Sulle gambe della potente libertà

Giorgia Fagà



Trascrivo qui, uno dopo l’altro e separandoli solo con una riga bianca, alcuni versi di una raccolta inedita di una poetessa siciliana di nome Giorgia Fagà. Io non sono un esperto di poesia e non sono un esperto di nulla. In questa successione di versi singoli o sparsi, e in qualche caso anche di poesie intere, troverete solo quello che è arrivato a me, non necessariamente il meglio, tanto meno l’intera raccolta. E’ solo il mio modo di leggerla e di trovare dei punti fermi al suo interno. Non è esaustivo di nulla, è solo uno scempio che l’autrice mi ha dato il permesso e la libertà di compiere.
Per dare leggibilità al tutto ho eliminato titoli, ho tolto stacchi, ne ho creati altri e, siccome non ci vedo bene, ci saranno sicuramente anche dei refusi che ci avrò aggiunto io ribattendo.
Insomma, ne ho fatte di tutti i colori: il peggior fabbro!
(Antonio Moresco)



Sulle gambe della potente libertà.


Spunta sfuggendo il serpente all’angolo
schizza l’anguilla
veloce ombra nera.

Chiuse le dita, tagliate le ali, cosa ti rimane della oh anima? Del tuo corpo cosa ti serve? Spira! Oh volatile dalla tua prigione! Nulla ti è dubbio adesso! La verità è fatta persona.

Con il tempo sottobraccio, sentivo, lontano, parole. E se mai mi fossi chiesta che fine aveva fatto il mio dolore, e se mai mi fossi chiesta che fine aveva fatto il mio pensiero, avrei evitato di sparare troppo in alto e di colpire quello che, un giorno, avrei compreso.

E cosa vuol dire se ascolti? Forse avresti sentito rumore di acque. Code notturne suonano. E tra vento e pensiero non si distingue più. Silenzioso accadere di voci. Un sasso, nell’acqua. Sono ancora viva.

Lontani e lontanissimi spazi non sento e se non sento non apro a me, me.

Bussa e nessuno apre. Bussa e nessuno risponde.

I fiori costruiscono alveari che costruiscono api e il palazzone di cera si rivela dietro l’angolo. La melassa congiunta profuma le galassie lontane e nell’ombra appuntita si spegne l’ultimo fiammifero.

Sarà tardi. Che ora è? Una luce sola nella casa. Sola ma con me. Come va? Non è questo. Che ora è? E’ buio dentro, fuori è buio.

Che ora è? Guardo fuori. Buio. Tace e tace.

Il muro grida, grida il vento gridano le orecchie le orecchie tue e mie e sembra di annegare un attimo prima ci sento e dopo no.

Nell’asciugare qualche straccio si è perso, ho perso me. Non c’è che dire! Niente intorno.

Eri tu. Immobile punto di riferimento dei miei pensieri, pensiero tra i miei pensieri, solco immondo mi tracciavi dentro la tua essenza. E nell’ombra che ti persuadeva già avevo deciso di amarti. Spogliarti da ogni sostanzioso peccato, ma rimanevi tu, sempre lo stesso folle crepuscolo, lo stesso trepido e scalpitante mattino. Mio concentrato passionale. Immobile, ancora. Così forte, ma così silenzioso. Avevamo trovato già, inconsapevoli, il nostro punto d’incontro.

Scavalcare te, come atto impossibile mi si presenta e la metrica non serve più. Non una parola può descrivere veramente te curva sottile e taciturna.

Una folata di vento mi accoglie in questa mia nuova Agrigento. Grandina la finestra che d’acqua piena nei vetri si ritrova e nella pozza che sotto io osservo, la mia immagine mutata dal viaggio intravedo. Nella burrascosa sera un’altra poesia m’assale musicando parole nella mia nuova Agrigento.

