Giù la fionda, Davide

Andrea Amerio



1

Di fronte alla libreria dell’inferno, una fila interminabile.
Arriva il turno di Pierluigi Battista:
“Vorrei il terzo tomo delle opere complete di Walter Benjamin, edizione Einaudi”.
Il diavolo libraio: “Oggi abbiamo per la narrativa Kinsella, Shopping con sticazzi, e per la saggistica Come addomesticare il bamboccione, stop. Le opere di Benjamin le tiene il Cerbero, tra le fauci della testa centrale, se vuoi puoi chiedere a lui…”
Luigi Mascheroni (da dietro): “Allora ci muoviamo? Devo prendere l’Hypnerotomachia Poliphili"
Battista: “Aspetta il tuo turno, e che diamine!” (poi, rivolto al diavolo, sorridendo) “illuso… allora prendo Come addomesticare il bamboccione, grazie".
Il diavolo “Buona lettura”.

exeunt

2.

Stando a quanto scrive sui giornali chi ci scrive, mi pare di capire che alla maggior parte di chi scrive sui giornali fa schifo il livello e il tenore di ciò che scrive sui giornali chi scrive sui giornali. E in genere fa schifo tutto ciò che avviene o non avviene in quello che qualcuno chiama mondo della cultura. Nondimeno se ne scrive assai e piace scriverne particolarmente quando l’insulso e avvilente mondo della cultura prova la sua insulsa avvilenza, inequivocabile sintomo di tracolli imminenti. Alla fine però quasi tutti con una capriola saltano fuori dal quadro grottesco che hanno dipinto e si portano su altro livello, si chiamano fuori, e rivendicano l’indipendenza loro e implicitamente dei lettori grazie a cui sbarcano il lunario. Invece io voglio rassicurare chi scrive sui giornali perché credo che sui giornali scrivano ottimi professionisti tesserati capaci di scrivere ottimamente nell’economia degli spazi concessi, e che le loro idee incidano in profondità nel tessuto sociale, e che a me piace tanto leggere le cose che scrivono cercando anche di prenderle sul serio, perché a me, che invece scrivo sempre gratis e sono troppo pigro per fermarmi, mi pare che la voce di quelli pagati per parlare scrivendo nell’economia degli spazi sia molto importante, anche se a loro, scrivendo, non sembra. Perciò voglio incoraggiarvi, cari produttori tesserati di testo retribuito: coraggio! I bocconi che ci lanciate in pasto li rumineremo nella guancia per anni, sputando di tanto in tanto come i masticatori di tabacco. Se volete faccio come quei tifosi al Giro d’Italia sulle salite che a bordo pista urlano “alè, vai” è giù una secchiata d’acqua.
Che poi nell’economia di spazio si lavora anche bene, per carità. Si resta umili.
Per esempio un anonimo recensore del futuro che avesse d’innanzi a sé i tre tomi del meridiano dei Romanzi di Umberto Eco da gestire in uno specchietto pseudonimo d’una rivista modaiola griffatissima, di quelle poche ultime che ancora pagheranno gli esigui spazi sottratti all’advertising (un loculo in alto a destra, da conservarsi con gli artigli, dando sfogo agli umori corsivi, alle sberle), ecco, trovando inspirazioni censorie nel plagio potrebbe scrivere:

“Umberto Eco, Tutti i romanzi, Mondandori, I Meridiani, Milano 2061, pp. 5899. Troppe. Cito dal Pendolo: “Lucido e freddo come una padella”. Troppo trallalì trallallà. Un paracadutista cui si apre sempre il paracadute. E a noi piacciono quelli che vengono giù con il paracadute in fiamme, o se lo sono dimenticato”.

