Il tocco della miseria

di Maria Cerino



Si pensa che gli enormi stravolgimenti riguardanti le persone si compiano sempre nel ventre di scene madri; una malattia, per esempio, incurabile, di morte veloce o curabile solo un minuto prima della morte e lunga e logorante tanto da alludere a una rinascita e quindi a una vita nuova, così a un grande stravolgimento; o a un assassinio, a un’altra morte che subisci in modo differente, inaspettato a cui inizi a pensare solo un istante dopo che è accaduto o lo hai saputo e la sua eco si ripete costantemente, ti assilla con E se io, e se io con tanto metodo da fare di te non più ciò che sei stato ma ciò che saresti potuto essere se quel giorno avessi deciso di tenere tuo fratello in casa, per esempio e sottrarlo così alla mano dell’uccisore; o al giorno in cui avete confessato a una vostra amante di amarla completamente ignorando l’infelicità che sarebbe seguita, la rinuncia alla tranquillità, l’autorizzazione che le avete concesso a derubarvi e ingannarvi e ancora mentirvi – ricattabili fino al midollo –, tutto, lasciandole tutto, attraversarvi la mente, tenervi in sospeso, divorarvi la vita (perché questo vogliono le amanti, annullare la nostra storia, portarci all’anno zero della nostra esistenza, prima della ricchezza, prima della famiglia che abbiamo costruito, del lavoro che abbiamo scelto: ci odiano, le nostre amanti e con insistenza), come i ratti della mafia cinese messi in gabbia sullo stomaco dei torturati, e scavano sulla pelle fino alle interiora, velocemente con denti e artigli e fame e incomprensione – vogliono solo una via d’uscita, i ratti, non la vedono neppure la persona – fin dove è morte per la libertà che la gabbia sospesa in testa non gli permette, nemmeno Dio giudicherebbe il ratto per tanta infelicità terrena; o, anche, quando muore tua madre e smetti d’esser figlio per sempre.

E quando al malato viene diagnosticata la malattia con lo stadio avanzato che ne indovina la fine e se fino al giorno prima ha camminato da quel momento esatto le sue stesse gambe smettono di sorreggerlo allo stesso modo, il suo colorito si fa bianco, l’appetito scompare e non a caso i medici la misurano così, la malattia, per quanto ti toglie della tua vita normale nel momento esatto in cui te la comunicano, prima e anche senza la potenza devastante di alcune cure; e poi il senso di colpa e il terrore che ogni cosa si faccia morte, che l’assassinio è entrato in casa tua come concetto, come realtà probabile e ti assilla la possibilità che tu possa non tanto esserne vittima quanto attore perché di certo non lo avresti detto violento o folle il vicino che ha ucciso a coltellate tuo fratello e ora ogni cosa ti sembra mobile, di un’autenticità arcaica, la tua volubilità al centro del mondo; e, ancora, dover affrontare la tristezza remissiva di tua moglie davanti a un’ammissione di colpevolezza, perdere la possibilità della scelta, sentirsi per il tempo che resta da vivere il risultato di un perdono o di una vendetta; accettare di essere padre e essere madre in senso assoluto, questo accade come conseguenza di grandi stravolgimenti.

I ladri sono entrati in casa mia in tarda serata. Mia moglie ed io dormivamo e non abbiamo sentito nulla; lei dice che è un bene, che avrebbero potuto ammazzarci, folli come si sentono molti di loro – e non che non abbiano nulla da perdere ma la vergogna, il guardarsi in faccia nella merda è roba per chi non ha alcuno scrupolo e mica perdono tempo a rubare televisori e computer in ville, quelli – se, per esempio, mi fossi alzato per mangiare di nascosto un pezzo di torta per la voglia notturna di dolce che spesso mi prende manco fosse fame o peggio ancora sete. Mia moglie svegliandosi prima di me si è trovata in mezzo alla confusione di divani ribaltati, cassetti aperti, vestiti e stoviglie sul pavimento, mi ha chiamato dalla cucina e quando l’ho raggiunta e l’ho vista là, in mezzo alle nostre cose che manco mi sembravano più nostre – mi sembravano, invece, un trasloco sbagliato e finito frettolosamente di uno dei nostri figli tornato a casa carico di delusione – non mi è apparsa turbata se non in maniera retroattiva per ciò che poteva essere. Per i due giorni successivi siamo stati completamente impegnati a rassettare le stanze, riacquistare gli oggetti rubati – elettrodomestici, soprattutto; per i gioielli è un po’ più lungo il recupero, avviene nel tempo – e, a differenza di molti nostri vicini che si sono ritrovati con i ladri in camera da letto, la nostra vita non ne ha risentito, non abbiamo avuto quel panico che porta molti dei derubati a cambiare abitazione, indirizzo, città e attivare sistemi di sicurezza, mettere davanti al cancello cani affamati o persino armarsi. O meglio, non ne ha risentito mia moglie e io non dal primo momento e non in quell’ansia bulimica di difesa.

