La trama della realtà

Giovanni Spadaccini



Il mio cervello non è preparato a The Tree of Life.
Mi aspetto un film, e in cambio ricevo altro, una cosa che non è un film.
Capisco il pubblico che se ne esce, capisco le coppie arrivate lì per Brad Pitt e Sean Penn e, inevitabilmente deluse, le guardo alzarsi e scostare il tendone di velluto verso l’uscita.
Per tutta la durata della proiezione chiedo alla mia testa di fornirmi categorie, concetti, una filosofia che possa darmi una parola all’uscita della sala da spendere con l’amico che ho trascinato al cinema, ma non c’è niente da fare: quest’opera non dà appigli, rassicurazioni. Chiede di essere vista, vissuta, e di non essere portata alla parola. Ciò che importa, ciò che davvero importa quando una grande opera d’arte viene aperta di fronte alla tasca della nostra mente, è che sia percepita e non parlata.

È quello che succede con un oggetto della realtà: vedo un cane, lo percepisco. Mi basta un’occhiata per aver presente la sua parte di mondo, che non è la mia. È collocata più in basso, il suo baricentro conosce altezze che a me sono conosciute solo per difetto. Eppure ho la presunzione di dire a me stesso, in un istante: quello è un cane, quello è il suo mondo. Ma, alzando gli occhi, mi rendo conto che la mia realtà è un concetto vago e fluttuante, di cui non so dare ragione. Posso inserire ogni creatura in una categoria prefissata, collocarla all’interno di tassonomie precise quanto un’equazione ed enumerare proprietà fisiche, chimiche e biologiche. Ma di fatto io non so. Non so cosa è essere una farfalla.

Alla metà degli anni ’30, Jakob von Uexküll conduceva esperimenti sui piccoli esseri che abitano il nostro mondo. Cimici, zecche, corvi, cani erano i personaggi di una grande commedia scientifica che mirava a ridefinire un’unica dimensione del vivente. Muovendo da un apparente, ed estremo, relativismo, questo bizzarro studioso voleva portare alla luce una dimensione comune, seppure radicalmente diversa, tra i viventi: l’ambiente. Una stanza, ad esempio, è indiscutibilmente un oggetto fisico con proprietà fisse, date come fatti oggettivi. Una stanza ha una lunghezza, una profondità, un’altezza. Possiede colori, proporzioni, che l’occhio bianco della scienza categorizza e mette a catalogo. È una stanza. Ma quanto più la scienza si prova a descriverla, tanto più ne manca il senso – e la stanza svanisce. La stanza è, di volta in volta, la stanza di un uomo, di una mosca, di un acaro, di un cane. Eppure quell’oggetto, sia una stanza, un bosco, un lungomare, resiste e resta nella realtà come un fondale per avventure della percezione, avventure drammatiche, o avventure senza senso e senza scopo. Il sudore dell’uomo, o l’acido butirrico in esso presente, è la tentazione della zecca, che appena ne percepisce l’arrivo si attiva per avvicinarvisi e cibarsene. Ma è un pasto inutile e breve. Una volte depositate sottopelle le uova, la zecca si lascia cadere e muore.

Inutile, breve, morire. La ricerca di Uexküll mostra la assoluta inutilità di parole del genere. E la loro potenza, allo stesso tempo. Il suo sguardo si assesta da punto di vista dell’oggetto studiato – sì, persino l’uomo è un oggetto! – e apre ad una prospettiva che fa a meno della pretesa di dire l’ultima parola, consapevole che non c’è un ultima parola, che non c’è una sola, ultima e definitiva descrizione. È una scienza inesatta, emotiva e suggestiva, quella del biologo tedesco, che tuttavia rende testimonianza dell’inesattezza del proliferare del vivente su questo pianeta.

Contemplare una grande opera d’arte è come guardare una rigogliosa foresta, dall’alto, e via via immergendovisi per scoprirne i dettagli e impararne i pericoli. Di una foresta sovrana e immobile, nessuno potrebbe dire: «Che bella!». La si ammira, certi di essere tutt’uno con essa, e si tace.
Là dentro c’è quello che rende possibile la nostra esistenza, ci sono organismi che lavorano per l’essere umano, che li divora. L’ossigeno prodotto in un albero è quello che fa respirare un operaio in una miniera a migliaia di kilometri di distanza. C’è un insetto che produce una resina che in un laboratorio in Svizzera viene sintetizzata per ricoprire farmaci ad alto rischio per l’intestino. Dal veleno di un coloratissimo ragno qualcuno ha imparato che ciò che uccide può essere in minime dosi un beneficio.

La trama della realtà è un feticcio inutile. È un’espressione stanca e senza futuro. È l’occhio cieco che vede solo il processo e non il risultato a parlare di trama. Ero, infatti, molto indeciso se andare o meno a vedere il film di Terrence Malick dopo averne letto la trama nei resoconti dei critici sui quotidiani e su qualche sito internet. Si parlava del Sogno Americano, dell’Infanzia, della Famiglia, e dell’ambizione di un regista che aveva messo tutto questo all’interno di un frame più ampio. La trama della realtà, appunto. Ma l’inganno di queste descrizioni, così paludate e culturali, è il mancato riconoscimento del presupposto di un’opera simile: il processo non è il risultato, non è il significato. Una famiglia texana negli anni ’50 non è l’albero della vita: è una famiglia sparata nella vita del cosmo, come milioni di altre. Come milioni di altre vite dissotterrate e poi sepolte nel cammino di un organismo più grande, di una vita più grande. Waco è Reggio Emilia, è Johannesburg, è Novosibirsk.

La storia da raccontare è una storia che mostra senza dire, che lascia gli occhi liberi di ragionare e di affrancarsi dai concetti. Questa storia è un albero, è un cane che beve in una pozzanghera, un bambino che rompe un vetro. Il cielo, il vento, la fine.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica libri il 1 giugno 2011