Nel piccolo si può vivere bene, sicuro bisogna farci il callo.
Sì perché non sentite il Buonsenso che dice che nell’era dei 140 caratteri ci vorrebbero micro recensioni per stuzzicare il lettore delle reti sociali?
E quell’altro buonsenso, ancora più buono, che dice che le recensioni, il lettore lo stuzzicherebbero ben di più se fossero ancora più brevi di quei barbosi cento e passa caratteri? Se fossero sempre più piccole, sempre più micro, ma no è già troppo, micro. Se fossero nano, ecco sì, nanorecensioni. 80, 50, 30 caratteri poi cinque parole, tre. Chi offre di meno? Dovranno farsi il culo, loro e la loro moda dell’economia degli spazi.
Già me lo vedo il recensore del futuro nel suo monolocale di ballatoio con il cesso proteso verso il cortile della grande città; questo futuro in cui D’Orrico è il Cavalier Marino dell’ornato barocco e il Buongiorno di Gramellini una lettura fluviale, tipo Tolstoj.
Allora, in quel futuro, tutti i recensori staranno fermi nei loro tuguri di ballatoio con le pezze al culo aspettando che il caporedattore mandi un sms ai nomi in rubrica. Paga solo il pezzo pubblicato. E vedere di muoversi perché sì che conta il corto, ma meglio se è veloce. E arriva. L’sms del caporedattore.
Dice “mi serve la recensione della ristampa di un vecchio libro, Gli incendiati, consegna immediata, max 4 parole (meglio meno)”.
Vediamo…Gli incendiati… ce l’ho!

“Vigor mortis”

E me ne risparmio due.

A esser furbi nell’economia di spazio si vive anche bene. Ciò non toglie che un attico sia meglio di un monolocale.

3.

Ultimamente si parla molto di librerie che chiudono, traslocano o sono alla canna del gas: la libreria di Porta Romana, la Hoepli, Utopia; solo per restare a Milano dove negli ultimi mesi, hanno chiuso anche gli Archivi del Novecento e poi anche la Libreria del Giallo. Oggi però voglio parlare di un’altra storia di libreria, che in qualche modo lasciava intuire i tempi duri al di là dei semplici dati, e forse rende bene il clima cui le librerie hanno dovuto lavorare in questi ultimi anni.
C’era una volta, nel 2010, nel mezzanino della stazione Lima della metropolitana (linea rossa, a quattro fermate da piazza Duomo e una da Loreto), un libraio cattivo che non voleva vendere il libro di Bruno Vespa. Lorenzo Mascheroni dalle colonne del Giornale lo attaccava:

Con un concetto perlomeno curioso del cosiddetto principio di “selezione commerciale”, un’eccezionale dose di snobismo culturale e uno scarsissimo senso del ridicolo, una libreria di Milano ha bandito dai propri scaffali uno dei maggiori bestseller degli ultimi mesi -Donne di cuori, oltre 360 mila copie vendute-esponendo a sprezzo dell’autore un vistoso cartello in vetrina: «Qui non si vende il libro di Bruno Vespa». Occhio per occhio, gogna per gogna: la libreria, sia qui scritto così da esporla al pubblico ludibrio, è la «Aleph» di Milano. […] Nella logica perversa di questi tempi di guerra civile ideologica e di odio politico in servizio permanente effettivo, Bruno Vespa – considerato come «è noto» vicino a Berlusconi – è un connivente. Un collaborazionista. Da epurare. (29 febbraio 2010)

E anche Pierlugi Battista, dal “Corriere”, non perdeva l’occasione di correre in aiuto del vincitore, con un brano che interessa anche più del precedente:

[…] il libraio milanese che ha annunciato con apposito cartello in vetrina di essere indisponibile a vendere l’ultimo libro di Bruno Vespa. Si sentirà un eroe di non si sa quale Resistenza. Però l’ennesima frontiera è stata sbriciolata: persino le pagine di un libro diventano qualcosa d’infetto contro cui sfoderare l’arma dell’ostracismo. Si dice che leggere sia una salutare attività dello spirito. Si promuovono campagne a favore della lettura. […] Ma ora si dice e si annuncia con orgoglio: qui quell’ autore è proscritto; qui si legge solo ciò che aggrada al venditore: questa è una trincea nella guerra contro il Male rappresentato dal volume di uno showman televisivo politicamente inaffidabile. Qui è meglio non leggere, piuttosto che far circolare idee malsane. E se domani (come peraltro è accaduto in passato, in particolare negli orridi anni Settanta) i tipografi si rifiutassero di stamparlo, quel volume? E se si diffondesse l’abitudine di vendere solo libri politicamente omogenei a chi sull’insegna ha scritto la parola «libreria»?

4.

