Chi di voi conosce uno scrittore di nome Giuseppe Occhiato?

Antonio Moresco



Ho ricevuto qualche giorno fa, dalla vedova di uno scrittore morto l’anno scorso, di nome Giuseppe Occhiato, un gigantesco romanzo in tre volumi, di quasi millequattrocento fittissime pagine, intitolato Oga Magoga.

Leggo, alla base della copertina, che è stato pubblicato da "editoriale progetto 2000", una sigla che non avevo mai sentito nominare.
Mi era già capitato due o tre anni fa di incrociare un libro di questo scrittore (nato a Mileto nel 1934 e morto a Firenze nel 2010), intitolato L’ultima erranza e che era il terzo e ultimo romanzo pubblicato (presso Rubbettino) da questo autore calabrese pressoché sconosciuto. Lo avevo apprezzato e gli avevo scritto. Lui mi aveva gentilmente risposto. Poi più niente: molti mesi dopo ho saputo che nel frattempo Giuseppe Occhiato era morto.
Ora ricevo questo incredibile libro, per la cui lettura, nei prossimi mesi, voglio trovare lo spazio e il tempo nella mia vita. E’ il secondo romanzo di questo scrittore, il libro della sua vita. In una nota che compare alla fine di Oga Magoga si legge:

"La vicenda e la cornice storica del romanzo risalgono a quando ero un ragazzo di quasi dieci anni. Nell’estate del ’43 si verificò il bombardamento di Carasace, mentre io e i miei eravamo sfollati a Jòrii. Restammo nei campi per tutta quell’estate, fino all’otto di settembre. Per me furono giorni indimenticabili. Tra il ’54 e il ’56 scrissi la prima stesura del romanzo.
Successivamente la distrussi, ma subito dopo la recuperai ricomponendola pezzo per pezzo come un mosaico. Tra il ’59 e il ’60 mi applicai alla seconda stesura. Nel ’63 alla terza, inviata a diversi editori per la pubblicazione ma respinta perché di ambientazione calabrese, e nel ’77 alla quarta. Nel 1981 la riscrissi per la quinta volta. Quasi una vita. Nel 1989 pubblicai Carasace, il giorno che della carne cristiana si fece tonnina, una cronaca-romanzo in cui descrivevo l’episodio più cruento di quell’estate, e in una dozzina di pagine condensavo pure la vicenda di Rizieri e di Orì. Nessuna delle precedenti stesure fu pubblicata. La presente è stata composta ed elaborata in nove anni di lavoro, tra il mese di gennaio del 1990 e il mese di novembre del 1999. I personaggi e i luoghi, salvo qualche modifica, sono quelli della stesura originaria."

Leggo nella biografia che l’autore si interessava anche di storia dell’architettura di età normanna, su cui ha pubblicato diversi scritti. Altre cose si possono sapere da un libro di Emilio Giordano, appena uscito per Rubbettino (I mostri, la guerra, gli eroi – La narrativa di Giuseppe Occhiato), che è una rilettura più generale e un atto d’amore per l’opera di questo sconosciuto scrittore.
Gli operatori culturali italiani, quando non sono impegnati nelle loro pratiche di sottogoverno e nelle loro marchette, si lagnano un giorno sì e uno no sul fatto che in Italia mancherebbe questo e mancherebbe quello. Salvo poi - quando quello che mancherebbe invece c’è- non voler vedere, girare la testa dall’altra parte per poter continuare a dire che in Italia mancherebbe questo e mancherebbe quello.
Sfoglio i tre volumi che ho appena ricevuto, leggo qualche frase qua e là. E’ un romanzo scritto in una lingua ricca, inattuale, gravida della potenza espressiva che viene anche dal dialetto calabrese, come avviene anche, con il dialetto siciliano, in Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, un capolavoro su cui ho già cercato di dire qualcosa e che continua a rimanere pressoché invisibile nel nostro arreso e infelice paese. Perché succede anche questo, di dover leggere un giorno sì e uno no le solite lagne sugli scrittori italiani che scriverebbero tutti in una lingua piatta e televisiva e poi di vedere libri che dimostrano in modo clamoroso il contrario camminare da soli nella notte che ci circonda.
E poi c’è anche un’altra cosa da dire, mi pare: l’ostracismo nei confronti della ricchezza linguistica e mitico-esistenziale che si sprigiona a volte dall’immaginario del nostro sud, che appaiono evidentemente fuori misura a chi legge e tara i libri col bilancino e con piccoli standard. In questi anni, da molti anni, vivere in Italia è fonte di infelicità, non solo per le note vicende politiche ma anche per quello che sta succedendo nel nevralgico mondo della cosiddetta cultura o in ciò che resta di essa.
Trascrivo due capoversi di questo libro che ho appena ricevuto, per darvi un’idea della lingua. Il primo è l’incipit del libro, il secondo un brano intercettato a caso, ad apertura di pagina, ma tutto questo sterminato libro è scritto così:

"Finché non arrivò là, proprio in vicinanza delle case di Santocostantino, la stella farota ancora gli luccicava nella mente; ma il suo splendore era stato a poco a poco offuscato da quello della stella diana che si faceva sempre più vivo e stralucente. Erano le prime due stelle del Tre Bastioni suo particolare, ed erano due femminuzze scelte, la prima annomata Mata Fara e la seconda Dianora; la terza, che ancora doveva pigliarselo in carico, era annomata morte, anzi Mortedamazza, oppure Mortemagara, affanculo a issa."

"Fara si preparò. Si sciolse le trizze e sciaventò la capellatura lucente sulle spalle. Nel suo aspetto si annugolavano tempeste, dragonare, ventirogani. S’inginocchiò sulla praia, rivolta verso la costiera bagnarota dove quel trastullante a quell’ora doveva già essere arrivato. Si cacciò, allora, fuori dalla scollatura le mammelle che erano bianche come il latte, morbide e gonfie come forme di tuma e, tenendole sollevate con le mani, affissò il riconco dei celesti e partì con le maledizioni contro di lui."

Ma forse hanno ragione loro: che cosa c’entra tutta questa potenza, ricchezza e bellezza con l’Italia di merda di questi anni?








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 30 marzo 2011