invece abbia preservato quella delle persone che si sono unite al viaggio e che nelle differenze sono state spinte da un intento comune: tracciare una piccola mappa di rivelazioni di luoghi e di persone, sperare di conoscere e riconoscere un’Italia che conserva una dignità, una personalità, un’attenzione.








pubblicato da ilprimoamore nella rubrica cammina cammina il 4 giugno 2011