La parola ideologia non mi è mai piaciuta, d’istinto. È una questione d’orecchio. Un po’come “autorevole” suona come un surrogato di “autore”, così “ideologia” mi pare un surrogato di “idea”. Qualcosa che ti appiccichi in testa per fare i conti in base al tuo schemino mentale: questo sì, questo no. È un comportamento stigmatizzato un po’ da tutte le parti, in questi ultimi anni, e prevalentemente imputato alla sinistra, magari citando sempre la rubrica sui libri “da leggere” e da “non leggere” dei «Quaderni piacentini». Battista è uno specialista riconosciuto del genere ed ha costruito una luminosa, sapiente carriera sul suo talento nel fiutare, stanare e stigmatizzare le varie espressioni di questo ridicolo “engagement”, ovunque vadano a nascondersi. Žižek ha ragione: «è facile per un accademico sostenere a una tavola rotonda che viviamo in un universo postideologico - nel momento in cui va a pisciare dopo l’animata discussione, è di nuovo dentro all’ideologia fino al collo». È uno dei fulcri attorno a cui ruota l’ellittico pensiero di Žižek, il gigante di Lubjana: la nostra società ha finto di accantonare l’ideologia, ma tale rimozione non è data né poteva darsi in quanto «non solo non c’è ideologia senza un nocciolo ‘autentico’ transideologico, ma piuttosto [...] è solo il riferimento a tale nocciolo transideologico a rendere l’ideologia funzionante». La “legge segreta” della parola trans-ideologica è di credersi immune e invece essere connaturata e intrisa di ideologia, diretta com’è sempre e per forza verso chi non si identifica veramente con alcuno spirito di comunità. Proprio questa presa di distanza dall’ideologia, secondo Žižek, è l’indispensabile garante del suo funzionamento. Il Barthes del 1954 avrebbe detto che è un “mito”. Oggi qual è il nucleo trasideologico? Che leggere sia un atto neutrale. Come se il cosa si legge fosse un dato trascurabile. E il "mito" del giornalismo? L’indipendenza, la fondatezza delle proprie idee in nome di un ideale obbiettività, democratica, possibilmente ragionevole, che possa parlare a tutti. Il che è quanto cerca di fare Battista ogni volta che ricorda ai chierici di non tradire e rientrare nei chiostri, in nome di una verità storica innegabile, ad effetto retroattivo. Ma il meccanismo ideologico che agisce, fuori dalla storiografia, è l’ideologia dell’inazione supina, della rassegnazione euforica; quanto di più militante e ideologico si possa pensare, un atto che meriterebbe una citazione dal Giornalino di Sanguineti: “militano, militano, ma dall’altra parte”. Davvero Battista non si rendeva conto della sproporzione tra Vespa e il libraio? Davvero non si rende conto che per esercitare una censura, ancorché piccola, serve un potere, altrimenti non è censura, è dissenso? Davvero non capisce che la censura non può esercitarsi dal basso di una libreria nel mezzanino della metro verso l’alto degli studi televisivi e degli share da capogiro? Davvero il post-ideologico Battista tanto amico dei dissidenti non riesce a stanare l’ideologia insita in questa sua postura? Se non altro in in nome del vecchio adagio, grado zero del liberalismo, “ a casa mia faccio quel che mi pare”? E non trova poi ormai lontanissimi gli “orridi” Anni Settanta? Davvero non s’avvede di scaricare il revolver su un freddo cadavere? Non si sente gridare: “Giù la fionda, Davide!”? Come fa a voler scambiare un legittimo rifiuto per una violenza censoria? Veramente non comprende che la violenza, da decenni, si esercita nella sintassi del linguaggio “mitico”? E che anche un campione del liberalismo come Isaiah Berlin negli ultimi anni della sua vita, scomparsa la minaccia del totalitarismo comunista, si dedicò quasi esclusivamente a riflettere su come tutelare le minoranze da una non meno rischiosa “dittatura della maggioranza”?
E se per contrappasso un logorante pennivendolo di terz’ordine riesumasse i ragguagli di Boccalini, i termini del problema sarebbero più chiari?
Non credo. Come diceva Morandotti: “Si sa che nei cattivi caratteri, ciò che negli altri è meditato e premeditato, viene spontaneo”.








pubblicato da a.amerio nella rubrica giornalismo e verità il 6 febbraio 2013