Dalla parte di chi lotta per la libertà

Alma Allende / Gabriele Del Grande



Riporto qui alcuni passaggi dell’intervista al giornalista e scrittore Gabriele Del Grande, che da due settimane si trova a Benghazi. L’invito è naturalmente a leggerla per intero sul sito di Gabriele Del Grande, insieme agli altri straordinari post che raccontano vividamente e per così dire in diretta la rivolta popolare libica contro la tirannia.

Gabriele, adesso che si è deciso l’intervento dell’ONU e le bombe degli alleati cadono sulla Libia, ci sono delle voci antimperialiste che tentano di dimostrare che la rivolta era stata preparata dall’inizio dalle potenze occidentali. Tu cosa ne pensi? C’è stato un disegno esterno o sono state rivolte popolari spontanee come in Tunisia e Egitto?

Non sono assolutamente d’accordo con chi grida al complotto. In Libia, come in Tunisia, in Egitto, in Yemen, e adesso anche in Siria, le rivolte sono state spontanee e popolari e non sono il frutto di complotti americani, ma piuttosto la risposta più naturale che potevamo aspettarci dopo decenni di dittature sostenute dalle grandi potenze in nome della stabilità e dei buoni affari. Stupisce che certe teorie cospirazioniste arrivino dagli ambienti di sinistra. Ma forse è anche perché queste rivoluzioni trascendono e superano le categorie della sinistra. È un paradosso interessante da analizzare. In piazza al Cairo, come a Tunisi e a Benghazi, ci sono soprattutto i poveri. Ma i poveri non chiedono salari, non gridano contro i padroni, non si identificano come classe operaia. O almeno non ancora. Prima di tutto chiedono la libertà e prima di tutto si identificano come cittadini. E uno degli strumenti principali che gli permette di organizzarsi è un oggetto di consumo. Forse il simbolo dei beni più futili del consumismo: il computer con cui mettersi in rete, e i videofonini per registrare quello che succede per strada. Infine c’è un elemento generazionale. Sono paesi giovani, al contrario dell’Italia dove il cittadino medio è cresciuto nella guerra fredda. Qui la maggior parte della popolazione ha meno di 25 anni e spinge per il cambiamento. Un cambiamento che sulla riva nord non sappiamo capire, anche per un approccio razzista e coloniale di cui non riusciamo a liberarci. L’Europa si ritiene unica depositaria della democrazia. Come se fosse un concetto che potesse appartenere a qualcuno e non ad altri. E ritiene impossibile che un paese musulmano possa aspirare alla libertà anziché all’oscurantismo religioso. Ecco perché attecchiscono le tesi cospirazioniste. Non riusciamo a accettare che alla "nostra" decadenza corrisponda il "loro" risorgimento.

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Gli abitanti di Benghazi, hanno veramente richiesto l’intervento? Non hanno paura di perdere il controllo sulla loro rivoluzione? Di perdere di credibilità a livello internazionale?

Gli abitanti di Benghazi hanno le idee chiare su due punti. Vogliono la no fly zone e i bombardamenti degli alleati sull’aviazione di Gheddafi e sui suoi armamenti pesanti che minacciano i civili. E allo stesso tempo non vogliono l’ingresso delle truppe straniere né l’occupazione militare. Lo dice la piazza e lo ribadisce il consiglio transitorio nazionale.

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Gli antimperialisti che parlano di cospirazione si chiedono come mai i manifestanti si sono armati subito dopo i primi giorni. Da dove hanno tirato fuori quelle armi? Chi ha rifornito i ribelli?

Strano che invece non si chiedano chi ha armato Gheddafi e da dove ha tirato fuori tutti quei carri armati e quei lanciamissili con cui sta terrorizzando i civili. Ma venendo alla domanda, la dinamica è molto semplice. Il 15 febbraio inizia la protesta a Benghazi. L’esercito, come a Tunisi e al Cairo, si rifiuta di sparare sul popolo. Ma lo fanno al suo posto le forze speciali di sicurezza di Gheddafi. In pochi giorni è un massacro, almeno 300 morti. A quel punto l’esercito sotto la pressione del popolo, apre le caserme e lascia che i ragazzi prendano i vecchi kalashnikov e i pochi lanciarazzi che si trovano nei depositi. Grazie a quelle armi riescono a cacciare dalla città le forze speciali di Gheddafi. E con quelle stesse armi difendono la città di Benghazi e liberano le città vicine di Ijdabiya, Brega e Ras Lanuf. Fin quando Gheddafi gli spedisce contro unità speciali e mercenari armati di carri armati e lanciamissili e appoggiati dall’aviazione militare che semina il panico tra le file degli insorti bombardando il fronte. Poi è vero che, nei giorni successivi alle prime disfatte militari contro l’armata di Gheddafi, sono arrivate in città nuove armi e nuove munizioni. Sempre vecchi kalashnikov e un po’ di contraerea. Qualcuno ha rimesso in moto tre elicotteri e due aerei militari Mirage, entrambi poi abbattuti, uno dal fuoco amico e l’altro per un’esplosione del motore. Comunque se è un mistero da dove siano arrivate le nuovi armi, è invece certo che si tratti di armi leggere e di pessima qualità. In quanto ai presunti addestratori militari su cui tanto si è speculato, diciamo che a giudicare dal caos sul fronte si direbbe che non sono mai arrivati.

