La velocità del buio

Andrea Tarabbia



Quando, alcuni mesi fa, Giorgio mi ha detto che stava finendo di scrivere – dopo anni di lavoro – un libro sull’Italia e sul berlusconismo, confesso che la prima cosa che mi sono chiesto è se fosse davvero necessario: dal 1994 in poi, i libri sull’Italia di Berlusconi sono quasi un genere letterario, un ramo della saggistica che, da Travaglio in giù, ha saturato gli scaffali delle librerie. Questo è, inoltre, l’anno in cui, per via dell’anniversario dell’Unità d’Italia, tutti si sono in qualche modo misurati con i problemi dell’identità italiana, della patria, del passato, del presente e del futuro della nazione. Soprattutto, mi chiedevo, cosa mai si potrà dire, ancora, di quest’epoca e di questo paese? Quale nuovo contributo si può davvero pensare di fornire, tornando ancora una volta sul tema? Così, ho cominciato a chiedere a Giorgio quale taglio volesse dare alla cosa, che cosa pensasse di raccontare. È stato, come sempre, piuttosto evasivo: appartiene a quella categoria di scrittori che, per pruderie o forse per non affossare la malia che ruota intorno al lavoro di stesura, non amano granché ragionare pubblicamente intorno a un libro finché, buono o cattivo che sia, non ritengono di averlo finito. Mi ha però fatto qualche nome, mi ha dato qualche notizia sulle coordinate che stava seguendo per scrivere: Gobetti, Barzini, La Boétie, Kant. La cosa mi ha allo stesso tempo sbalordito e inquietato: nella gran mole di pubblicazioni che negli ultimi mesi sono uscite sull’Italia – parte della quale ho letto perché anche a me è toccato di occuparmi dell’argomento – nessuno o quasi ha preso come punti di partenza e come spiriti guida i Gobetti, i Barzini, per non parlare dei Kant e dei La Boétie. C’era e c’è in questi assunti di partenza un’intenzione che va al di là di ciò che normalmente scrittori, storici e commentatori fanno quando è il loro turno di parlare di Italia e di Berlusconi: l’idea di scrivere un libro civile sulla falsariga di una Rivoluzione liberale applicata ai tempi nostri; l’idea di analizzare l’Italia tenendosi lontano dallo spirito partigiano e facilone che anima la maggior parte delle pubblicazioni sul tema, ma di sottoporre i nostri ultimi venti anni a una lettura analitica, teoretica, cognitiva. Questo è l’aspetto che, sulle prime, mi ha inquietato del libro di Giorgio: la statura di Berlusconi è spiegabile con Paperino, non con Kant – mi son detto. Siamo sicuri che il berlusconismo meriti che si scomodino per lui i Gobetti, i De Mauro e gli Adorno?

A questa domanda piuttosto idiota, La velocità del buio risponde con un unico, enorme Sì: Berlusconi e il berlusconismo non sono un fenomeno che va affrontato esclusivamente alla Travaglio, con in mano carte processuali e documenti e con l’indice puntato; sono un fenomeno che può e deve essere indagato come si studiano altre epoche storiche: con uno sguardo puro e disincantato, e la voglia di capire non solo che cosa c’è dietro o sotto, ma anche come essi si pongono nei confronti del nostro presente storico. La velocità del buio guarda i nostri ultimi venti anni in faccia, e li sottopone a un’analisi lucida e impeccabile che li mette via via in rapporto con quattro grandi valori che dovrebbero essere – se non recuperati – almeno tenuti sempre sulla scrivania ogni volta che si prende la penna per affrontare un argomento che abbia a che fare con il vivere comune: verità, razionalità, etica e amore.

Vorrei commentare La velocità del buio passo dopo passo, cercando di far emergere i motivi per cui ritengo che si tratti di un libro decisivo, portatore di una parola che non era ancora stata pronunciata intorno allo sfacelo di questi anni.