Che languido sovrastarmi d’odio! Poesia! Uccidersi, strapparsi e gioirne. Credi che io osi toccarti, parola? Non c’è mano non c’è dito non c’è tatto. Non tasto nulla se non le mie stesse mani le mie stesse dita Il mio stesso tatto. E mentre fuori nessuno sa della mia poesia un balcone si apre e i panni tesi, stesi da una donna simili ad ali appaiono. Mollette, attaccate, incollate, fissano l’uccello alla ringhiera. Crocefisso d’aria si muove e duole. La signora rientra dopo avere ucciso i lenzuoli.

Ti amo negro colore ossuto, ti amo come il fuggir degli astri, ti amo ma non ti amerei.

Che il mio corpo ti attenda non è certo, che l’animo si impigli sul tuo ciglio scuro e fresco invece è certo. Tu la mia fune tu la mia sicura tu la mia roccia. Orco, sopruso di immagini, mi hai sostituito di sicuro con un lago.

Sulle costole di un valzer sconosciuto io ti scrivo. L’equatore si è abbassato ieri e a me il continente si avvicinava. L’Africa nera pulsava e danzanti popoli sussurravano canti misterici.

C’è profumo su quel vestito e la tua protesta finalmente si rivela. Un fiore annega tra le piogge. E’ ancora inverno ma pare l’inferno.

Vento forza dieci ci forzi l’anima e un’anatra sospira all’agave. La notturna carnagione tua si stende sul prato. Una sola campanula nasce egocentrica da te. Sospiri e il treno è già passato.

E non piove più. Non c’è l’orto allagato la strada umida il fango agli argini dei fiumi. Non piove più. Al cimitero le tombe sono asciutte e le zampe del bue non lasciano l’impronta. Non piove più sui cavoli giovani non piove sulle uova infeconde non piove sulle bici arrugginite. Non piove più sul tetto dell’osteria sull’aratro fermo sugli stivali sulle foglie. Si intravede ancora qualche ramo battere per il vento. E già notte e la vita, diversa, si anima. Ma non piove più.

Mia madre ha messo le tende e dentro non c’è più neanche il sole. Avevo visto il mare una volta, ma adesso non si vede più. Mi ricordo le ombre brune sugli scogli, l’arrancare sottile dei granchi in inverno, i ricci sulle rocce, i gamberi nascosti nelle grotte. Mi hanno detto che il mare c’è ancora ma se non lo vedo non ci credo.

Zig zag fa la formica sul cornicione che a tentoni arranca. Il peso del pane non le importa. E’ la mollica che la trascina? Chiudo gli occhi e al pane spuntano i piedi.

Dovrei partire ma il dove si è perso nel come e non c’è più dove andare.

A galla salgono i pensieri di una lenza che a metà penzola tesa dal mulinello. Se la arrotoli lei si avvolge, stride se capita che sbagli. Sta’ attento: mentre leggi forse ha abboccato qualcosa.

C’è un morto senza meta che guarda in alto. Quanti sassi! Si è bucato, nel frattempo, il calzino dentro lo scarpone e fa freddo.

Vai pure e non guardare dal buco che ci separa, vai pure e non pensarci. Non è adatto il luogo non è adatto il tempo. E’ lontano l’ascolto, si allontana man mano che l’acqua sale.

Un riccio attraversa la strada, nessuno si ferma. Lui non si ferma.

Sono un pulcino e tutti i semi mi cadono dal cielo e le nuvole mi stanno attorno.

Tolgo le mani dal forno e le mangio. Non le ho condite ma le mangio comunque. Sono buone, buone e calde, ma quando finirò non le avrò più.

L’imbuto delle formose cose conosciute si apre, tubolare e liscio scende veloce e turbolento per il pensiero nuovo.

Non fa ancora freddo. La campana suona comunque ed è l’ora che io vada.

Nella notte, nelle ultime notti dense qualche silenzio tiene compagnia alle cicale. Che paura! Ma era solo un colombo.

Ho la tosse per il vento, ho appena indicato il cielo. Sulle teste delle persone non vola mai niente di speciale e se lanci qualcosa ritorna giù. Non avete niente di nuovo. La poesia ristagna e puzza, la poesia è puzzolente la poesia è vecchia la poesia è muta.

