"Cammina cammina": rapido resoconto

Antonio Moresco



Venerdì 27 maggio. Da Fornovo a Cassio

Ci si trova alla sette e mezza del mattino di fronte alla stazioncina di Fornovo.
Arrivano persone nuove, facce mai viste prima. Saluto una signora formidabile e generosa che ha fatto già diverse tappe con noi e che deve ritornare a casa. È lei che a Pavia ci ha regalato le bandiere con su stampato "Cammina Cammina" e, in mezzo, nella parte bianca, il disegnino pellerossa delle Tribù d’Italia. Io l’abbraccio per il piacere di rivederla, ma non capisco subito che se ne sta andando. Quando me lo dicono siamo già in cammino.
Avrei voluto salutarla meglio, abbracciarla più forte. Lo faccio adesso.
Arriva da Bologna il mio amico Jonny Costantino con Federica, una ragazza che non conoscevo. Delicata e fine di aspetto, ma che ha camminato con leggerezza per tre dure tappe. Un uomo che viene avanti con qualche difficoltà e che tiene in mano un paio di racchette. Un altro con una bella faccia rapace, i capelli lunghi e gli occhi allungati, un romano che vive a Bologna e che va per lavoro in Armenia e in Giorgia. Rivedo le due coraggiose ragazze che sono con noi da molte tappe, che ci hanno dato un grande aiuto e un esempio. Una delle due continua a camminare sulle mulattiere, con il suo zaino, anche quando zoppica per il male all’anca. La sua e la loro presenza è stata fondamentale, ci hanno fatto da guida e hanno anche cucinato per tutti in enormi pentoloni, nell’ex seminario di Berceto dove abbiamo passato una notte. I nomi che ricordo: Roberta, Fabiola, bolognese che vive a Roma e che lavora alle Ferrovie (prima capotreno e poi macchinista), molto abbronzata per tutto il sole preso lungo il cammino, la nostra roccia. La rivedremo a Roma, dove si ricongiungerà alla carovana. Ricordo anche questi nomi: Giulia, Erica, che si presenta all’ostello di Cassio, una ex casa cantoniera dove passiamo la notte alla fine della prima tappa. È una ragazza graziosa e minuta, dall’aria fragile e con un pesante zaino sulle spalle. Lavora al Museo di Storia Naturale di Milano, se ricordo bene e se ho sentito bene, perché sto diventando sordo e non mi va di farmi ripetere ogni volta le cose. Ha chiesto le ferie e si farà tutte le tappe, fino a Napoli. Ha un aspetto così giovane che mi viene il dubbio che sia minorenne, ma lei mi dice che ha 26 anni.
Tutte queste cose, naturalmente, non le so subito, ma a poco a poco, quando ci si trova a camminare per un po’ vicino ad altri camminatori lungo i sentieri, perché camminando insieme le barriere cadono e si raccontano anche cose personali a uomini e donne sconosciuti fino a un momento prima, e allora ci si ricorda in modo indelebile delle persone con cui abbiamo condiviso questa strana e un po’ azzardata avventura.
Siamo in sedici. Quasi tutti emiliani, Bologna in testa, un simpatico e intelligente salernitano che vive a Imola e che ci raggiunge un po’ dopo che siamo partiti. Si sale, si cammina un po’ ai bordi delle piccole strade e poi si entra nei sentieri. Si saccheggiano le piante di ciliegie incontrate lungo il cammino. Ci si ferma ogni tanto per toglierci scarpe e calze. Facciamo una sosta più lunga a ora di pranzo, in una trattoria che c’è in uno spiazzo, dove ci cucinano un primo e dove beviamo un po’ di vino rosso per corroborarci. La seconda parte della tappa è più dura. Si sale molto in mezzo ai boschi. Sentieri ripidi, in salita e in discesa, sassi e pietre. Il tempo diventa nero, sembra che debba diluviare da un momento all’altro e invece ci arrivano solo piccole gocce nebulizzate e nient’altro, perché il vento è così forte che trascina via tutta la massa di nubi nere. Ogni tanto, quando si aprono i fitti boschi di pini e abeti dentro cui camminiamo e che ondeggiano forte per il vento, appaiono paesaggi vertiginosi. Sui crinali scoperti bisogna mettersi le giacche a vento.
Arrivo all’ostello da Cassio con forti fitte al ginocchio. Ci dividiamo i posti nelle stanze e nelle camerate. Molti fanno le docce, lavano e cercano di asciugare le magliette fradice di sudore, ma il sole non c’è e il vento fa volare via gli indumenti. Si va a cenare in un bar-trattoria lì vicino, un primo e un po’ di salumi e formaggio, vino. A un certo punto appare Maria Pace Ottieri con tre sue amiche, che faranno due tappe con noi. E’ bello quando le cose succedono così, e ti appare davanti improvvisamente qualcuno che ti ha raggiunto in un posto che sembra fuori dal mondo. Oltre alla simpatia personale, mi fa anche piacere che ci sia Maria Pace per un’altra ragione:
perché aumenta un po’ il numero degli scrittori, che finora sembrano far fatica a saltare il fosso e a unirsi a questa inconsueta impresa, a differenza di tante altre persone per le quali tra il dire e il fare non c’è evidentemente di mezzo il mare.
Siamo stanchi morti ma, di ritorno dalla cena, diversi di noi si fermano in una stanza a pianterreno dell’ostello, stappiamo due o tre bottiglie che troviamo in mezzo al tavolo, e che amiamo pensare qualcuno abbiamo messo lì per noi, anche se forse non è così. Si parla di tante cose, del significato di questa impresa, dell’altra che vogliamo fare tra un anno, e che abbiamo chiamato Stella d’Italia. Fabiola fa dei rilievi critici sulle nostre attuali carenze, che sono molto utili e di cui terremo conto per cercare di migliorarci. Forse sarà lei, assieme a Fabio, amico di Jonny, che si occuperanno di organizzare l’anno prossimo i camminatori che saliranno dalla Sicilia, se mai riusciremo a dare vita a questa nuova e ancora più difficile impresa: quella di spostare e fare incontrare l’Italia non solo dal nord al sud ma anche dal sud al nord e dall’est all’ovest e dall’ovest all’est, di realizzare questo movimento generale e questo abbraccio.
Si va a letto tardi. Prima di dormire mi spalmo un bel po’ di pomata di arnica sul ginocchio, che mi ha dato Giovanni. Metto la veglia alle sei.
L’aria è limpida e fresca, perché ha piovuto durante la notte. Davanti all’ostello, prima di partire la mattina dopo siamo in una decina più di ieri, in ventisei, tutta gente sbucata come dal nulla, donne alte con zaini e racchette, uomini in calzoni corti e scarponi, tutte persone nuove da conoscere lungo la strada perché, come mi dice una di queste con cui scambio due parole lungo il cammino (che si chiama addirittura, se ho capito bene, Beatrice) "quando si cammina insieme si è tutti uguali".
Spunta anche Erica, giovanissima, sorridente, minuta: la nostra Mignon.

