Fastidio

Teo Lorini



Viste dall’estero, le chimere con cui la Moratti prova ad allettare gli elettori incerti a suon di condoni delle multe, abolizioni dell’ecopass e deregulation dei parcheggi paiono patetiche sul fronte interno e allo stesso tempo efficaci per evidenziare il contrasto, evidentissimo, tra l’eterna ambizione italiana ad avere sempre e a ogni costo l’auto sotto le natiche e la patologica ossessione per il parcheggio che dilaga ad appena 80 km da Milano, nel confinante Canton Ticino.
Già nelle città maggiori (Lugano, Bellinzona, Locarno…) è pressoché impossibile trovare un luogo in cui lasciare l’auto che non sia a pagamento, a disco orario, a termine, limitato, normato, sagomato… E persino nel paesetto di campagna in cui abito (un comune le cui quattro frazioni sommate assieme non raggranellano neppure 3.000 abitanti) sono rarissimi i posti macchina sui quali non campeggi il sempiterno cartello di "riservato". Alcuni di essi si trovano ai margini del borgo, ad esempio sui due lati della via nella quale sorge la mia casa. Regolarmente asfaltata e bordata di palazzine, villette e persino d’un paio di piccoli condomini, la strada ha un fondo cieco con uno slargo destinato nella stagione rigida alle manovre degli spazzaneve e localmente denominato "piazzola di giro" in cui sarebbe vietato parcheggiare. "Sarebbe" perché, fatti salvi i procellosi giorni invernali, è ormai consuetudine per molti residenti lasciarvi l’auto in spregio al divieto e in contrasto con l’ansia normativa che anela a censire ogni cantonal sosta.
Nel resto della strada, invece, il parcheggio è lecito ma – neanche da dire – limitato agli spazi segnati dalle strisce bianche che corrono parallele ai giardini e alle siepi delle singole proprietà. Fintantoché le suddette strisce resteranno bianche (e non blu, gialle, violette o indaco a indicare permessi di sosta, di passo, proprietà private, collettive, aziendali ecc. ecc.) chiunque può lasciare la propria auto nei posti che, di volta in volta, trovasse ancora liberi.
Chiunque.
Persino un passante, persino uno straniero. E accade infatti di non vedere sempre le stesse vetture. Si danno addirittura avvistamenti – non di rado accompagnati da significative smorfie degli avvistanti – di automobili battenti targa italiana, e trattasi magari di amici o di parenti giunti in visita a qualcuno che risiede nelle villette della via…

Evidentemente l’idea che in questa infinitesima parte del Cantone esista un cantuccino abbandonato all’anarchia posteggiatoria può indurre nei residenti un sentimento prossimo alla vertigine. Non avevo però idea del parossismo cui tale ansia può giungere.
Rientrato a casa nel tardo pomeriggio di ieri io, che malvolentieri approfitto dei posti nella "piazzola di giro" persino in questi giorni in cui l’incipiente canicola rincuora dal rischio di nevate inattese, ho lasciato l’auto al culmine d’una lunga teoria di posti riquadrati dalla regolamentare striscia bianca. Ero (lo ammetto) nel punto più vicino all’ingresso di una villetta quadrifamiliare e purtuttavia il muso dell’auto distava un buon mezzo metro dal cancelletto d’accesso.
Con che stupore stamane ho notato – non subito ma quando ormai avevo superato altri tre o quattro paesi, tutti piccoli come il mio – un foglietto rosa che garriva trattenuto dalla gommina del mio tergicristallo! Accosto – in "piazzola di giro", ça va sans dire – slaccio la cintura e, recuperato il subito cartiglio, leggo, vergato in vibrante maiuscola:

ABITI QUI? NON TI SEMBRA CHE DAI FASTIDIO

Trascrivo diplomaticamente. Non sorvolo sui congiuntivi caduti, non appongo il facile abbellimento di un’implicita all’infinito né integro il punto interrogativo cui ha sottratto ogni spazio la grafia incerta, come di bimbo che malamente calcoli gli spazi sul riquadro della cartolina destinato all’indicazione del recapito. Ma non c’è in me volontà d’umiliare l’anonimo scrivente, sì di dar conto del vortice spaventoso che deve averlo invaso e quasi travolto perché si risolvesse a lasciare tale traccia di sé e delle proprie fragilità (ortosintattiche, caratteriali, relazionali, UMANE) pur di sfogare in qualche modo l’angoscia di quel posto avvertito come proprio, come sacrosanto diritto, e abbandonato invece all’arbitrio del trasandato passante che non abita "QUI", non entra ogni sera né sortisce ogni giorno dalla medesima porta ma da un’altra, posta addirittura dieci (dieci!) metri più in là.

Stasera tornerò a casa prima del solito e attenderò a lungo il mio anonimo sollecitatore: rassicurerò la sua paura, gli confermerò che sì, io abito effettivamente qui! da anni! Gli confermerò che non sono un usurpatore dei parcheggi che l’incuria comunale abbandona al ratto, alla contaminazione, alla mercé dell’avventizio. Poi lo abbraccerò a lungo e, chino sul suo orecchio, gli sussurrerò il mio ringraziamento per quelle poche, rabbiose righe con cui ha spalancato dinanzi a me un mondo intero.








pubblicato da t.lorini nella rubrica emergenza di specie il 24 maggio 2011