Africa rosso sangue

Andrea Amerio



Ai libici pro Gheddafi catturati i rivoltosi promettono salva la vita. La morte invece attende i giovani e giovanissimi mercenari che hanno accettato il denaro del colonnello. Si parla anche di Rumeni, ma la maggior parte dei mercenari pare provenga dall’Africa sub-sahariana: dal Ciad, dalla Nigeria, dal Mali, dal Benin, dal Kenya e da una miriade di altre regioni dimenticate.

Chi sono questi ragazzi? Da quale ulteriore orrore provengono? Quale disperazione li ha condotti a cercare una paga uccidendo e facendosi uccidere? Anche cercando di distogliere lo sguardo dal video, li ho visti comunque, disarmati e caricati sui camion aperti, in viaggio nel deserto verso la loro ultima destinazione. Hanno i capelli corti, la testa nera e lucida di sudore tra le mani. Viaggiano verso la morte. Seduti sul rimorchio aperto dei furgoni, sentono il vento caldo del deserto sulla pelle prima della fossa, prima della scarica di mitra.

Mi chiedo perché Gheddafi sia riuscito in questo ulteriore reclutamento contro la sua popolazione, e dove abbia trovato i soldi per assoldare venticinquemila ragazzi – le stime sono della lega libica per i diritti umani. Perché non si è potuto evitare che ciò potesse accadere? Perché esistono questi immensi bacini di morte pronti ad esplodere o a essere usati?

L’Africa è segnata da uno storia talmente tragica che pare impossibile abbracciarla in un solo sguardo: è come se la shoa e i quattordici anni di follia di Hitler là si fossero susseguiti senza sosta, con continuità marziale, senza tregua: una successione di "pagliacci e mostri", come recita il titolo di un libro di L. Sanchez Pinol dedicato alla "storia tragicomica di otto dittatori africani".

È come se la vocazione politica di quei Paesi fosse affogare nel sangue le loro popolazioni, ed è ciò che hanno fatto lungo il secolo scorso Hailé Selassié in Etiopia, Sékou Touré in Guinea, Amin Dada in Uganda, Bokassa nella Repubblica Centrafricana, Banda nel Malawi, Mobutu Sese Seko in Congo, Macías Nguema nella Guinea Equatoriale. È come se il male là si incarnasse a più riprese, sempre più radicato e inestirpabile.

Per questo temo che altri violenti conflitti siano sul punto di deflagrare, conflitti al cui confronto le battaglie di al-Zawiyah e Tripoli potranno sembreranno qualcosa di relativamente piccolo e marginale. Gli attori di tale dramma saranno popoli come quelli che hanno fornito i mercenari al colonnello. Popoli che hanno subito torti inenarrabili, ad opera di governi che fanno sembrare l’Egitto di Mubarak una socialdemocrazia nordica, Ben Ali e Gheddafi innocui caudillos lievemente allergici alle istituzioni democratiche e Berlusconi, il papa buono. Popoli stremati da decenni di ingiustizie e soprusi, saranno gli attori di un conflitto la cui spietatezza sarà direttamente proporzionale al fatto di non avere nulla da perdere se non una vita che per il mondo non vale assolutamente niente.

Ogni pagina della storia africana gronda sangue. Passandola in rassegna non si può non essere colti da vertigine. Anche guardando al presente, o al recente passato si comprende rapidamente che almeno una decina di stati africani sono ancora saldamente nelle mani di criminali arroganti, avidi e senza scrupoli che hanno conti milionari in patria e all’estero, che tengono in pugno l’informazione e la giustizia. Sono accusati di brogli elettorali, repressione contro le forze d’opposizione, detenzione arbitraria di dissidenti, torture e omicidi di giornalisti, di politici, di comuni cittadini, di intere popolazioni. Per non parlare dello sperpero dei soldi dello Stato, della corruzione e dei clientelismi vari che contribuiscono ad arricchire la loro cerchia lasciando i propri cittadini senza assistenza medica, senza scuole, strade, ospedali.