È proprio Gobetti il motore della riflessione di Giorgio: La rivoluzione liberale, oltre ad essere usata in epigrafe, serve anche per dettare una delle coordinate-chiave con cui, nel capitolo introduttivo, Giorgio ritrae il popolo italiano. «A un popolo di dannunziani non si può chiedere spirito di sacrificio» aveva scritto Gobetti: e «dannunziana» è ancora quella parte della popolazione italiana che, dice Giorgio, «coltiva a cuor leggero l’egoismo» - visto come uno dei tratti distintivi del comportamento patrio negli ultimi anni. Fin qui, a parte l’amara constatazione, non ci sarebbe niente di strano, se non che l’evoluzione culturale di questo principio (che dal dannunziano «Me ne frego» si è declinato in atteggiamenti più popolari, come il «Tengo famiglia») è uno dei propulsori del berlusconismo, che ha pubblicamente legittimato questa visione del mondo. In un certo senso è legittimo, buono e giusto fottersene del prossimo. Ma ci torneremo più avanti.

La giovinezza come forma di libertà
Mi colpisce un paragrafo della prima parte del libro, quello intitolato Il mio problema biografico: proprio in questi giorni, Giorgio compie trent’anni. È, insomma, un «giovane» scrittore, un individuo che nella considerazione generale ha il diritto di scrivere e di dire ciò che vuole, ma le cui parole, nel mondo delle lettere, vengono considerate quelle, appunto, di un «giovane». Ecco cosa ne pensa Giorgio:

Ho trent’anni e questo è un problema, perché la giovinezza in Italia è una sorta di premessa all’ontologia: parlandovi, io scrittore di giovane età, vi dovrei parlare innanzitutto da giovane e non da scrittore. Tuttavia, il fattore biografico può anche essere uno sguardo consapevolmente diverso su quanto sta accadendo ed è accaduto. Faccio parte della generazione "tradita dai padri", nata negli anni Ottanta e cresciuta negli anni Zero. La storia terminale di questo paese si confonde con l’inizio della mia vita adulta: la mia voce potrebbe dunque suonare diversa rispetto a quella di tanti altri saggisti che si sono interrogati sull’anomalia italiana. Il motivo è semplice: sono più vecchi di me, e leggono la società da un punto molto diverso dal mio: nella stragrande maggioranza dei casi, mi sembra un punto compromesso da forme diverse di nostalgia. Nostalgia del Sessantotto, nostalgia degli anni Ottanta, nostalgia dei cronisti alla Montanelli e dei politici alla Berlinguer e nostalgia di quando tutto sembrava più semplice: (…). [p. 19]

E, ancora:

Chi ha trent’anni oggi si trova in una condizione fastidiosa. È schiavo della sua immagine mediatica ("i giovani" sono una categoria molto dibattuta, come "gli immigrati"), non ha bussole con cui orientarsi nel regno della ribellione, e insieme non può rimpiangere nulla (a parte l’infanzia), perché la sua maturità è cominciata con una crisi. È ciò che intendo parlando di un pensiero privo di nostalgia: il regno del rimpianto ci è precluso da sempre, e questo — ne sono convinto — dona un margine di lucidità diverso. O quantomeno dà la possibilità di vedere le cose in altra maniera. [p. 20]

La giovinezza è una premessa all’ontologia: questo mostro retorico è ciò che muove da tempo immemorabile la pancia del sistema Italia, non solo dal punto di vista letterario (fino a che età e per quanti libri uno scrittore è «giovane» e dunque poco considerato come autore?), ma dal punto di vista amministrativo, politico, umano, antropologico.
La posizione di Giorgio spazza via in modo decisivo questa melma: è proprio il fatto di essere giovane che lo pone in una posizione di vantaggio e di purezza nei vostri confronti: io non ho un passato da rimpiangere, dice Giorgio, non ho dei filtri ultradatati attraverso cui guardare il mondo, ma sono libero e puro e posso guardare a Gobetti come a Barzini, a Habermas come a Koyré.
La maturità dei trentenni di oggi è iniziata con una crisi, non con un periodo di fulgore: questo è un altro momento decisivo. Mi viene in mente l’epilogo a L’identità italiana di Galli della Loggia: con toni biografici, dopo aver analizzato l’italianità per svariati capitoli, lo storico rievoca la propria infanzia e giovinezza, parla del rapporto tra la sua famiglia e la Resistenza, racconta i suoi anni Sessanta vissuti «da sinistra». Giorgio non ha niente di tutto questo: la rivoluzione che avrebbe potuto vivere, quella di Genova 2001, è stata soffocata, e non c’è stato più niente. Da questa sconfitta, però, non scaturisce una qualsiasi forma di nichilismo, ma una rinascita: niente mi influenza e niente mi provoca nostalgia; ma, se non ho niente, ho almeno la possibilità di guardare al mondo in modo puro, attento, civile, completamente libero da qualunque tipo di sovrastruttura. Questa è la premessa, onesta e incontestabile, di La velocità del buio.