Sabato 28 maggio. Da Cassio al Passo della Cisa

Da Cassio al Passo della Cisa. Tappa straordinariamente panoramica, meno dura della seconda parte di quella di ieri, ma ugualmente impegnativa. Quasi tutta attraverso sentieri che attraversano boschi e sbucano in radure da cui si vedono panorami di monti ricoperti di boschi a perdita d’occhio. Ogni tanto bisogna passare sotto fili spinati o scavalcare piccole scale di legno poste a sbarramento, come nei percorsi di guerra. Il nostro Michele, laziale, che deve avere problemi di deambulazione ma che ha voluto esserci lo stesso, avanza piano piano ma irresistibilmente sulle sue racchette. Lo aspettiamo, ogni tanto, riprende a camminare senza scoraggiarsi, fino in fondo.
A metà strada, a Berceto, c’è un litigio tra Tiziano e Giovanni. Ci resto male. Ma poi vedo che parlano tra di loro camminando un po’ più avanti degli altri, abbracciati, e che cercano di intendersi meglio per il futuro.
Arriviamo al Passo della Cisa, sbucando da sentieri panoramici sui fianchi delle montagne. Io ho due ginocchia che mi fanno male al posto di una, però ce la faccio ad arrivare alla fine. Mi sparo una birra al bar della Cisa. Jonny me ne offre anche un po’ della sua, Federica lo stesso.
Ritorniamo a Berceto perché è li che dormiremo, in un ex seminario e spazio per esercizi spirituali, in camerate e celle con letti sovrapposti, coi sacchi a pelo distesi sui materassi.
Cena preparata nei pentoloni che ci sono in cucina, una grande tavolata a ferro di cavallo dove si trovano a mangiare molte persone sconosciute fino a un momento prima e che si sono appena sistemate i piedi, hanno fatto la doccia e hanno ancora i capelli bagnati. Intanto è arrivato anche Fabio, l’amico di Jonny. Io ho saputo in un secondo tempo che si stava organizzando quella tavolata e così sono andato con Maria Pace e le sue amiche (a cui se ne sono aggiunti altri due) a mangiare in una piccola trattoria di Berceto. A mangiare e, purtroppo, anche a bere. E poi, al ritorno, mi sono unito alla tavolata e, se è per quello, ci ho dato ancora dentro col bere, mentre la nostra Fabiola e Fabio scodellavano la pasta fumante dai pentoloni, tagliando con una grande forbice le file di mozzarella.
E poi, non contento, sono uscito a camminare e a parlare con Jonny per le stradine di Berceto, avanti e indietro fin dopo mezzanotte, e quando siamo tornati alla base era tutto chiuso, le finestre buie, stavano dormendo tutti. Per fortuna c’era Fabio, persona di poche parole ma su cui puoi contare.
Svegliato da Jonny con una chiamata sul suo cellulare, ci è venuto ad aprire.

