Marialuce

Andrea Tarabbia



«In che tonalità ti parlo?», chiesi.
Arturo si fermò fingendo di pensarci. Si passava una mano sul mento non rasato e si guardava intorno.
«Hm, non saprei. Forse Fa».
«Fa?».
«No, no, aspetta: di’ qualcosa di ordinario».
«Di ordinario?».
«Sì: qualcosa nel tono di voce più comune, come quando mi dici che ti piacciono le zucchine».

Esce, martedì prossimo 10 maggio, un piccolo libro a cui tengo come si tiene alle cose che nascono un po’ all’improvviso e alle quali per qualche strano motivo si vuole bene da subito. Si chiama Marialuce, è un romanzo breve che precede di pochi mesi un’uscita più grande e più impegnativa. Lo pubblica un piccolo editore toscano, Zona, che sta vicino ad Arezzo e che da circa un anno fa uscire una collana, Novevolt, in cui vengono pubblicate opere brevi di autori affermati o di scrittori emergenti.

E’ successo che mi hanno chiamato e mi hanno chiesto se, per caso, avessi una storia nel cassetto. Non ce l’avevo, ma da qualche settimana avevo immaginato alcune cose, alcuni personaggi e una voce. Ho pensato che fosse una coincidenza straordinaria, e appena ne ho avuto la possibilità mi sono messo a scrivere. Ne è venuto fuori un romanzo che, credo, è una delle cose migliori che ho fatto fin qui.

Riporto il testo della quarta di copertina, che svela almeno in parte la trama e il tono:
"Arturo Bergia è un compositore classico in crisi. Per rilanciarsi, dovrà comporre una sonata per pianoforte. Ma la sua è una crisi creativa profonda, senza soluzione, tanto insormontabile da essere quasi fisica. "Sono una balena morta, Sono un occhio cieco", ripete. Sotto lo sguardo vigile di sua moglie, la Marialuce che narra la storia del suo annientamento, il Maestro percorrerà un ripido declino verso la folla, tra sinestesie assordanti e mutilazioni reali. Andrea Tarabbia, nel suo stile asciutto e analitico, ci racconta con questa suite narrativa senza tempo un’emblematica storia di violenza domestica, di amore asettico che consuma, in un’intimità che si scompone preparandosi a un olocausto finale. Un libro in cui la passione si trasforma nella devozione di Marialuce, e l’abnegazione nell’impossibilità d’amare questo Grande Compositore Decaduto".

Questo, invece, è l’incipit:

"Inizia con la nascita, come tutte le cose.
Adesso lo sento cantare, di là nel suo studio, come non faceva da tempo, e mi immagino che almeno per un po’ non dirà più quello che ripete di sé quando gli si chiede come sta, che cosa fa: «Sono una balena morta, Sono un occhio cieco». Non lo dirà più, e se lo dirà sarà per prendersi in giro, per deridersi, e poi dirà: «Che cosa sono stato in tutti questi anni, Marì? Cosa sono stato? Una balena morta, un occhio cieco». E poi dirà: «E adesso, adesso guardami e dimmi cosa vedi, Marì! Cosa vedi? Io vedo una balena viva, un occhio che vede! Sei d’accordo con me?». Si avvicinerà con quel suo passo largo, quella specie di incedere che ha preso dall’iconografia romantica e che non lo abbandona nemmeno adesso che sul palcoscenico non ci sale più, si avvicinerà, mi stringerà la vita con la sua mano lunga, mi afferrerà come un argentino e mi dirà: «Una balena viva! Un occhio che vede!», e io lo dovrò seguire per la stanza, accenneremo un passo di danza, una cosa muta e piccola tra il tavolo e il divano, e io guarderò dall’altra parte, verso la strada vuota, guarderò ostinatamente dall’altra parte e lui non se ne accorgerà, non mi vedrà, L’occhio che vede, e dopo due giri ci siederemo sul divano stanchi, lasciandoci cadere, e lui dirà: «Oggi è un grande giorno, Marì, un grande giorno!», dopo tutti questi anni, dopo che abbiamo venduto anche la casa di Sestri, Un grande giorno, Bergia ha ancora qualcosa da dire e da far sentire, Nessuno si dimentica di chi è stato grande, Marì, tutto prima o poi ritorna o ci viene restituito.
È suonato il telefono, e io me lo sentivo. È andato lui a sollevare la cornetta, perché io ero in camera, sdraiata sul letto in mezzo a tutti quei compiti da correggere. L’ho sentito che rideva, che parlava forte al telefono, ma non capivo quello che diceva. Quando ha riattaccato l’ho sentito venire verso la stanza. Ha aperto la porta come una balena viva, è rimasto fermo ad aspettare che sollevassi gli occhi dal foglio che stavo leggendo. Mi sono data tempo, M*** non capisce nulla di Gibbons, dovrò trovare il modo di dirgli che forse questa non è la sua strada, il suo compito è indifendibile, poi ho sollevato le sopracciglia: era fermo sulla porta, le mani conserte e una specie di sorriso.
«Chi era?», ho chiesto.
«Non ci crederai mai». È entrato nella stanza che è diventata piccola. «Non ci crederai mai, Marì»."

Marialuce, Zona, pp. 110, euro 11








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica libri il 8 maggio 2011