A chi appartiene l’arte contemporanea

Tiziano Scarpa



Racconterò prima i fatti, poi le opinioni, poi la zuffa.

I fatti. Tre mesi fa ho ricevuto una lettera di Vittorio Sgarbi: mi invitava a segnalare un artista per il Padiglione Italia della prossima Biennale di Venezia. In tutto, sono stati contattati duecento "intellettuali, scrittori, filosofi, poeti, musicisti e persone di alto sentire".

Ho accettato. Per scegliere l’artista mi sono dato delle regole. Niente amici, niente conterranei, niente persone con cui avessi lavorato. Non me la sono sentita di indicare un artista giovanissimo proclamando: tu diventerai sommo. Ma non volevo nemmeno suggerire un nome arcinoto, altrimenti che bisogno c’era del mio contributo?

Sono appassionato di arte contemporanea. Cerco di non perdere le mostre importanti. Documenta a Kassel, la Biennale del Whitney Museum, la Tate e Saatchi a Londra. Le fiere: Artissima a Torino, Artefiera a Bologna, il MiArt a Milano. La Fiac a Parigi, Frieze a Londra, l’Armory Show a New York. Mi piacciono le fiere perché sono caotiche. Sono megainstallazioni involontarie. Le opere cercano di esprimersi in mezzo alla confusione. La trovo una situazione più veritiera rispetto a molte rassegne ufficiali, dove il silenzio suona un po’ falso.

Proprio a una fiera, anni fa, rimasi colpito da un video.

C’è una casetta di plexiglas trasparente in una radura verde. Lì dentro cominciano a scoppiare dei fuochi d’artificio. Il fumo si addensa, i bagliori colorati diventano opachi e sinistri. Mi ha fatto pensare alle violenze domestiche, le piccole sopraffazioni e i grandi crimini: Cogne, Erba, poi Avetrana. Ma soprattutto, mi è sembrato un compianto sullo spreco di potenzialità della vita: fuochi d’artificio, ideati per far sprizzare bellezza e luce, mortificati in un piccolo cubo chiuso.

Negli anni successivi non mi sono perso gli altri video di quell’artista. Un pupazzo a pile saltella cercando di rispettare lo schema da scuola di ballo disegnato sul pavimento. Una trappola imprigionata nel ghiaccio scatta riuscendo a sgretolarlo. Un vulcanologo islandese passeggia in un immenso cratere del suo paese, col pensiero altrove, canticchiando canzoni napoletane. Ogni volta incontravo potenza visiva e profondità di pensiero.

Perciò per la Biennale non mi è stato difficile scegliere Bruno Muzzolini. Ho cercato la sua mail, mi sono presentato. Ho scoperto che ha quasi la mia età, e la cosa mi ha fatto piacere: sono contento che sia della mia generazione.

Domani mi mostrerà il video che esporrà al Padiglione Italia. Sono molto curioso. Mi ha detto che ci stava lavorando da molti mesi, l’ha finito da poco. Naturalmente ha scelto lui, in totale autonomia, l’opera da portare alla Biennale.

Ora le opinioni.

Vi risparmio quel che penso sull’arte contemporanea. Ma se vedo qualcosa che di artistico non ha nulla, l’unica cosa che conta, alla fine, è che sia stata scelta da un addetto ai lavori. Così il ruolo dei curatori è diventato più importante di quello degli artisti, che hanno accettato questa situazione. Non si uniscono più in gruppi, non scrivono manifesti. Lasciano che siano i curatori a dare senso al loro lavoro, a scegliere le opere e inserirle in un percorso. Le grandi mostre sono opere d’arte del curatore. Io preferisco l’opera sola, disarmata, che cerca di parlarmi con il minor numero di mediazioni possibili.

Per finire, la zuffa.

Per quanto Vittorio Sgarbi mi stia antipatico umanamente e politicamente, spero di conservare quel minimo di onestà intellettuale nel riconoscere quando ha una buona idea. Questa volta, secondo me, ne ha avuta una buonissima. Un Padiglione Italia senza curatore. Sì, perché averne a decine è come non averne: per una volta, lasciamo che le opere si esprimano da sole.

Le obiezioni sono state innumerevoli. C’è chi ha irriso alcune scelte fatte dagli intellettuali per il Padiglione. Scelte che però sono pubbliche, palesi: ciascuno ne risponderà. C’è chi ha detto che non si capisce che titoli abbia un intellettuale per giudicare il valore di un artista, facendo l’esempio dell’architetto Mario Botta. Qui c’è un importante nodo culturale. Proprio Mario Botta presiedeva la giuria letteraria del premio Campiello 2009 (e il suo voto risultò determinante). Nessuno si sognò di dire che un architetto non aveva titoli per giudicare un libro. Perché? Perché la letteratura appartiene a tutti, compresi gli uomini e le donne di cultura. Gli scrittori e le scrittrici lo sanno bene, e accettano di essere giudicati e selezionati da tutti: a partire dai giudizi dei lettori in rete. La letteratura è un patrimonio comune. La fanno tutti, la leggono tutti, la giudicano tutti.

Gli addetti ai lavori dell’arte contemporanea fanno resistenza, difendono (anche legittimamente) il loro specialismo e il loro potere di conferire valore a opere che, con tutta la buona volontà, non sempre si capisce che valore abbiano. È una questione su cui parlare a lungo. È merito dell’antipaticissimo Vittorio Sgarbi averla rimessa in maniera così lacerante al centro della discussione.

Pubblicato sul Corriere della sera - Corriere Veneto il 22 maggio 2011.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica arte il 28 maggio 2011