Il mio personale buio

Marco Rossari



A proposito di Marcinelle, mi è capitato di leggere qualche mese fa un libricino prezioso, Danlenuàr di Giacomo Guarneri, pubblicato da Navarra Editore nel 2009, storia di un amore lontano sullo sfondo del dramma migratorio. Giacomo è nato a Palermo, si è formato sul teatro-narrazione, ha lavorato con Emma Dante e ha scritto, diretto e interpretato il dramma epistolare (Premio Enrico Maria Salerno per la Drammaturgia 2008) di cui il romanzo in questione rappresenta la variazione e lo sviluppo. (m.r.)

Cos’ha fatto nascere in te l’interesse per la tragedia di Marcinelle?

Volevo fare uno spettacolo teatrale che mi aiutasse a elaborare le immagini che molti antenati mi hanno lasciato in eredità, a partire da mia nonna Marianna. Sono memorie di gente andata via dalla Sicilia e mai più ritornata, ora per vicissitudini legate alla seconda guerra mondiale, ora per motivi legati all’emigrazione... Facevo molte interviste allora, per ampliare il bagaglio di quei racconti. Cercavo nelle parole e negli sguardi dei nonni degli altri la risposta alle domande che non avevo potuto rivolgere direttamente ai miei. Avvertivo il fascino di un mondo che non c’è più, di un sistema di valori e saperi che è stato seppellito anche troppo velocemente. Volevo capire tra tante differenze in cosa poteva avvicinarsi il mio timore di dover lasciare la mia terra, lo svuotamento di persone care che vedevo accadere intorno a me, con i rispettivi timori, le rispettive difficoltà da loro vissute molti anni fa. Credo che a dispetto di tanti rivolgimenti culturali, economici e sociali questa mia Sicilia sia rimasta la stessa madre cattiva di quel tempo, disinteressata alla sorte dei suoi stessi figli. Ascoltando i vecchi e leggendo libri di storia del dopoguerra finii per incontrare l’episodio "famoso" di Marcinelle, e in generale dell’emigrazione in Belgio. Mi colpì soprattutto il patto, scellerato, firmato dal governo De Gasperi con lo Stato belga: si prometteva l’invio di 2000 lavoratori a settimana, ci si assicurava, come contropartita, un prezzo di favore nell’acquisto di carbone da quel Paese. Ovvero si dava l’avvio alla prima deportazione di massa europea del dopoguerra. L’episodio mi sembrò significativo per il concetto di patria come madre cattiva che formulavo in quei giorni.

Com’è nato lo spettacolo teatrale?

Lavoravo allora, ancora su improvvisazioni, con un’attrice abruzzese. Il progetto dello spettacolo lo condividevo con lei. Strana coincidenza, Serena è abruzzese: e nei libri si dice che l’Abruzzo fu la regione italiana che offrì il maggior numero di operai al lavoro sotterraneo nel Belgio. Decido subito di partire con lei. Andiamo a casa dei suoi genitori, a Pescara. Ogni giorno prendiamo l’auto e partiamo verso i comuni del cosiddetto "triangolo della fame": Manoppello, Lettomanoppello e Turrivalignani. Lì andiamo in cerca dei reduci di quella avventura di emigrazione. A poco a poco conosciamo le vedove delle vittime di Marcinelle e dintorni, e vecchi uomini che la morte invece la scamparono e decisero di tornare. È lì, a tu per tu coi loro ricordi (non solo tristi) e a contatto con le loro mani grandi con residui di carbone ancora infilato sottopelle, che nasce Danlenuàr. Una esperienza umana, prima che teatrale.

In che modo il libro si differenzia dallo spettacolo?

Il romanzo è diviso in due parti. La prima segue lo svolgersi del racconto teatrale, salvo distendersi talvolta in approfondimenti o excursus che la sintesi rigorosa della scrittura scenica aveva messo fuorigioco. La lingua fa a meno del dialetto presente nel copione teatrale, e si attesta su un italiano parlato con sfumature di sicilianismi e di una sorta di francese spurio (misto di italiano dialetto e francese) che ho sentito parlare ai reali protagonisti della vicenda. La vera novità sta nella seconda parte, dal titolo "Rue Beaurepaire", che è il nome della via in cui ho abitato a Parigi per due mesi nel 2007. La storia ricomincia lì dove era finita, e a partire da dove, sembrava, non ci potesse essere altro da aggiungere. Cambia il vocabolario, cambia lo stile. A partire da una suggestione, da un aneddoto che in molti sconoscono, anche tra gli storici, ho voluto inventare il destino di un personaggio che per me rappresenta l’idea platonica dell’emigrato strappato alla sua terra, alla sua cultura, alla sua famiglia.

Quindi hai voluto trovato un significato universale.

Come un grande collage, questo romanzo contiene le immagini delle scelte, dei viaggi, degli amori e anche delle paure più importanti della mia vita. Contiene le immagini dei sogni che faccio la notte, e che non ricordo quasi mai, e di quelli che faccio di giorno, che per fortuna scrivo, se no dimenticherei anche quelli. Contiene molte esperienze di ascolto e l’aver imparato quanto importante sia, ascoltare. In Danlenuàr c’è anche il mio personale buio, e l’immagine di quel buio. C’è la ricerca, tra autobiografismo e memoria collettiva, tra fatti realmente accaduti e immaginazione, di un luogo in cui le mie esigenze espressive possano convivere e arricchirsi con quelle di una intera comunità. In questo romanzo c’è innanzitutto la mia personale ricerca delle origini, il volgersi indietro e domandare a muti antenati "chi sono io", "chi siete voi che siete venuti prima di me", e "cosa mi avete lasciato in eredità". C’è il considerare come contraltare dell’amore non l’odio, non la cattiveria, ma la solitudine. C’è la riflessione sul valore della solidarietà e c’è pensare a quella come la più importante ancora di salvezza alla portata degli uomini.

Progetti?

Adesso ne porto avanti due, anche questi tra scrittura e teatro. Uno è l’esperimento di teatro-concerto che avrà titolo Pinocchio è scaduto, e ha per tema la fine di un capo di Stato nella società dello spettacolo e della pubblicità. Una serie di brani, cantati e/o recitati, costruiti in modo tale da far seguire al pubblico il filo di una storia organica. Mi diverto, insieme a tre amici musicisti, a cantare l’assurdità e il grottesco del potere che ci governa. Un secondo progetto, sempre in ambito teatro-narrazione, intende riaffrontare una pagina di storia, a mio giudizio esemplare, della Sicilia moderna. Sono i vent’anni che portarono scompiglio nella Valle del Belice a partire dall’arrivo a Trappeto di un uomo che veniva dal nord, Danilo Dolci, e di tutto quell’insieme di movimenti dal basso e iniziative per la partecipazione e l’autocoscienza di tutti che riuscì a stimolare e far attecchire in una terra tra le più assuefatte all’abuso del potere. Fino, ironia della sorte, al famoso terremoto del 1968, che spazzò, insieme alle case, gran parte dell’energia dirompente che Dolci e i suoi compagni seppero esprimere.








pubblicato da m.rossari nella rubrica a voce il 8 aprile 2011