Siviglia mi uccide

Roberto Bolaño



Alla fine del mese di giugno del 2003, si è tenuto a Siviglia un convegno intitolato Palabra de América, e dedicato alla valutazione della "nuova ondata" di letteratura americana in lingua spagnola – "nuova", si suppone, in contrasto con quella che è stata ascritta o avrebbe potuto esserlo al realismo magico. La conferenza prevedeva una prolusione di Roberto Bolaño, che però, all’ultimo momento, lesse invece un suo testo già noto, "I miti di Cthulhu", incluso nell’antologia "Il gaucho insostenibile". Bolaño, però, aveva già tracciato una bozza per il suo intervento, e tale bozza apre gli atti del convegno pubblicati nel 2004 da Seix Barral. È questo il testo che segue, in una traduzione per la quale già mi scuso, in quanto nata più dal cuore che dal vocabolario. Come "giovane scrittore", tanto simile ai destinatari di questo testo, non posso non sentirmi, in qualche modo, chiamato in causa da ciò di cui parla.
Il testo si intitola "Siviglia mi uccide"; il suo autore è morto poche settimane dopo il convegno in cui non lo pronunciò. Avrebbe compiuto 58 anni oggi. (V.L.)

SIVIGLIA MI UCCIDE di Roberto Bolaño

1. Il titolo

In teoria, e senza che io avessi nulla a che vedere con la scelta dell’argomento, la mia conferenza si sarebbe dovuta chiamare "Da dove viene la nuova letteratura latinoamericana". Se mi fossi attenuto fedelmente al titolo, la risposta non avrebbe superato i tre minuti. Veniamo dalla classe media o da un proletariato più o meno sistemato o da famiglie di narcotrafficanti di seconda linea che già preferiscono, alle ferite d’arma da fuoco, la rispettabilità. La parola chiave è rispettabilità. Già ne ha scritto Pere Gimferrer: un tempo gli scrittori provenivano dalle classi alte o dall’aristocrazia, e scegliendo la letteratura sceglievano, almeno per un periodo che poteva durare tutta una vita come quattro o cinque anni, lo scandalo sociale, la distruzione dei valori tradizionali, la burla e la critica permanente. Ora, al contrario, soprattutto in America Latina, gli scrittori provengono da classi medio-basse o dalle file del proletariato e ciò che desiderano, a fine giornata, è una tenue patina di rispettabilità. E cioè: gli scrittori oggi cercano il riconoscimento, ma non il riconoscimento dei loro pari, quanto piuttosto il riconoscimento di quelle che si suole chiamare "istanze politiche", i detentori del potere, sia del segno che sia (e per i giovani scrittori fa lo stesso!), e, tramite esso, il riconoscimento del pubblico, vale a dire la vendita di libri, che fa felici le case editrici ma che fa persino più felici gli scrittori, quegli scrittori che sanno, poiché lo hanno vissuto in casa da piccoli, quanto è duro lavorare otto ore al giorno, o nove o dieci, che furono le ore lavorative dei loro padri, quando c’era lavoro, fra l’altro, perché peggio che lavorare dieci ore al giorno è non poterne lavorare neanche una, e trascinarsi in cerca di occupazione (pagata, s’intende) nel labirinto, o, più che labirinto, nell’atroce cruciverba dell’America Latina. E così i giovani scrittori, come si suol dire, si scaldano, e si dedicano anima e corpo a vendere. Alcuni utilizzano più il corpo, altri utilizzano più l’anima, ma alla fine dei conti il punto è vendere. E cos’è che non vende? Ah, questo è importante tenerlo bene in mente. La rottura non vende. Una scrittura che si immerge con gli occhi aperti non vende. Per esempio: Macedonio Fernández non vende. Se Macedonio è uno dei tre maestri di Borges (e Borges è o dovrebbe essere al centro del nostro canone), questo è il meno. Ogni cosa sembra indicarci che dovremmo leggerlo, però Macedonio non vende, per cui ignoriamolo. Se Lamborghini non vende, basta con Lamborghini. Wilcock è noto solo in Argentina e solo da pochi lettori infelici. Pertanto, ignoriamo Wilcock. Da dove viene la nuova letteratura latinoamericana? La risposta è semplicissima. Viene dalla paura. Viene dall’orribile (e in un certo senso abbastanza comprensibile) paura di lavorare in officina o vendendo paccottiglia sul paseo Ahumada. Viene dal desiderio di rispettabilità, che non nasconde altro che paura. Potremmo sembrare, a un osservatore disattento, figuranti di un film di mafiosi newyorkesi, sempre a riempirci la bocca di rispetto. Francamente, a prima vista, componiamo un deplorevole gruppo di trentenni e quarantenni e talora di cinquantenni in attesa di Godot, che in questo caso è il Nobel, il Rulfo, il Cervantes, il Príncipe de Asturias, il Rómulo Gallegos.

