I cani dello Chott el-Jerid

Francesca Matteoni



Il Chott el-Jerid è un deserto, un lago salato, agglomerato di sabbie e cristalli rocciosi. Ma alla prima pagina dell’intensissima opera poetica di Andrea Raos che qui si ambienta, sapremo di entrare in un luogo privato/perduto, una casa inospitale in cui le concrezioni minerali escono come da sotto le palpebre, dalla saliva, da un rumore nel ventre. Il libro alterna prose a brevi poesie, dove l’allitterazione, le assonanze creano una nenia struggente che culla il lettore in quella zona d’ombra dell’amore quando si fa geografia dell’assenza e del desiderio (Come vado via dalla vita/così esco da te, tintinno piano). In questa desolazione si muovono poche figure emblematiche: l’io e il tu di una storia, paralizzato il primo in una distanza che sembra non aver allontanato o sanato nulla (mi inabisso nei miei mali/come spine inorgoglite del palmo), interlocutore muto il secondo; i cani, del titolo, presenze infernali e tuttavia inermi; un uccello del deserto, il sirratte, quasi proiezione sciamanica dell’io mandata in avanscoperta, ma anche e soprattutto incarnazione di quella parte di noi indifferente alla sofferenza, che ci fa dubitare della sincerità di ogni nostro sentire. Se questa lingua poetica affonda e ferisce, infatti, non è per la sua capacità di prendere atto del dolore, ma, al contrario per l’arrendersi a quello stato spiacevole di inadeguatezza alle passioni, per la sua discesa lenta in un limbo di immobilità, in cui i sentimenti per essere accolti devono scandirsi nell’elencazione di elementi - piante, oggetti, parti e secrezioni del corpo, che tornano circolarmente gli uni sugli altri, come una litania, una costrizione al vero, a quel poco di sensibile che resta. noi leggiamo e qualcosa si spezza - la sottile pellicola del rimosso su quello che non ci possiamo raccontare con mezzi "comuni": il fastidio, la nostra crudeltà, il soffrire di un abbandono in cui l’altro fuggitivo coincide con la nostra pochezza, un amare parcellizzato, mai totale. Sono secoli che aspetto questa storia, minima; un solo movimento che ci commuova, che sia rivelazione. Non è l’amore che finisce, potrebbe confessarsi l’autore e noi con lui, ma l’impossibilità di trattenere qualcosa, essere sempre colui o colei che tacciono, che escono, perfino quando immaginano con forza, quando si ribellano inquieti agli spettri – del passato, dell’insoddisfazione, del morbo profondo che sospende lo scorrere naturale del tempo. Occorre con uno sforzo tutto umano tornare in quel deserto del distacco, compiere un gesto, uno qualsiasi, fare scempio della propria vulnerabilità, perché la si possa finalmente toccare. Ecco perché la lingua sottrae, perché non c’è uno scatto lirico, ma un verbo esatto, crudele, una volontà che suggerisce di non avere pietà di se stessi. I cani, che si ammassano prima della violenza estrema, di un sacrificio senza altare, sono la fedeltà, la speranza innocente che la mano che si alza non regga il bastone, ma sono anche la malinconia del sangue, quella sostanza tutta fisica che morde da dentro, uggiola senza requie alle calcagna: servili e angoscianti, vittime composte della stessa ferocia che li devasta (Quanto dovrò camminare ancora/ per scrollarmi di dosso questi cani/ venuti dall’inferno per ghermirmi). Arriveremo alla fine con fatica, perché questa poesia non concilia, ci fa volgere lo sguardo altrove, sussurrare "io non sono così", proprio nel momento in cui meglio riconosciamo le mani che sono nostre e sono al buio, incapaci di una reazione alle cose del mondo. Cosa fa più male, ci chiederemo, la sofferenza, la perdita, l’ingiustizia inflitta o la sensazione che nessuna di queste sia davvero così importante, che c’è uno sguardo senz’affezione che ci sorveglia dal fondo? Dai sali del deserto, dal volo già levato di un uccello straniero. Che l’amore sia solo ciò che accade, senza pace, mentre cerchiamo di dare un senso alle nostre mancanze.

(Andrea Raos, I cani dello Chott el-Jerid, Arcipelago, 2011)








pubblicato da s.nelli nella rubrica poesia il 6 maggio 2011