Hanno code di vermi i nostri giorni

Maria Cerino



Più di tutto si sente povero. Povero come vulnerabile, potrebbe vendersi o lasciarsi comprare eppure non ne capirebbe la differenza. Per tutti gli altri vale l’impotenza, ma Michele – e magari Michele più diversi uomini di cui sa niente – sente la miseria insinuarsi nella vita, mangiarsi la fortuna. Mentre Anna è a letto e ne vede la schiena nuda e parte del culo, fa la lista di tutto quello che potrebbe fare, adesso, tra un minuto, se solo volesse. Pensa che potrebbe telefonare a Gianni, a Mario o anche a Emanuele, perché no; poi però come la testa gli propone i nomi così ne allontana la presenza, sa che Gianni ha un lavoro che lo sta impegnando, che Mario passeggia per strada e ne ha di pensieri di cui occuparsi, Emanuele sarà già fuori per cena. Allora potrebbe andare a trovare la madre che è un mese che non la vede; oppure potrebbe scrivere, sì, scrivere, ritornare alla sua occupazione, dimostrare agli altri che vale, che c’è del genio, che nessuno mai s’era sbagliato, soprattutto Michele e ancor di più Anna. Gli cade addosso quella certa tristezza, lo piglia tanto basso alla pancia che sembra euforia, e nell’euforia avverte del piacere. Sposta la sedia, si avvicina alla scrivania, ed è come se non avesse niente, neppure la conoscenza della grammatica dalla sua. Prova imbarazzo nell’aver passato della vita, anni interi, a immaginarsi a suo agio in quel ruolo, a illudersi sul futuro, a fantasticare sul Campiello, o, meglio e più credibile, vicino, il Nobel. Non è ancora notte e non ha qualcuno a cui telefonare, da raggiungere, da salvare. A ora di cena la quotidianità di Michele si è già ritirata, non ha più rituali né presenze, c’è Anna che dorme nel suo letto e la disprezza.
Se Gianni o Mario o Emanuele gli rispondessero adesso gli chiederebbe quali impegni hanno per domani, e non per prenotarsi per la colazione, per il pranzo, l’aperitivo o la cena ma solo per lasciarsi spiegare dagli altri la forma perfetta che ha un giorno fatto di appuntamenti e quindi di ore. E quindi di tempo. Potrebbe piangere per quanto si scopre disperato; no, di più, potrebbe urlare, o, esagerando, svegliare Anna e minacciare di buttarsi dalla finestra. Anzi, no, svegliare Anna e minacciarla di buttarla dalla finestra e poi buttarcisi lui. Si sente forte, poi un uomo possibile, poi un ridicolo buono a niente, poi niente.
È sollevato dal sonno di Anna, in momenti come questi cerca di sfuggirle sempre. E mica perché sia una tale quantità di vulnerabilità evidente a spaventarlo; Michele, quando è chiaro che una giornata se ne sta andando e lui si è detto che domani, di sicuro domani, recupererà ciò che non ha fatto oggi – e a differenza di altri giorni in cui pure lo ha ripetuto nella testa – d’improvviso non ci crede; mentre quest’oggi sta per finire, gli sembra che non ci sia un domani possibile, che le zolle si stiano muovendo per far incontrare la terra nel punto esatto su cui è poggiato il suo corpo e l’apocalisse è inevitabile così come è inutile fuggire, è inutile sperare, inutile affannarsi. E in momenti come questi è sollevato dal sonno di Anna perché se lo vedesse ora capirebbe che ha un naso goffo, grosso e curvo; che ha i peli sulla nuca che scendono neri e doppi sulla schiena; che ha gli occhi troppo grandi e troppo sporgenti; che Michele non è semplicemente brutto, ma che puzza solo a vederlo. E allora non resterebbe che pregare, pregare il buon dio che li trasformi in topi, insieme.
Prova disprezzo per Anna, per quel culo rotondo che ha lasciato per metà scoperto. La odia a tal punto che ha desiderio di derubarla. Cerca la sua borsa e prende dalla chiusura interna tutti i suoi soldi. Si sente felice, adesso. Riflette su cosa potrebbe fare con quei trecento euro, i posti dove potrebbe andare stasera, o le camicie che potrebbe comprare domani. Domani. Non riesce a trattenere una risata, se Anna si svegliasse non cercherebbe scuse, non correrebbe a rimettere le banconote in borsa. Se Anna si svegliasse Michele nasconderebbe i soldi nella sua tasca e si avvicinerebbe al letto, sicuro e forte, finalmente bello.








pubblicato da m.cerino nella rubrica racconti il 23 maggio 2011