L’uomo dimidiato

Mo Yan



Qualche tempo fa ho scoperto uno scrittore straordinario di nome Mo Yan. Trascrivo qui una sua pagina tratta da Il supplizio del legno di sandalo, un romanzo pubblicato da Einaudi nella traduzione di Patrizia Liberati, un epico racconto anche di denuncia sulle torture di ogni tempo. Spero che qualcuno – nell’affanno dei giorni e nelle impellenze del quotidiano – trovi il tempo per leggerla e fare la conoscenza di questo incredibile autore. Avverto gli animi più sensibili che si tratta della descrizione – alquanto cruenta – di un’esecuzione raccontata da un apprendista boia. Un uomo possente, il "custode", viene condannato a essere diviso in due ma accade qualcosa di imprevisto. (m.r.)

Il giorno dell’esecuzione nella piazza del patibolo di Caishikou era affluita una marea di gente: il popolo era stufo di assistere a decapitazioni ma questo cambio di programma era una novità interessante. L’ispettore all’esecuzione era il viceministro delle Punizioni, Sua Eccellenza Xu, era presente anche il ciambellano della Corte suprema, Sua Eccellenza Sang, insomma avevano fatto le cose in grande. Per preparare l’evento il gruppo dei boia era stato in piedi tutta la notte, la Nonna aveva affilato personalmente la grande scure Xuanhua, e la Prima Zia e la Seconda Zia si erano occupati di preparare il bancone, le funi e quant’altro in mancanza della Zia Minore, morto da poco di malattia. Avevo sempre pensato che per questo supplizio servisse la spada, in realtà, mi disse la Nonna, dall’epoca del patriarca fondatore era sempre stata usata la scure. Allorché stavamo per avviarci, la Nonna però mi fece portare anche la grossa spada, a scanso di imprevisti.
Quando il custode venne accompagnato sul patibolo, aveva bevuto troppe coppe di "ultimo vino", era fuori di sé, aveva gli occhi rossi e la bava alla bocca: sembrava un toro impazzito. Le grosse braccia, quando si agitavano, erano dotate di una forza sovrumana. La Prima Zia e la Seconda Zia non riuscivano a trattenerlo. A vederlo scatenarsi il pubblico esultava; più loro si entusiasmavano e più lui delirava. Con molta difficoltà riuscimmo finalmente a stenderlo sul bancone. Davanti la Prima Zia gli reggeva la testa, dietro la Seconda Zia gli teneva ferme le gambe. Ma lui non stava fermo un attimo, e roteava le braccia come correggiati per battere il grano; i piedi scalciavano simili a zoccoli di cavallo; si contorceva come un serpente, inarcava il dorso come un verme. L’ispettore stava perdendo la pazienza e, senza aspettare che riducessimo il custode alla ragione, diede in fretta l’ordine di procedere. La Nonna fece roteare la scure alta sulla testa, poi la calò giù con violenza. Un bagliore bianco e una folata di vento. Quando aveva alzato la scure, tra gli spettatori era calato un silenzio perfetto; quando la scure si abbassò, dalla folla di levò un grido di esultanza. Udii un sibilo e vidi qualcosa di rosso schizzare verso l’alto. I visi della Prima Zia e della Seconda Zia si coprirono di sangue. Il colpo non aveva troncato il custode a metà: il lavoro non era riuscito. Mentre la scure calava, il custode si era contorto spostandosi di lato, e il busto gli era stato tagliato soltanto a metà. Le sue grida atroci coprirono l’esultanza della folla. Le budella erano sgusciate fuori, spargendosi ovunque. La Nonna avrebbe voluto concludere il lavoro, ma il colpo appena sferrato era stato così forte che la scure si era andata a conficcare profondamente nel bancone. Per sbrigarsi a estrarre la scure, senza volerlo aveva imbrattato di sangue il manico che era ormai viscido come un lombrico e non poteva più essere afferrato saldamente. Gli spettatori rumoreggiavano disapprovando. Le membra del custode si dimenavano, le sue urla inverosimili atterrivano il cielo e scuotevano la terra. Vista la situazione, decisi di intervenire e, senza aspettare istruzioni dalla Nonna, mi precipitai in avanti brandendo la spada con entrambe le mani e, a denti stretti e occhi chiusi, la calai con forza sullo squarcio già aperto troncando il custode a metà. In quel momento, la Nonna si riprese e, volgendosi verso l’ispettore, urlò: "L’esecuzione è completata, preghiamo le Eccellenze di voler ispezionare!" I funzionari erano sbiancati: stavano immobili come galline di legno. La Prima Zia e la Seconda Zia allentarono la presa delle mani insanguinate e si rizzarono confusi. La metà inferiore del corpo del custode, a parte essere contratta dagli spasmi, non si muoveva più di tanto. Ma la metà superiore… sconvolgente, se me l’avessero raccontato non ci avrei creduto, e anche avendolo visto con i miei stessi occhi, continuavo a pensare che fosse solo un incubo… otto su dieci, quel tipo in una vita precedente era stato una libellula, riusciva a muoversi anche senza la parte posteriore. Lo vidi rizzare il torso dal terreno sostenendosi con le braccia e saltare sulla piattaforma. Sangue e budella si erano attorcigliati attorno ai nostri piedi. Il viso era di un giallo lucente come se fosse stato laminato d’oro. La sua bocca larga mugghiava come una barca tra le onde in tempesta: non era chiaro cosa stesse urlando, fiotti di sangue e schiuma schizzavano fuori in continuazione. La cosa più curiosa era la sua treccia, curvata verso l’alto, come la coda di uno scorpione. Rimase per un po’ alta sulla testa, poi si afflosciò. In quel momento sotto il palco calò il silenzio assoluto: i più coraggiosi continuavano a guardare, i fifoni si erano coperti gli occhi. Ce n’erano alcuni deboli di stomaco che vomitavano rumorosamente. Gli ispettori erano fuggiti a cavallo. Noi quattro, come fantocci sul palco, contemplavamo a occhi spalancati le portentose evoluzioni del mezzo custode. Si dimenò giusto il tempo che occorre per fumare una pipa, poi crollò malvolentieri a terra, la bocca ancora mugolante. Se aveste tenuto gli occhi chiusi, avreste avuto l’impressione di sentire il vagito di un neonato.








pubblicato da m.rossari nella rubrica il dolore animale il 28 marzo 2011