Le rovine di Milano

L’imperdibile feuilletton critico di Giovanni Agosti



Sono possibili diversi approcci a questo libro, importante e nel contempo agile, definito dall’autore “feuilleton critico” e composto all’indomani della vittoria con cui Giuliano Pisapia ha espugnato quella Milano divenuta, quasi vent’anni fa, roccaforte del berlusconismo. C’è in primo luogo l’analisi della decadenza della città ambrosiana, un esame che muove dall’ambito della cultura in generale, con particolare attenzione alle arti figurative (Agosti è storico dell’Arte alla Statale). Questi sette capitoli, usciti originariamente su Alias, possono però valere anche da mappa per orientarsi nella dimensione cronologico-prosopografica: vedere chi e in quali momenti ha finto di non vedere, o addirittura contribuito al crollo le cui rovine sono oggi sotto i nostri occhi e chi invece vi si è opposto; capire come si è potuti passare da mostre storiche e ammirate in tutto il mondo come quella su Caravaggio curata nel 1951 da Longhi o quella che portò nel 1953 la Guernica picassiana nella Sala delle Cariatidi all’ignominia di celebrare a Villa Reale le sculture della sorella di Tremonti e al Castello Sforzesco quelle della moglie di Pietro Cascella, lo scultore del mausoleo berlusconiano ad Arcore.

Varie e variamente dolorose sono le tappe di un degrado che Agosti passa in rassegna fino a giungere al presente dello spaventoso Museo del Novecento, con le sue lacune informative (di molte opere è ignoto il fondo di provenienza e la data di acquisizione), con quella salita a spirale che ottiene l’unico scopo di evocare in trentaduesimo – e quindi con tragico effetto di ambizione strapaesana frustrata – la rampa di Wright per il Guggenheim di New York, con quadri e sculture esposte accanto a rumorose scale mobili da grande magazzino, con opere mortificate in collocazioni incomprensibili (si trasecola ad ammirare lo splendido “Notturno in Piazza Beccaria” di Carrà confuso tra materiali diseguali e raccolti senza criterio in una sala che precede l’ascesa alla terrazza.

È questa solo l’ultima delle Rovine descritte da Agosti, coincise – e non può essere un caso – con la conquista di Milano da parte di forze politiche come la Lega Nord e il partito-azienda berlusconiano. Forze il cui concetto di cultura e di spirito civico è ben esemplificato nella contemporanea collocazione all’interno del Consiglio Regionale lombardo dell’igienista orale di Berlusconi (in virtù forse delle sue spesso sbandierate competenze linguistiche) e del pluribocciato (alle superiori…) figlio di Umberto Bossi. E per stornare la tristezza che coglie chiunque si trovi ad accostare questa genìa all’arte, al teatro, al cinema che avevano reso Milano una capitale dell’eccellenza culturale, ci si immerga in questo libro come in un prezioso album di gloriosi ricordi che la memoria enciclopedica di Agosti fa rivivere davanti ai nostri occhi, un atto d’amore per quella che Alberto Savinio (le cui tele si tornava spesso ad ammirare nelle sale del soppresso CIMAC) definì «la più romantica delle città italiane».

Giovanni Agosti, Le rovine di Milano, Feltrinelli, pp. 95, euro 9.

Una versione più sintetica di questo articolo è stata pubblicata su «Pulp Libri», n. 95 (genn.-febbr. 2012)








pubblicato da t.lorini nella rubrica arte il 12 marzo 2012