Ingratitudine

Lucio Trevisan



(Esce in questi giorni un libro a cui tengo molto e al quale ho contribuito in minima parte. L’ha scritto Lucio Trevisan, si intitola Ingratitudine ed è pubblicato da NoReply. Racconta, con sguardo sincero fino alla spietatezza, una larga fetta del secolo passato attraverso gli occhi di un (ex) sovversivo, "il più buono dei cattivi e il più cattivo dei buoni". Ne pubblico due estratti, dove si raccontano in presa diretta due passaggi cruciali della nostra storia pubblica. Ringrazio l’autore e l’editore per averceli concessi. Marco Rossari.)

L’eco ce l’ho ancora nelle orecchie dopo tutti questi anni. Siamo in assemblea nell’aula 201 della Statale. Si sta discutendo di ordinaria amministrazione, niente di rilevante anche alla luce del cataclisma che succede di lì a poco. L’oratore, a un tratto, smette di gesticolare, si blocca e appoggia il microfono sul tavolo. Da lontano arriva anche a me in una frazione di secondo un brontolio soffocato, accompagnato da una lieve scossa di terremoto e da uno spostamento d’aria gelida. Fuori è inverno, e non siamo lontani dall’atrio spalancato. Guardo l’orologio da polso. Sono le 16.37. L’aula è a duecento passi, almeno, dalla banca dell’Agricoltura. In mezzo ci sono i muri della banca, un palazzo di quattro piani su un lato di via Larga, un intero isolato sull’altro, infine i muri della Statale spessi come quelli di una fortezza medievale, e il boato è arrivato fin lì, da non credere. È appena scoppiata la bomba che decide le sorti di una stagione di lotte studentesche e operaie. Da allora in poi tutto sarà diverso. La curvatura andrà ridisegnata. Si riparte praticamente da zero.
In aula ci studiamo, perplessi. La prima notizia che ci portano i bidelli è che è stata una caldaia a scoppiare nel quartiere. L’assemblea viene aggiornata dopo due o tre interventi a favore o contro la sospensione dei lavori. I più aspettano altre notizie più fresche. Qualcuno si sintonizza sulle onde di una radiolina. Ma alcuni di noi, testardi e curiosi, scelgono di seguire a ritroso l’ondata d’urto per capire da dove è partita. Usciamo su via Bergamini, che potrebbe avere fatto da imbuto per la sua forma. E la risaliamo, quasi in punta di piedi. Camminando, comincio a pensare a una bomba, ma dove? E così devastante? È un’epoca di bombe, sui treni, alla Fiera campionaria, nei cessi, ma qui è venuto giù un palazzo. Possibile che si sia osato tanto? In via sant’Antonio, dall’altra parte di via Larga, capisco che siamo quasi arrivati sulla scena del crimine. C’è gente che scappa ingobbita, madri che proteggono i figli contro il muro, le auto sono bloccate all’incrocio, in lontananza si sente già la sirena di un’ambulanza. Giro l’angolo su piazza Fontana, e vedo un cordone di curiosi disposti a raggiera a una ventina di metri dall’ingresso della banca, ai piedi della fontana. Dal portone principale stanno uscendo dei vigili e dei poliziotti in divisa. Nell’aria c’è uno strano odore dolciastro che si mischia allo smog. Sta già facendo buio. Mi avvicino a un capannello. Un sessantenne intabarrato, con il cappello in testa, sta concionando: "Hanno fatto saltare la banca, i rossi." Prudentemente, vestito come sono, il montgomery, i jeans, gli stivaletti, i capelli lunghi sulla nuca, giro i tacchi, e rientro nella fortezza della Statale, non si sa mai. Per tre o quattro giorni mi chiudo in un appartamento al primo piano di via del Bollo, a due passi dalla Borsa, una specie di comune. I pasti me li porta su la mia ragazza che fa la commessa in un negozio d’antiquariato dei missionari comboniani in centro. E mi porta anche un po’ di sesso e i giornali. PRESO IL MOSTRO! è il titolo a otto colonne del fondo di Giorgio Bocca sul "Giorno" quando arrestano Valpreda, il ballerino anarchico, che non c’entra un cazzo, l’aveva capito anche la mia portinaia che leggeva "Grand Hotel".
Tre giorni dopo c’è il funerale di Stato in piazza Duomo. I mandanti della strage e i parenti delle vittime si stringono la mano sotto gli occhi delle telecamere. Gli autori, probabilmente nascosti in mezzo alla folla, si fregano le mani dalla gioia. In mancanza di qualcosa di meglio da mettere sotto i denti, la classe operaia milanese è scesa in piazza a difendere la democrazia. I negozi sono sprangati. C’è un’aria apocalittica da Götterdämmerung. La sera prima è passata, a larga maggioranza, una mozione in assemblea. Il Movimento sarà rappresentato ai funerali da una "folta" delegazione, Capanna in testa, senza bandiere, senza striscioni, senza i bracciali rossi del servizio d’ordine. Anonima, insomma. Io e altri compagni abbiamo votato contro. In sintesi, trovo la risposta politicamente sbagliata (l’abbraccio generale non può che creare confusione, è roba loro, la bomba è nera, noi cosa c’entriamo?), militarmente rischiosa (la piazza e le vie circostanti rigurgitano di fascisti dichiarati e mascherati da cittadini amanti dell’ordine) e infine debole e inadeguata alle circostanze. Abbiamo proposto e argomentato un nostro corteo con comizio finale. Occorre riaffermare la nostra "alterità". Siamo schiacciati dalla maggioranza che vota per la delegazione. Resto con un centinaio di compagni a difendere la Statale da un possibile assalto delle squadre fasciste. Barrichiamo i due ingressi su via Festa del Perdono. Corre voce che proveranno a riprendersela con un blitz, a cerimonia in corso, dopo una serie di tentativi andati a vuoto. È un mattino plumbeo, tormentato da un’acquerugiola, in università bisogna tenere le luci accese. Dal balcone del rettorato controllo gli accessi alla Statale come una deamicisiana piccola vedetta lombarda. Lo smog prende alla gola. Alle mie spalle c’è il faccione di Ho Chi Minh. I fascisti, per fortuna, girano al largo. Per oggi è andata. Domani è un altro giorno.

