La catastròfa

Paolo Di Stefano



L’8 agosto era una serenata mai vista in Belgio, bella e tranquilla, una giornata di sole mai vista, senza una nuvola nel cielo. Io ero a casa, avevo uscito a riprendere un orologio tascabile da un orologiaio, ho visto il fumo al Cazier, mi credevo che era le fascine delle armature per le frane, pensavo che era quei legnami che bruciavano. Dovevo discendere alle due per il turno mio del pomeriggio, e gli operai delle due siamo andati tutti quanti là davanti al Cazier a vedere, non usciva il fuoco, usciva le lampe dal pozzo di 1035 metri, uscivano certi pezzi di carbone così, come la lava dell’Etna, la gente gridava, c’era la fifa, ma io che ho fatto la scuola lo sapevo che quando la lava esplode è grisù, è gas, capito? L’ho studiato, per quello lo so. Io avevo fatto il corso, che è come il salvataggio, allora ho sceso. Scendo a 715, dove stava Camillo e il fratello Rocco, morti tutti e due. Ho visto i morti. Arrivata la sera li potevi riconoscere ancora, dopo stop, dopo erano irriconoscibili. Un italiano di Vicenza, un italiano della Padania… - ah ah ah… bella barzelletta, ’sta Padania -, un mezzo scemo che non capiva niente, si è salvato a 715 metri con due belgi che si hanno rovesciato un vagone per coprirsi e così si sono salvati. Poi il vicentino della Padania se n’è andato a lavorare in un’altra miniera. I restanti erano morti. A 715, dove ci lavoravano quasi solo flaminghi che venivano da vicino Bruxelles con l’autobus, quelli che sono stati rimontati la sera erano tutti riconoscibili, come i due fratelli Iezzi, ma dopo non si riconosceva più nessuno. Rocco e Camillo sono stati recuperati dalla società del pozzo nuovo, erano portoghesi e avevano i capicantiere italiani che risiedevano in Francia.
Io sono l’unico di Manoppello che ho sceso giù a 1100 metri, dopo quattro o cinque giorni. L’ascensori non ci stavano più, erano precipitati al fondo perché si era bruciato il cavo. Allora come fortunatamente si stava costruendo il pozzo nuovo, siamo andati giù da lì con la carrucola, che ti dovevi imbrigliare come un cavallo sennò andavi di qua e di là. I soccorritori che avevano fatto i corsi anche nelle altre miniere, siamo andati giù. So’ arrivati perfino i tedeschi. Che abbiamo visto? I morti, che volevi vedere? I morti che stavano là. La prima volta siamo scesi a 835 metri, da lì si è fatto i varchi bassi così, dove si passava uno alla volta e si è cominciato a discendere da 907 a 975, ma arrivati là, dove è successa la disgrazia, era un massacro, non si passava, non c’era fumo ma tanto caldo. Abbiamo dovuto tirare un po’ di roba, di macerie e passare per arrivare a 1035 metri dove stavano i morti-morti. Ce n’erano da tutte le parti.
Dopo un anno passato, nel mese di novembre, io ho ritirato altri morti a 907 metri, c’erano anche due italiani, uno era di Macerata, Davilio Scortechini, e l’altro, Mario Piccin, era di Treviso. Stavano alla sala delle macchine a nafta, ci potevano restare perché lì ci arrivava l’aria buona. Più avanti c’erano i cavalli che erano nei fronti dove si cavava il carbone. La più puzza che faceva erano i cavalli, mamma mia… Come potevano essere quei cadaveri? La moglie del trevigiano mi diceva: ha un orologio e una medaglietta con sant’Antonio. L’abbiamo riconosciuto per quello. Il marchigiano si sapeva che aveva le scarpe con la punta di ferro. Così l’abbiamo potuto riconoscere. Per il resto non ci stava più niente, solo gli ossi. Anche i binari erano piegati, e c’era una puzza di cadavere, ancora un anno dopo… Io la puzza me la sono portata per due o tre anni. Come tornavo a casa, mia moglie mi diceva: sento una puzza…
C’era l’acqua, è naturale, ma chi la dice la scemenza che sono morti annegati? È na scemenza. Quelli che hanno provato a scappare per salvarsi verso il pozzo, s’ha asfissiato e ha rimasto lì caduto, dunque quando hanno buttato l’acqua dal giorno, erano già morti. Noi con i canotti e con gli stivaloni li abbiamo trascinati dove non ci stava l’acqua. Lo zio di mia moglie, l’abbiamo trovato vicino a una vasca dove si beveva i cavalli, lontano un chilometro da dove lavorava, ha corso e è rimasto lì stecchito vicino alla bacinetta delle bestie. Questa è la vita.

Alla fine, anche Nunzio non vorrebbe lasciarti andare e sulla porta ti mostra un sasso rosso: «La vede, questa pietra? Bolliva ancora dopo un mese, perché c’era ancora il fuoco. L’ho presa nella stalla dei cavalli, dove sono morti i miei compagni».








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 12 aprile 2011