Domenica 29 maggio. Dal Passo della Cisa a Pontremoli

Sveglia alle sei. Dormito poco, mal di testa bestiale, Scemo io, che ho bevuto così tanto nel momento meno opportuno.
Si riparte da dove eravamo arrivati ieri, dal Passo della Cisa. Alle sette, quando arrivo là con Giovanni e alcuni altri, c’è già un gruppo di più di dieci persone sconosciute, con racchette e scarponi. Uno ha un’enorme bandiera tricolore sulle spalle, come un mantello. Più tardi, qualcuno mi dice che è un prete. Io sono così intontito dal mal di testa che non riesco a connettere, mi pare impossibile che possano essere lì proprio per Cammina Cammina, penso che saranno venuti per una loro camminata autonoma attraverso i monti della Cisa. Invece, poco dopo, scopro che sono venuti da Parma, organizzatissimi, e che sono lì proprio per camminare e per ricucire l’Italia con noi. Molti lavorano a Banca Intesa, hanno grossi zaini, racchette.
Tiziano è partito alla volta di Bergamo, per stare qualche giorno vicino alla sua compagna, che è all’inizio della gravidanza. Auguri e forza, Valentina! Tappa faticosa ma bellissima, attraverso boschi e sentieri in continua discesa e salita e discesa e poi ancora salita. Resa per me ancora più difficile dal mal di testa che, per stupidità, mi sono andato a cercare. Passiamo sopra l’antichissimo ponte della Francigena. Lungo i sentieri vediamo cavalli, muli, pecore, capre.
A metà strada ci fermiamo a mangiare in una trattoria, ma dobbiamo fare in fretta perché dopo hanno una tavolata per una Prima Comunione.
Ritorniamo indietro fino a raggiungere il sentiero della Francigena da cui eravamo sbucati. Io ho un piccolo-grande problema. Perché, nel nostro andare si spostano sì le nostre menti, i nostri cuori e quant’altro, ma si spostano anche i nostri carichi intestinali.
Insomma, è successo che ho dovuto risolvere rapidamente un problema metafisico. Per fortuna eravamo in mezzo ai boschi. Mi sono andato a infrattare, ma, a questo punto, trovato il posto, i miei piedi sono stati immobilizzati da rovi così fitti e così spinosi che non riuscivo a muovermi di un millimetro, come si mi avessero ghermito della piante carnivore. Ho liberato i piedi con molta fatica e a prezzo di alcune spine che hanno attraversato le scarpe e che mi hanno punto, mi sono accucciato ma, dopo essermi sommariamente pulito, ho rischiato di finire dentro la parte di me da cui mi ero appena accomiatato perché, a causa delle giunture doloranti, non riuscivo in alcun modo a rialzarmi. Con un ultimo sforzo e dopo un ultimo strenuo combattimento tra le forze gravitazionali e quelle ascensionali, mi sono rimesso in piedi. Così, dopo altri piccoli inconvenienti di cui non darò conto, mi sono ricongiunto agli altri.
All’arrivo a Pontremoli, non ho più rivisto gli amici di Parma, che erano ripartiti da poco. Li saluto e li abbraccio adesso.
Alla fine, dopo un gelato nella piazza di Pontremoli, sotto la torre di Castruccio Castracani, ho salutato un’amica ungherese, il professor Ferloni, che si è unito a noi anche per questa tappa, tutti gli altri, e sono ritornato a Milano per votare al ballottaggio. Tornerò per le tappe del 2, 3 e 4 giugno. Molti sono partiti perché il giorno dopo è lunedì e devono ritornare al lavoro.
Nella tappa da Pontremoli ad Aulla ci saranno meno camminatori. Poi, dopo qualche giorno, cresceranno di nuovo. Perché le carovane sono così: si allargano, si restringono, si allargano ancora.








pubblicato da a.moresco nella rubrica cammina cammina il 2 giugno 2011