Il faut être absolument moderne.
Il berlusconismo è l’ennesima autobiografia della nazione o un corpo estraneo piovuto dall’alto? Questa è una delle domande capitali che muovono il libro. Propendere per l’una o l’altra parte della domanda non è indifferente: se Berlusconi è un prodotto delle nazione, significa che gli italiani e l’Italia sono dei malati incurabili, nel cui DNA esiste – ed esisterà sempre – la possibilità di ripetere gli errori del passato; se, invece, Silvio è un corpo estraneo, abbiamo, da un lato, una speranza di dirimerci, anche se, dall’altro, c’è da capire dove si trovi quella frattura che ha fatto in modo che gli ultimi vent’anni della nostra storia siano stati macchiati dal berlusconismo. In ognuno dei due casi, non siamo un popolo da salvare, ma una cosa è meglio dell’altra.
In ogni caso, per Giorgio parlare di carattere italiano è rischioso e inutile. Del resto, quasi a nessuno frega dell’identità italiana. C’è però qualcosa che ha accomunato gli italiani nei confronti della vita pubblica: il progressivo disinteresse verso la res publica, che Guido Crainz data a partire dagli anni Ottanta. Perché? Perché l’Italia è, tra i paesi occidentali, quello che ha maggiormente faticato a gestire il boom, l’improvvisa ondata di benessere che ha travolto la nazione tra gli anni Cinquanta e Sessanta: l’abbuffata di progresso fu condotta senza un vero senso di responsabilità e senza provare davvero ad appianare i conflitti sociali e i malfunzionamenti. La conseguenza di ciò, generalizzando un po’, è che gli italiani si chiusero sempre più su stessi, diventarono via via più dannunziani e abbandonarono l’agorà, che dopo Tangentopoli fu occupata da Berlusconi.

Berlusconi.
Gli italiani si identificano in singoli individui e mai in eventi storici. Per noi l’Italia è quegli italiani che sembrano essere stati — per come lo intendiamo ora — ben poco "italiani": che non hanno, cioè, incarnato alcuno dei vizi in cui ci riconosciamo. Per nulla profeti in patria, hanno subito molto spesso dei destini orrendi, o sono espatriati ante litteram. In buona sostanza, quasi ogni italiano degno di questo nome è stato un esempio di virtù universali: ma non ha dato alcun canone al nostro Paese, o il nostro Paese non l’ha ricevuto e compreso. Eppure è su questi individui che si forma la nostra identità popolare, da sussidiario delle elementari: su Garibaldi, ma non sulle guerre d’indipendenza: su Galileo, ma non sul metodo scientifico. [P.45]

Berlusconi non è né la causa né l’effetto dei nostri tempi tragici: ne è causa ed effetto a un tempo. È il prodotto di 150 anni di occasioni mancate, corruttela, dannunzianesimo e ne è allo stesso un produttore e un nuovo campione. Il problema fondamentale legato a Berlusconi è complesso, ma ha che fare con due aspetti fondamentali: narrazione e verità. La sua mission è quella di creare narrazioni che la pancia del paese possa percepire immediatamente e senza sforzo. Infatti, scrive Giorgio, Berlusconi non afferma quasi mai, ma declama. Allo stesso modo, non nega, ma strepita, grida allo scandalo, fa i capricci. Insomma drammatizza e tira allo spasimo ogni movimento della propria lingua. La sua priorità non è raccontare – o accertare – la verità, ma raccontare storie che vadano bene sul momento: «La mera narrazione diventa giustificazione morale»:

sembra che una parte del popolo italiano voglia come simbolo proprio chi più di ogni altro fotte e se ne fotte: non vuole un presidente, un governatore, e nemmeno un capo. Vuole in primo luogo un simbolo. Uno che dica: Fate come me, e fregatevene. (…). Berlusconi non parla davvero alle masse, né alle classi sociali, né in fondo agli sgherri della borghesia meschina che lo circondano. Berlusconi parla a te. [Pp. 62-63]