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Come credi che l’intervento occidentale possa influenzare il corso della rivoluzione libia e araba?

Dipende tutto da quali decisioni saranno prese. Per ora il bombardamento dell’artiglieria pesante di Gheddafi ha semplicemente evitato un massacro. Certo sono stati uccisi decine e forse centinaia di soldati e mercenari libici. Certo si poteva evitare intervenendo prima con la diplomazia, magari dieci anni prima, anziché corteggiare il dittatore dai tempi della fine dell’embargo nel 2004. Ma stanti così le cose, quel bombardamento ha evitato che trenta carri armati e venti lanciamissili entrassero a Benghazi, quando erano già alle sue porte, e dopo che un solo giorno di battaglia in città aveva fatto 94 morti! Piaccia o non piaccia la guerra, e a me non piace, di questo stiamo parlando. Adesso però bisogna che l’intervento militare si fermi, e che il resto del lavoro lo facciano i libici. Perché il problema non è guerra sì o guerra no. La guerra c’è già. Ed è una guerra di liberazione. Di un popolo contro il regime, i suoi fantocci e suoi mercenari. E non deve diventare una guerra coloniale contro un governo nemico dei propri interessi particolari. Per quello che ho visto in questi giorni, io mi sento di appoggiare pienamente il popolo libico. Nella migliore delle ipotesi ne uscirà una repubblica costituzionale basata su un sistema economico liberista. Può non piacerci, ma è quello che piace ai libici e avranno pure il diritto di scegliere del proprio futuro! Sostenere Gheddafi in nome della sua maschera socialista e terzomondista è non solo da sciocchi ma da complici di un criminale di guerra.

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Scrivendo da Benghazi non hai avuto l’impressione di essere di parte? Come giudichi le qualità dell’informazione sulla Libia in generale e quelle da Benghazi in particolare? Ci hanno manipolato? Chi? La sinistra - certa sinistra - dice, per esempio, che Gheddafi non ha mai bombardato i manifestanti e che questo dimostra che é tutto una bugia. Ma anche certi giornalisti di sinistra - come Matteuzzi de Il Manifesto o Telesur - hanno dato una informazione parziale o direttamente falsa.

Certo che sono di parte. Ne sono consapevole e fiero. Ogni racconto ha un punto di vista. E è importante scegliere il proprio. Così come scrivo di frontiera assumendo il punto di vista dei respinti e delle famiglie dei morti in mare anziché quello della borghesia europea o della polizia di frontiera, così ho raccontato le rivoluzioni in Tunisia e in Egitto stando in mezzo agli insorti e non tra gli scagnozzi dei dittatori. In Libia è lo stesso. Non voglio essere il portavoce di un criminale di guerra come Gheddafi. Vorrei invece essere a Tripoli, quello sì, e raccontare il dissenso della capitale, che è scomparso dalle notizie dopo che le prime timide manifestazioni sono state represse nel sangue e dopo che tutti i giornalisti embedded sono stati rinchiusi negli alberghi e costretti a coprire solo le notizie selezionate dal regime. Per cui sì sono di parte, e preferisco essere dalla parte di chi lotta per la libertà anziché da quella di chi impiega truppe mercenarie e lanciamissili per attaccare il proprio popolo, perché non vuole mollare il potere dopo 42 anni di dittatura. Poi la sinistra va in crisi perché Gheddafi è stato un simbolo per un certo socialismo e un certo terzomondismo. E ha ancora oggi molti amici. Tra cui Chavez e dunque Telesur, e Valentino Parlato e dunque il Manifesto. Quindi non citerei queste due testate come buoni esempi di giornalismo rispetto alla questione Libia. Come pure non citerei la tv Al Arabiya che ha messo in giro la cifra falsa dei 10.000 morti, e tutte le altre testate che hanno rilanciato senza prove la notizia dei bombardamenti sulle folle dei manifestanti e delle fosse comuni arrivando addirittura a usare a sproposito la parola genocidio. In questo emerge per l’ennesima volta la scarsa qualità del giornalismo odierno, soprattutto quello italiano. Soprattutto quando si tratta di raccontare fenomeni che escono dalle abituali categorie di pensiero. Il socialismo e la dittatura, la guerra e la pace, l’islam e la democrazia. Proprio per quello mi sembra importante essere qui e scrivere a partire dalle storie dei veri protagonisti di questa rivoluzione. I ragazzi della nuova generazione libica.








pubblicato da s.baratto nella rubrica a voce il 26 marzo 2011