Il neurodelirio e la fine di Edipo

Serena Gaudino



Sarà che sono particolarmente legata al ciclo di Antigone, sarà che provo particolare simpatia per Edipo, sarà che adoro la tragedia greca come genere, sarà che amo molto Elsa Morante scrittrice e sognatrice, sarà che ho letto tutto quel che ne pensava Simone Weil del teatro classico… sarà anche per tantissime altre ragioni che non mi sovvengono neanche, ma io, poche sere fa al Carignano, ho passato una serata bellissima.
Certo, impegnativa.
In un mondo delirante.
Fatto di figure e pensieri sovrapposti. Di passato e presente fuso insieme alla realtà e all’immaginazione. Pieno di incongruenze, di delirio narrativo, il testo della Morante è il muro che salva dal baratro. L’ancora a cui si aggrappa Edipo per non cadere preda della sbrindellata realtà in cui vive. Edipo o chi per esso. Il sognatore, l’allucinato protagonista di questo dramma strutturato a “parodia” di una tragedia, con tanto di coro. Che si comporta da amplificatore delle pene, moltiplicandole in un crescendo di follia che nello spettacolo di Martone assume facce e corpi sparsi in platea: persone, in carne e ossa, malati di mente, pazienti abitanti di un luogo perso, che riprendono le urla del vecchio, ricalcano i suoi lamenti, propongono i dibattiti, rispondono, deridono, ridono, sottolineano, annunciano, sigillano la fine che sta per arrivare attraverso la scala delle sette porte. Con la comparsa, finalmente, delle Benigne, ovvero delle Erinni, delle Furie, ovvero della paura!

Nel mondo di Elsa, l’entrata di Edipo, è legata a un’esperienza di sperimentazione narrativa: mettere insieme mondi apparentemente lontani tra loro, creare per essi un atmosfera nuova, accoglierli in una bolla i cui confini restano fuori fuoco: citazioni, rimandi, risonanze, che non hanno nessun legame di senso: da Sofocle alla Bibbia, ai poeti della beat generation, a Ginsberg, fino a Hölderlin.
E’ per questo che Edipo non è Edipo, bensì un “piccolo proprietario” terriero dell’Italia del Sud, e Antigone la sua più giovane figlia che a lui e alla sua malattia si dedica. Figura terrena, invece, questa rispetto al padre, perché è lei, con le sue amorevoli cure, la sua pazienza a riportare sulla scena la realtà e allo stesso tempo sottolineare l’atmosfera di delirio in cui vive suo padre che crede di essere Edipo. E di subire la sua stessa sorte.
La sua stessa maledizione infertagli dal sole: artista della trasformazione, gabbia d’oro troppo stretta, che ha regnato su di lui fin dal principio, e che ha murato insieme a lui nella sua stessa sepoltura.

La serata a Colono di Elsa Morante è un delirio culturale. Un testo che non ha nulla della teatralità tipica di un testo nato per la scena. E’ un testo impossibile. Senza una vera e propria apertura al pubblico. Tanto è vero che per anni ha ossessionato registi e attori senza però che nessuno trovasse il coraggio di lavorarci veramente. Perché, per dargli una forma artistica, d’immagine e di pubblico, il testo doveva trovare qualcuno capace di riscriverlo, riscriverlo artisticamente. Squartarlo e entrarci dentro. Passeggiarci e calpestarne le parole, mangiarle, digerirle e restituirle con una veste nuova. Reinventata. Con gesti e pensieri nuovi.
Mario Martone e Carlo Cecchi hanno fatto questo. Hanno aperto e richiuso il tesoro. L’hanno aperto per guardarci dentro bene. E poi l’hanno richiuso con loro dentro. Con le loro voci e visioni. Amalgamando sulla propria pelle ogni stortura di voce e di delirio.
L’amico della sua vita, il Carlo attore e confidente, è riuscito a non solo a entrare nell’Edipo morantiano ma ne ha anche indagato gli umori. L’ha abitato per un’ora e mezza, tenendolo fermo su una barella, a occhi chiusi, immobile.
L’unica cosa a vivere è stata la sua voce e l’unico spazio a occupare quello di un corridoio/palcoscenico occupato a turno da tre guardiani sfaticati, sorveglianti disillusi, da una suora a volte confusa con Ismene lungo la salita di Santa Rosalia, a volte con Giocasta nei panni di un’imperatrice medioevale. E’ la mente che illumina le visioni di Edipo.
A Martone il merito di trasformare la visione della Morante in una visione pubblica: una visione concreta, tangibile, con persone, azioni sceniche, presenze e dipartite: uno spettacolo ricco, sempre sull’orlo del sogno, o dell’incubo: mostri che abitano il sonno intermittente del vecchio malato, voci, tentativi disperati di Antigone che a tutti i costi cerca di nascondere a suo padre la verità sul luogo dove stanno adesso.
Un ospedale freddo e angusto, spaventoso. E le immagini crudeli sono trasformate in giardini, boschetti, stanze adiacenti in cui si consumano tragedie. Tentativi, disperati che non riescono ad alleviare alcuna pena. Ma che si riflettono nel suo mondo come quei raggi del sole violento, oscillante e crudele che invadono il palcoscenico per un lungo momento, cavalcati dai matti, temuti da Edipo.
Di grande impatto sul palco la musica dal vivo di Nicola Piovani. Tra gli interpreti, oltre al bravissimo Carlo Cecchi, un applauso va a Antonia Truppo nei panni della piccola Antigone e Angelica Ippoliti, la suora.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica teatro il 18 gennaio 2013