Gli incendiati

Antonio Moresco



Gli incendiati è un romanzo d’amore che ho scritto un anno e mezzo fa, in uno stato di possessione, in un mese. È come un piccolo canto del caos che mi era rimasto dentro e che evidentemente dovevo scrivere prima di poter passare ad altro.
Ne riporto qui una pagina, che sembra la fine ma che non è la fine:

«Mi sono girato a sparare con tutto quello che avevo, inserendo i caricatori nuovi nel buio, mentre lei continuava a sparare verso il basso, tra i pezzi di intonaco che si staccavano sotto i colpi e schizzavano al buio da tutte le parti.
C’era un forte odore di cordite, sentivo con i piedi che su quanto restava del pavimento c’era un tappeto di bossoli caldi, mentre continuavo a sparare andando verso il punto da cui venivano i raggi di luce rossa e gli spari, con la spalla e con tutto il corpo sbilanciati e scossi dai contraccolpi.
Ho visto che anche lei adesso si era alzata in piedi e che continuava a sparare dal varco, senza curarsi di nascondere il proprio corpo.
Anch’io sparavo e, mentre sparavo, in quel fragore di colpi che rimbombavano, nell’odore soffocante delle esplosioni, in quel tempo di cui non saprei dire la durata, mentre combattevamo così, uno a fianco dell’altra, senza speranza, mi pareva di vedermi dall’esterno, come se stessero scorrendo in quei pochi istanti tutte le età della mia vita, e che mentre lei diventava sempre più giovane e sempre più bella io invece diventavo sempre più vecchio di quando l’avevo incontrata su quel costone in fiamme, di quando l’avevo amata in sogno mentre io ero un ragazzo, più vecchio persino di quando avevo ballato con lei nella villa poco prima dell’esplosione. E vedevo dall’esterno il mio corpo magro scosso dai contraccolpi mentre mi gettavo allo scoperto, nel varco, e sparavo al suo fianco, e anche lei combatteva al mio fianco, anche se la nostra battaglia era senza speranza, non si dava per vinta, non si arrendeva.
Ho visto ancora, nei bagliori improvvisi che si levavano dalle bocche di fuoco, che i suoi occhi stavano piangendo mentre sparava a raffiche lunghe, tremando anche lei per i contraccolpi. E allora ho sentito che stavano scendendo anche a me le lacrime lungo le guance, perché anch’io stavo combattendo al fianco di quella ragazza venuta da chissà dove e di cui non conoscevo neppure il nome ma che rimaneva al mio fianco, non si arrendeva.
C’è stato un bagliore più forte. Ho visto la sua bella testa staccarsi di colpo dal resto del corpo, segata di netto da una raffica. Ho continuato a sparare alla cieca, nel buio, vicino al suo corpo decapitato. Combattevo e piangevo.
E, anche dopo essere stato colpito a mia volta, continuavo a sentire le lacrime che mi scendevano lungo le guance. Capivo che ero stato colpito, che tutto il mio corpo era crivellato, che stavo morendo anch’io, ma capivo nello stesso tempo che stavo piangendo perché ero felice di avere combattuto al suo fianco, perché, anche se stavo morendo, avrei voluto morire ancora di più».








pubblicato da a.moresco nella rubrica annunci il 22 aprile 2011