Il parto cesareo delle nuvole.

Etna fumante ti ho vista l’ultima volta. Ho pensato a quant’eri bella. Più sei lontana e più ti ricordo. Quanto fumavi! Sei esplosa e ti ho sentita ti ho sentita esultare buttar giù pareti, muretti, strade. Ti ho sentita esplodere, gridare. Ma quanto eri bella con quel cratere polveroso con quelle pendici larghe con quelle ciglia bianche!

Poi di tanto in tanto si fa sera più tardi e qualche odore nuovo risale le correnti. Tutti gli spigoli sfociano in un orizzonte.

Che farò? E per le strade umide e per i portoni vecchi e per i vecchi cani. Dove andrò? Tentennando tra gli spigoli tra le altalenanti inchieste tra gli altri occhi. E a cosa servono le cose? E le persone? E la lavanderia? Non mi guarisce non mi guarisce il sapone non mi guarisce il dentifricio. Le macchie dentro e le macchie fuori. Le muffe dentro e le muffe fuori. Non c’è scampo!

Non c’è più quello che avevo e nei mari stivati nei cortili sussurrano i fossili morti e cantano controvoglia. Le muffe scompaiono. Ed è gia mattina.

T’ho amato In modo scosceso. Ti ritrovo nel passo del granchio nelle ali del barbagianni negli abbracci degli altri amanti nei passi che non ci sono più. Non ci sei più. E t’amo in modo scosceso.

Tutti i giorni si fa sera più tardi in questa casa sparsa nella via in fondo all’altra via. In questi muri distanti si svolgono le ombre, nei palazzi sereni i pendii dei balconi si oscurano facendo nascere le finestre. C’è la sera nel cortile giù di sotto tra i buchi verdi della rete sulla terra nera sui lombrichi. Nelle vetrine scendono le saracinesche come vestiti di sacerdotesse. Si muovono i gatti tra il basilico e il rosmarino tra gli odori denunciati e latenti. Passa l’illusione della risposta sotto la fessura della porta.

Dispersi, coraggiosi. Pesci immobili ma tumultuosi sviscerano dalle branchie alcuni sussurri. Sussurro, ma quasi quasi vado via.

Osservare il piccione sopra l’avanzato corteggiamento che gli spetta, rapisce. Danza a tratti col collo che appare e scompare. Attraversa tetti e comignoli, balla, gira e balla. Tuba con pensierosi sussurri d’amore e non perde di vista l’amante. Da il suo colore grigio, verde, viola al sentimento che lo possiede. Mentre i cieli dietro azzurreggiano appena, galoppa sui cornicioni rincorrendo le zampe di lei che scappa. Ne passa un’altra e lei è già libera.

C’è un tempo per le cose scarse per le cose che si ricompongono per le cose piene. I tempi non si sottomettono.

Non sostengo più nulla e nulla mi sostiene. Mi perdo, accovacciata in un prato di castagne anch’io castagna. Quando sono sola mi sento il padrone del mondo senza doveri né pensieri. Quando sono sola alzo la persiana dura sulla chiesa, mi levo i vestiti e non li giro. Quando sono sola mi metto il pijama e divento “imperator”. Si chiude la porta e fuori l’albero ammaestra rondini. Che ci sia un nido anche per me?

Piccola e bruna foglia anima del vento colore del volo. Scuro, colorato il cielo. Sulle correnti vola gira si ferma. Ancora tre volte è spinta. Un raggio la trapassa, si mirano le sue verdi vene. Un attimo e poi, bruna, passa via. Sul tetto, vicino al camino, nero fumo la odora, la spinge via, più su. Folata fredda più in alto. Poi ferma, adagio il suo ventre alla terra. Tre giri e ondulante si accascia giù. Piccola e bruna foglia.








pubblicato da a.moresco nella rubrica poesia il 19 aprile 2012