Il momento migliore per riprendere il movimento...

Valentina Dolciotti



Si discute di politica. O meglio, di cosa, nella quotidianità, sia già nominabile come ’poltica’ e cosa ancora no.
Quale sia il confine, la soglia, che una volta attraversata, trasformi un qualsiasi gesto in agire politico.
Non intervengo nella discussione. Ascolto e basta. Ascoltare è già politica? Temo di no.
Poi però ci penso. Ci penso. E ci penso ancora.
E mi viene in mente che a Milano c’è un progetto che sta nascendo. Un Progetto con la p maiuscola.
E decido di scriverne, di raccontarne un pezzetto.
E di nuovo mi chiedo: scrivere, è già politica?
Forse sì.
"Cammina Cammina" è un’iniziativa che nasce da un’idea della redazione del "Primo amore".
L’idea, appunto, di camminare.
Di partire da Milano, di arrivare a Napoli. A piedi.
Perché? Nel comunicato-stampa, il sottotitolo che trovo è: L’Italia è divisa. Ricuciamola con i nostri passi.

Carissimo Antonio, l’idea del camminare per dire, camminare per comunicare, è stata sicuramente usata più e più volte in tempi e luoghi, anche lontani, in occasioni diverse… ciononostante trovo che non perda la sua forza: l’immagine di un corpo che fa, di un corpo che si muove.
E, muovendosi, dice.

Se tutto è, o appare, bloccato, ecco il momento migliore per riprendere il movimento. Se siamo, o ci sembra di essere, con le spalle al muro, non possiamo che spostarci in avanti. E, se si muove il corpo, si muove anche la mente. Se si fa qualcosa di difficile, qualcosa che sembrava impossibile, si sposta in avanti anche il nostro limite, si supera una prova e si acquistano fiducia e coraggio. Se poi lo si fa insieme ad altri, ci si convince che, come siamo riusciti a fare quella certa cosa che sembrava oltre le nostre possibilità, così possiamo fare anche altre cose che ci sembravano impossibili. Oggi ci sembra di vivere sotto una cappa, che non è solo politica ma che attraversa ogni cosa. Viviamo in un paese che non deve essere solo liberato da questa cappa ma che dovrebbe anche essere rigenerato da cima a fondo. Perché la vita non sta solo negli angusti confini dove ci hanno abituato a vederla i media, ha una radice e uno zoccolo che scende molto più nel profondo. E ci sono già, oggi, gruppi di persone -donne e uomini- che vanno in direzioni diverse e che stanno dentro la vita in un altro modo. Solo che le loro voci e le loro visioni e prefigurazioni del mondo non vengono fatte affiorare nel cosiddetto discorso pubblico e nelle campagne mediatiche, tutte schiacciate su un’unica dimensione della vita, che è quella della politica intesa in senso piccolo, misero. Noi vorremmo riuscire a incontrarci e a fare una cosa difficile insieme alle persone cui va stretta questa dimensione solo orizzontale del mondo. Essere come una lucina che si sposta in mezzo a tante altre lucine che già ci sono e che, magari per un momento, possono muoversi insieme nel buio che ci circonda.

Il nome dell’iniziativa, "Cammina Cammina", proietta subito il pensiero al mondo delle fiabe… immagino Pollicino che segue briciole di pane sul sentiero, o un qualsiasi personaggio dei fratelli Grimm disperso nella Foresta Nera. E chiedo: cosa risveglia in noi questa voglia di partire all’avventura? Cosa smuove? Quali corde fa vibrare l’idea di mettersi in viaggio solo con zaino e pensieri?
Hai ragione. C’è anche qualcosa di infantile in tutto questo. Ma, sprofondata dentro di noi, c’è anche questa fessura infantile e questa forza che spesso, con l’età adulta e con i mille compromessi che molti accettano nella vita e che sembrano quasi la condizione stessa per poter vivere, si spegne dentro di noi. Ma ci sono dei momenti nella nostra vita in cui bisogna dissotterrarla e portarla in salvo, perché le sole forze separate della politica e della cultura non ce la fanno a farci superare l’impasse. Perché ciò che muove e rende possibile e desiderabile la vita va molto al di là di ciò che si situa nella sola dimensione orizzontale della politica, mentre ci troviamo a vivere la nostra breve vita su questo piccolo pianeta che ruota attorno a una piccola stella in un braccio secondario di una galassia in mezzo a miliardi di altre galassie. Ci sono molte altre cose che contano, alcune delle quali abbiamo provato anche a nominarle nel piccolo scritto di presentazione di questa iniziativa: la salute, la forza interiore, la capacità di sentimento e pensiero, il fervore, l’allegria, l’altruismo, il rifiuto dell’ingiustizia, la libertà, l’amicizia, l’amore… Invece oggi sembra che l’unico idolo sia quello economico e che a questo bisogna sacrificare ogni cosa, che bisogna essere opportunisti, cinici, scaltri e disancorati per poter vivere. Non è così.
E’ tutto ancora e sempre da guadagnare e da riconquistare. Lo sa bene e lo sperimenta ogni giorno chi sa di trovarsi in una zona nevralgica della vita e conduce una battaglia prefigurativa. Questa intervista mi è stata chiesta da una ragazza che, fra le altre cose, prende parte alla redazione allargata di una rivista di pratica politica, di stampo femminista. Si potrà mai, anche venendo da strade diverse, arrivare alla stessa visione? Se così non fosse, davvero non c’è speranza.