La cosa più inquietante e vera, Giorgio però la scrive in un paragrafo che intitola – senza ironia – Berlusconi come Dio: in esso, Giorgio ricorda come l’evidenza della sua incapacità di governare, la sua cattiva fede, i suoi problemi con la giustizia, sono riconosciuti solo da chi in un modo o nell’altro non è con lui; per i berlusconiani, invece, queste cose non esistono o non fanno problema: loro credono in Berlusconi, qualunque cosa egli combini. Giorgio chiude il capitolo dedicato a Silvio con una frase lapidaria: «il berlusconismo, innanzitutto, è lo spregio verso ogni forma di etica della verità e della razionalità». Da qui in poi, per ragionarvi sopra, entrano in ballo le categorie della logica e della filosofia teoretica.

Bello=etico.
La velocità del buio è un urlo di dolore per la scomparsa – a destra come a sinistra – di un punto di vista etico e civile dai discorsi che ruotano attorno alla cosa pubblica e ai suoi rappresentanti. Quando parliamo di Berlusconi e dello Stato italiano, parliamo di processi, di scandali, di odio, di amore, ma non parliamo mai, anzi, non parliamo più di vero, di falso, di giusto, di ingiusto. Tutto è completamente fagocitato dalla narrazione che ci viene imposta da berlusconismo, che – non avendo niente a che fare con etica e verità, ma essendo una declinazione contemporanea del dannunzianesimo – non mette in gioco queste categorie. La sfida della Velocità è allora quella di ritornare a questi concetti fondativi e irrinunciabili, senza i quali la picchiata dell’ethos nazionale è inarrestabile. La dicotomia vero-falso, nel discorso berlusconiano, non ha senso, ma questo non significa che non lo debba avere nel discorso anti-berlusconiano. Altrimenti significa fare il gioco suo e di coloro che pensano e dicono che «verità, razionalità ed etica siano cose insignificanti di fronte al proprio tornaconto» [P. 79]. Gli italiani devono in qualche modo rendersi conto della necessità di tornare ad essere un’opinione pubblica cognitiva; che vero, falso, giusto e ingiusto sono ancora categorie attive nel mondo e che, pertanto, è assolutamente necessario che vengano non solo usate, ma applicate ogni volta che ci si trova al cospetto di un discorso pubblico. Ci poniamo sostanzialmente come degli analfabeti sociali di ritorno, per nulla consapevoli del fatto che siamo di fronte a un

"accoppiamento fatale tra crisi cognitiva (chiamiamola: analfabetismo sociale) e crisi normativa (analfabetismo delle regole)". Il berlusconismo altro non è che la legittimazione di questa doppia crisi: l’idea che non ci sia anzi niente di critico in questo, e che la defezione di massa sia la sola forma comportamentale adeguata. [P. 100]

La risposta di molte bocche alfabetizzate a questa tragedia è in realtà spesso sbagliata: si reagisce al populismo berlusconiano con un populismo anti-berlusconiano, creando una controretorica di stampo pavloviano (penso per esempio al trend preso da «Repubblica» negli ultimi anni) e facendo di fatto il gioco del discorso del nemico, che non si vede mai rispondere sul campo della verità, della razionalità e dell’etica, ma che può continuare a giocare la sua battaglia su un campo che egli stesso ha approntato.
Quello che La velocità del buio invita e ha cominciato a fare è proprio questo: sfrondare il berlusconismo di tutto il suo cotè affabulatorio per riportarlo sul piano di un discorso normale, che come tale deve essere giudicato. Alla logica della declamazione, del gioco e della pernacchia non bisogna rispondere declamando il contrario, ma uscendo da questo gioco perverso per recuperare la vecchia, fidata e lucida argomentazione. Provo a leggere il berlusconismo con le categorie universali della politica e dell’etica, spogliandolo di tutti i fronzoli. È difficile accettare che Berlusconi e la sua creatura siano normali. Ma è solo considerandoli tali che si possono avere a disposizione le armi retoriche, civili e politiche che li possono annullare.

Giorgio Fontana, La velocità del buio, Zona, euro 15. In uscita il 28 aprile 2011.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica democrazia il 22 aprile 2011