2. La conferenza deve andare avanti

Spero che nessuno prenda male le mie parole di poco fa. Scherzavo. Vi giuro, le ho scritte per sbaglio. A questo punto nella mia vita non desidero più nemici gratuiti. Sono qui perché desidero insegnarvi a essere uomini. Non è vero. Scherzavo. In realtà, muoio d’invidia quando vi vedo. Non solo voi, ma tutti i giovani scrittori latinoamericani. Avete un futuro, ve lo posso assicurare. Ma non è vero. Scherzavo. Il vostro futuro è grigio come la dittatura castrista, come la dittatura di Stroessner, come la dittatura di Pinochet, come gli innumerevoli governi corrotti che si sono succeduti uno via l’altro nella nostra terra. Spero che a nessuno venga in mente di sfidarmi a duello. Non posso farlo per prescrizione medica. Del resto, alla fine di questa conferenza penso di chiudermi in casa a vedere film porno. Volete che vada a visitare la Cartuja? Nemmeno per scherzo. Volete che veda uno spettacolo di flamenco? Ancora una volta, vi sbagliate sul mio conto. Io andrò da solo a un rodeo messicano o cileno o argentino. E una volta là, fra l’odore di sterco fresco e copihue, mi addormenterò e sognerò.

3. La conferenza deve tenere i piedi per terra

È vero. Teniamo i piedi per terra. Alcuni degli scrittori invitati li considero amici. Da loro, del resto, non mi aspetto che gentilezze nei confronti della mia persona. Gli altri non li conosco, ma alcuni li ho letti, e di altri ho ottime referenze. D’altro canto, mancano scrittori senza i quali non si comprenderebbe questa entelechia che per comodità chiamiamo nuova letteratura latinoamericana. Sarebbe giustizia citarli. Comincerò dal più difficile, un autore radicale, se mai ce ne sono stati: Daniel Sada. E poi devo nominare César Aira, Juan Villoro, Alan Pauls, Rodrigo Rey Rosa, Ibsen Martínez, Carmen Boullosa, il giovanissimo Antonio Ungar, i cileni Gonzalo Contreras, Pedro Lemebel, Jaime Collyer, Alberto Fuguet, e María Moreno, e Mario Bellatin, che ha la fortuna o la disgrazia di essere considerato messicano dai messicani e peruviano dai peruviani, e così potrei andare avanti per un altro minuto. Il panorama, soprattutto a guardarlo da un ponte, è promettente. Il fiume è ampio e possente e dalle sue acque spuntano le teste di almeno venticinque scrittori sotto i cinquanta, sotto i quaranta, sotto i trent’anni. Quanti di loro affogheranno? Io credo tutti.

4. L’eredità

Il tesoro che ci hanno lasciato i nostri padri o quelli che crediamo i nostri padri putativi è deplorevole. In realtà siamo come bambini intrappolati nello scantinato di un pedofilo. Qualcuno di voi dirà che è meglio essere alla mercé di un pedofilo che alla mercé di un assassino. Sì, è meglio. Ma i nostri pedofili sono anche assassini.








pubblicato da m.rossari nella rubrica in teoria il 28 aprile 2011