La metafora del ricucire l’Italia con i propri passi ha qualcosa di forte, in sé. Di caldo, di materno. E, ripeto, di forte. Mi fa pensare ai rammendi che faceva mia nonna, all’ago che va su e giù e lascia piccoli tratteggi di cotone nella stoffa, gli stessi tratteggi che facciamo con la matita quando dobbiamo disegnare un tragitto.
L’idea di ricucire, è la convinzione che si possa partire da quello che c’è, e sistemarlo. Come un vestito.
Che non per forza sia più pratico, più comodo, buttare via e comprare nuovo; ma che la dimensione della cura abbia più forza di quella dell’acquisto.
La speranza che quest’Italia sia ancora un bel vestito, che cade leggero sui fianchi, e che abbia solo bisogno di essere rammendato.

Siamo stati indecisi se usare la parola "cucire" o "ricucire". Poi abbiamo scelto "ricucire". Forse perché, se avessimo scelto "cucire", era come dire che si partiva da una tabula rasa. Invece non è così, non è mai così. Forse perché è in atto una lacerazione, uno strappo, e allora bisogna compiere il gesto elementare e inarreso della ricucitura. Quanto al rammendo, non lo so se si tratta proprio di un rammendo, perché la parola "rammendo" fa venire in mente quel famoso proverbio sul rammendo che è peggio del buco. E poi, in questo caso, i punti sarebbero di quasi un metro, che è la lunghezza di un passo. Troppo, per un rammendo.

Lasciando domande e indicazioni più tecniche a chi vorrà partecipare alla marcia (e rimandando costoro a visitare il sito di "Cammina cammina" per aggiornamenti e informazioni), mi piacerebbe capire come sono state scelte le due città, Milano e Napoli, che faranno da parentesi al percorso.
Cosa simboleggiano, che carico di bellezza e fragilità e fatica e meraviglia si portano addosso.
Milano e Napoli perché sono le capitali del nord e del sud dell’Italia. Così, andando da Milano a Napoli passando per Roma, noi abbiamo ricucito e abbracciato gran parte del paese in cui viviamo. C’è stato un momento in cui ci è venuta l’idea che sarebbe stato bello poter fare di più, un cammino (cammino, non marcia, che è una parola che ci piace di meno) a forma di stella, con il segmento centrale (Milano-Napoli) verso cui convergevano altri segmenti fino a formare una stella (Torino-Milano, Venezia-Milano, Puglia-Napoli, Calabria, Sicilia e Sardegna-Napoli). Ma non vorremmo che, per volere fare troppo, non si riuscisse poi a fare niente. Chi lo sa che in futuro non possa esserci questa stella?

Infine, tornando all’incipit di questo raccontare: che cosa rende un gesto politico, distinguendolo da mille altri? Buttare una cartaccia per terra è un gesto politico? È già fare politica? Assistere in silenzio al maltrattamento di un immigrato senza biglietto sul treno è un gesto politico?
Inforcare lo zaino e camminare da Milano a Napoli per ricucire l’Italia, è fare politica?

Sinceramente, non sento molto la necessità di definire e di dare subito un nome a questa piccola impresa. Mi piace anzi che resti per il momento come una cosa così: indefinibile e gravida di possibilità. Anche perché alcune parole sono state logorate per il troppo e per il troppo misero uso, vogliono ormai dire poco, e quel poco che vogliono dire non ci riesce a portare lontano. È venuto di nuovo il momento di rinominare il mondo. Ci sembra che occorra attingere ad altre possibilità e ad altre forze che ci sono dentro di noi, magari atrofizzate e dormienti, a cui sta stretta la definizione orizzontale usa-e-getta della politica. Ma, se per politica si intende qualcosa d’altro, di più radicale e più grande, allora sì. Se poi tutto questo, quindi anche quella cosa che chiamiamo politica, può portare qualcosa di forte e di buono e dare anche un po’ di sollievo, un po’ di proiezione e prefigurazione anche alle nostre vite, meglio ancora.








pubblicato da ilprimoamore nella rubrica cammina cammina il 4 maggio 2011