In Sudan c’è Omar al-Bashir, all’attivo due guerre, una ventennale contro il sud che si è conclusa nel 2005, l’altra in Darfur, dove permane una catastrofe umanitaria che il governo sudanese continua a minimizzare. Poco distante c’è Isaias Afewerki, presidente dell’Eritrea, ultimo Paese in Africa per la libertà di stampa, noto per la sua antipatia verso i giornalisti critici del suo regime. In Ciad troviamo Idriss Deby, degno successore del sanguinario Hissene Habrè, di recente accusato di comprare armi con i soldi della Banca Mondiale donati per progetti di sviluppo. Sul versante atlantico, ci accoglie Maaouiya Ould Sid Ahmed Taya, che dal 1984 guida la Mauritania, dove ancora permane il problema della schiavitù e dei diritti umani. Più a sud, c’è Lansana Conte, che governa la Guinea con il pugno di ferro da più di due decenni, e nella Repubblica del Congo ci aspetta Denis Sasso-Nguesso, protagonista, alla fine degli anni Novanta, di una sanguinosa guerra civile durante la quale i miliziani a lui fedeli, riuniti in un gruppo armato chiamato Cobra, si sono macchiati di numerose atrocità contro la popolazione civile. Theodoro Obiang Nguema è presidente della Guinea Equatoriale dal 1979, anno in cui fece uccidere lo zio (il già citato Macías Nguema) e salì al potere, diventando uno dei più feroci despoti della storia contemporanea del continente africano. La Repubblica Centrafricana è nelle sapienti mani del generale golpista François Bozze, il minuscolo Swaziland è tiranneggiato dal giovane re Mswati III più preoccupato di scegliere giovani vergini e lussuose mercedes per la sua residenza che al fabbisogno della sua popolazione, poverissima e falcidiata dall’Aids. E come non ricordare Robert Mugabe, padre-padrone dello Zimbabwe dal 1980: un curriculum di barbarie lungo un quarto di secolo (le ultime contro i latifondisti bianchi, whitefarmers, tanto efferate da scomodare Condoleezza Rice, che ebbe a definire lo Zimbabwe "uno degli avamposti della tirannia". Il Togo non se la passa tanto meglio: nel 2005 è morto Eyadema Gnassigbe, uno degli ultimi grandi oligarchi del panorama politico africano, per quasi quarant’anni leader incontrastato e assoluto. Alla sua morte il figlio si è autoproclamato presidente ma fortunatamente la rabbiosa reazione della comunità civile togolese e dalle istituzioni africane hanno scongiurato l’ennesimo coup d’etat e la nascita di una nuova casa regnante. Ma queste vittorie spesso sono fragili, e inficiate da un potere corrotto e implacabile che non ne vuole sapere di sparire. E per farlo sparire certo non basteranno, i mondiali, le vuvuzelas e il waka waka.

Secondo alcuni esperti, il rafforzamento delle istituzioni e delle società civili ha avviato l’Africa sulla strada della democratizzazione. Certo, vero è che dove più fondo è il buio, più brilla, miracolosa, la luce; ed è grazie a Nelson Mandela se il Sudafrica s’è liberato dall’apartheid (sulla sua quella strada si è avviato anche l’attuale presidente, Thabo Mbeki), però mi pare decisamente troppo presto per cantare vittoria. Forse è vero che l’era dei dinosauri della politica africana sta finendo, come sostengono alcuni autorevoli osservatori internazionali e studiosi di geografia politica, ma certo la loro estinzione è un’agonia che continuerà a mietere vittime: ci sono ancora troppi Paesi in mano a pazzi sanguinari: Somalia, Repubblica Democratica del Congo, Sierra Leone, Liberia, Angola, e Burundi versano in condizioni allarmanti; le elezioni del 2008 in Zimbabwe hanno prodotto conflitti violenti e così è stato in Kenya l’anno prima.

Ora è il turno della Nigeria, un gigante uscito dal regime militare solo nel ’99 che tra meno di due settimane è chiamato al voto. I morti durante questa campagna elettorale si contano già a decine. Addirittura forse anche peggio la situazione in Costa d’Avorio, dove l’esercito del neo-eletto presidente Ouattara, sta combattendo feroci battaglie in ogni città del Paese. Daloa, Belleville, Duekoue, San Pedro, sono funestate da scontri armati casa per casa e le esportazioni di cacao, prima risorsa nazionale, sono in grave pericolo. Fonti Onu riferiscono che Laurent Gbagbo, autoproclamatosi presidente unico, ha inviato le sue milizie a presidiare diversi villaggi e cittadine, ed avrebbe ordinato ai soldati di aprire il fuoco sulla folla anche nella piazza principale della capitale Abidijan, dove almeno 15 persone hanno perso la vita ed oltre un milione sono in fuga verso le frontiere, già attraversate da oltre centomila profughi. Il conto attuale dei morti pare si aggiri oltre le 500 persone da quando nell’ottobre 2010 è scoppiato il conflitto, in occasione delle elezioni. La Commissione Elettorale ha nominato Ouattara nuovo presidente con il 54,1% dei voti. Laurent Gbagbo ha rifiutato di lasciare il potere ed ha costretto la Corte Costituzionale ad invalidare un numero sufficiente di schede per decretare l’annullamento del suffragio elettorale. Inoltre, l’odio tribale è scattato quando i due presidente hanno organizzato due cerimonie di giuramento e di insediamento, ed hanno formato due governi. Secondo l’Onu, il legittimo presidente è Ouattara, tuttavia il Paese è preda di indicibili atrocità, ed è sull’orlo di una guerra civile dai prevedibili esiti disastrosi.


Fonti

http://www.un.org/fr
http://www.ispionline.it/it/documents/Commentary_Mondelli_15.03.2011.pdf
http://it.peacereporter.net








pubblicato da a.amerio nella rubrica giornalismo e verità il 31 marzo 2011