Al terzo giorno, dopo aver sistemato il televisore in sala da pranzo – lo stesso modello di quello sottrattoci, la stessa casa produttrice, stesse dimensioni e uguale colore – sedendomi a guardare il solito programma preserale, nulla più mi è sembrato pulito. Lo schermo, i vetri del balcone, il tavolino accanto al divano, impronta ovunque. Ma non impronta su uno strato leggero di polvere ma impronta di unto, di olio, di pelle limacciosa, di uomini anfibio. E vecchio, i mobili tutti, lo stesso televisore appena consegnato, il monitor del computer nell’angolo: ogni cosa vecchia, vecchia di decadenza o epoca che sta per passare. Ho visto la casa riempirsi di gente, di gente sporca e vestita male, un odore di genitali non lavati, di urina fatta per strada e senza carta. E mia moglie mi si è seduta accanto, i capelli come bagnati d’unguento a ciocche e i suoi denti, giuro, gialli e le gengive ritirate piccole e rattrappite da ottantenne. Ogni genere di persona attraversare le pareti, stranieri, molti, arrivati con carrelli da supermercato pieni di cartoni e spazzatura, e io stesso, dio mio, le mie mani con le unghie nere di terra. Ho vomitato con mia moglie – brutta come può essere brutta solo certa gente con la fica sudata e l’alito bruciato – che mi siede accanto chiedendomi cosa mi accade, perché sono bianco in volto e perché non mi muovo, paralizzato dal terrore come un insetto. È andata via per ritornare in salone con un bicchiere d’acqua e zucchero in mano, tieni ha detto; bevendo, sorso dopo sorso la stanza prima e poi la casa tutta si è svuotata della sporcizia dei dieci minuti precedenti.

Ogni cosa al proprio posto, la tranquillità di sempre. Mia moglie anche la solita quasi cinquantenne con la sua bellezza o bruttezza che non dà problemi. Quelle donne che sposi e quando le guardi, già dopo qualche anno, capisci che per un pelo potevano non piacerti. Non ci terrorizzano i rumori, non c’è suggestione alcuna nello scricchiolio di qualche mobile, non siamo pronti a saltare dal letto se uno spiffero d’aria apre una porta al piano inferiore. Se mi concentro, la notte, li sento invadere i quartieri circostanti, premere contro i cancelli, sottrarre la lucentezza, la necessità di ogni cosa che si possiede. E se entrassero di nuovo, mi domanda Laura. Non verranno ancora, le dico senza spiegarmi mentre siamo uno accanto all’altra a leggere sul divano. È una fame verticale che divora ogni metro di città e noi siamo già nel suo stomaco, penso. Come se fossero zapatisti, come se avessero un capo che gli desse ragione e vedessero già un’altra era, una nuova divisione e potessero ammazzare, ammazzare le case e le trattenessero con i capelli immobilizzandole, lasciandole poi dietro in ginocchio e nella miseria mentre loro avanzano verso un futuro perfetto con forconi in mano fatto di una giustizia semplice con il loro Che giovane e bello. E ce le lasciano, le nostre case, in un abbandono. E noi toccati, tutti toccati da un morbo se solo avessimo la forza di alzarci e seguire la folla vedere dove va a finire, dov’è che si arriva, se solo ci stuprassero le donne e ci minacciassero di morte invece che andarsene come gli zingari dopo che ti hanno sputato in mano perché non gli hai dato i soldi, augurandoti di sgravare figli ciechi.

Sembriamo due nobili decaduti, mia moglie ed io, in un palazzo un tempo maestoso e ora vecchio e trascurato con le tende ingiallite e muffa sulla carta da parati, ogni cosa entri imballata fresca di produzione già una volta fuori dalla scatola è di un secolo passato, siamo su un set di Luchino Visconti. A volte ho come l’impressione di affogare, mi sento tirare verso il basso, richiamare a un fondale. Cammino agitandomi su e giù per le scale e non mi appare vecchio ciò che possiedo ma semplicemente non più mio, non li posso toccare gli oggetti e non li posso sentire e non sono loro né la casa ad aver subito un abbandono ma io che sono rimasto indietro e che non ho più un posto, che se urlassi adesso e urlassi per un intero giorno nessuno si occuperebbe di me, nessuno mi vorrebbe. Vomitato, mi hanno vomitato, messo in un angolo, la vita che ho e la vita che avevo, tutto al di sopra delle possibilità, la vita che sono è uno scarto. Brutto, sono brutto. La menzogna che sono stato, la tranquillità che fingevo e se ora volessi partire nessuna città mi farebbe sentire diverso, con questa nostalgia che ho nel cuore, stretto come sono in un utero che mi espelle. Impoverito. Quanto è diventata brutta questa casa, a mia moglie. Compriamone un’altra, dice, rispondo: non posso. E andiamo a fare una vacanza, non posso. A trovare i nostri figli all’università, non posso. A comprare dei vestiti nuovi, non posso. A prendere un gelato, non posso, rispondo.

Questo racconto è apparso sulla rivista on line di Granta Italia.

L’illustrazione è di Carolina Ricciulli.








pubblicato da m.cerino nella rubrica racconti il 18 aprile 2012