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I giornali fanno a gara a sparare il titolo più grosso. Vedo alla televisione in differita il ritrovamento. Quella soggettiva dall’alto su via Caetani con la folla dei curiosi, i cordoni di carabinieri, e la R4 abbandonata in mezzo al selciato, gli artificieri che si affannano intorno alla portiera nel timore di una trappola esplosiva. E, osservando le immagini che scorrono, un velo scende su di me, cala il sipario. Le Br hanno saltato il Rubicone, e vogliono costringermi a prendere una decisione. Non potrò più parcheggiarmi in quella terra di nessuno dove mi sono rifugiato. Adesso, se resto lì, rischio di essere spazzato via. O abiuro, e mi perdonano, o sono un fiancheggiatore, e ne pagherò lo scotto. Le Br con l’omicidio Moro mi mettono di fronte a un’alternativa secca: o ritirarmi a vita privata, o diventare clandestino, saltare il fosso. Ci sarebbe anche un’altra strada, battermi nel Movimento per fermare la spirale inarrestabile che si sta mettendo in moto, cercare di affermare una linea alternativa di costruzione lenta del consenso intorno al progetto rivoluzionario, attraverso passaggi meno violenti, irrazionali, una pausa di riflessione per rimodulare il sistema di alleanze, per far crescere la massa critica che dovrà dare la spallata finale, ridiscutere tattica e strategia. Ci provo anche per un po’, ci si trova a discutere come carbonari nell’appartamento di un giornalista che ce lo mette a disposizione per le riunioni, ma siamo una minoranza che si conta sulle dita di due mani, tutti gli altri si sono innamorati dell’idea dello scontro finale con l’apparato politico e militare dello Stato. I compagni cominciano a sparire in clandestinità, è un’emorragia, o vengono arrestati, alle riunioni siamo sempre meno con il fiato sul collo della prossima retata. A Padova il giudice Calogero ha sparato nel mucchio, l’Autonomia è finita in carcere o in esilio, decapitata.
E uno di quei giorni angosciosi sono affacciato alla finestra di casa dietro il vetro. Mi sono svegliato di cattivo umore con la testa annebbiata. Così m’incanto a osservare il traffico, ipnotizzato. Dalla finestra vedo quelle formichine che passeggiano sui marciapiedi, le auto in coda che arrancano, i semafori che si accendono e spengono. E penso: stiamo perdendo il nostro tempo. Questi qui non li smuove nessuno. Siamo degli illusi, noi. Nessuno si sbarrava in casa e tirava giù le tapparelle, nessuno aspettava la fine del diluvio universale per rimettere piede fuori casa. Ogni mattina le metropolitane continuavano a riempirsi, le macchine a uscire dal garage, gli uffici a riempirsi, gli impiegati a riordinare la scrivania e ad accendersi la prima sigaretta della giornata… A un tratto, mi si srotolano davanti, come le tavole del mar Morto, alcune pagine di Delitto e castigo. Siamo a metà circa del romanzo. Raskòl’nikov, oppresso dai sensi di colpa, si è autoconvocato davanti a Porfirij Petrovic, il suo grande inquisitore, e alla presenza del suo amico Razumichin, la discussione cade su un articolo che Raskòl’nikov ha da poco pubblicato su una rivista moscovita di diritto. Il nocciolo dell’articolo è che l’umanità si divide in due categorie: gli ordinari, utili soltanto alla procreazione di qualcosa di simile a loro stessi, conservatori, ammodo, obbedienti per natura, la materia grezza da plasmare, e gli straordinari in possesso del dono o del talento di dire una loro parola nuova nell’ambiente, violatori della legge, eversori del presente in nome di qualcosa di migliore e superiore, e per questo disposti a passare anche sopra un cadavere per costruire la Nuova Gerusalemme in terra. I primi conservano il mondo e l’accrescono numericamente; gli altri muovono il mondo e lo conducono verso una meta. Questi ultimi, appena tralignano dalla norma, non possono che essere dei "delinquenti". Ecco: noi, gli straordinari, i delinquenti, non eravamo riusciti a smuovere gli altri. Ci facevano resistenza, non si facevano plasmare dalle nostre mani, ci rifiutavano inorriditi, ci sputavano in faccia. Sì, avevamo sparato i fuochi d’artificio, ma senza rischiarare la notte. Quella mattina, ritraendomi dalla finestra, avevo già deciso: avevano vinto, loro, gli ordinari, su tutta la linea. Ora le uniche cose eccitanti sarebbero accadute nella mia testa bislacca. Io, comunque, avevo provato ad abbattere il muro. Sono stato un ingenuo, un fanatico o un demente? Non credo. Rifarei tutto. Non rinnego niente. Non ho rimpianti. Non è vero che la vita è fatta di occasioni mancate. Non sono pentito. È andata così: niente paradiso né in cielo né il terra.








pubblicato da m.rossari nella rubrica libri il 26 maggio 2011