Les Nouveaux Anarchistes

Ugo Perolino



Gli anarchici di una romantica canzone di Leo Ferré, Les anarchistes, eroi sgualciti dal coraggio dei sogni (« Ils ont le coeur devant / Et leurs rêves à mi-temps / Et puis l’âme toute rongée »), con «coltelli per tagliare il pane dell’amicizia, e armi arrugginite per non dimenticare» («Des couteaux pour trancher / Le pain de l’Amitié / Et des armes rouillées / Pour ne pas oublier»). La cover dell’ultimo romanzo di Piero Pieri (Les nouveaux anarchistes, Transeuropa 2010) riporta alcune foto di Bologna 1977. Due studenti si tengono per mano spaesati nel fumo dei lacrimogeni; sullo sfondo un autoblindo, tra macerie e rifiuti, nelle giornate di marzo dopo la morte del militante di Lotta continua Francesco Lorusso. Il titolo, un omaggio ironico e appassionato al grande chansonnier, accende un cortocircuito di citazioni, rimandi, memorie anche visive dentro una memoria che non torna, che non si stratifica nel vissuto e scivola come acqua attraverso vuoti e fenditure. Nessun rapporto diretto tra queste fotografie, questi frammenti di cronaca in bianco e nero, e la voce ieratica di Ferré. I nuovi anarchici raccontati e immaginati da Pieri sono studenti e precari che gravitano attorno all’ateneo bolognese in un tempo – il presente “liquido” e postglobale – povero di desideri e di dignità. Nessun rapporto con i destini romantici di una canzone che esalta la libertà, la solitudine, la malinconia, ma il filo di un riflessione politica sul passato di una generazione delimita uno dei sottotesti della narrazione. Un personaggio di questo racconto, Aurora, giovane studentessa che frequenta l’università di Bologna, si chiede “ che fine hanno fatto quelli del ‘77”: “Incontro solo professori che hanno fatto il ’68”, dice, “E questo va bene, niente da dire. Però, mi chiedo, quelli che hanno fatto il ’77, uno di questi all’università non l’ho ancora incontrato. O se l’ho incontrato non mi ha mai detto: ragazzi cosa aspettate a fare un bel ’77… O non ricordano il loro passato politico o non insegnano all’università”. Rimosso dalle carte della politica, dannato alla dissipazione di sé e della propria storia da una vocazione distruttiva che ha tragicamente alimentato, in più di una circostanza individuale, l’ultima e più cruenta fase del terrorismo, il movimento del settantasette non ha lasciato eredità né prodotto apprezzabili filiazioni. “Una generazione ben strana”, pensa Aurora, “che ha infiammato Bologna con barricate, ha spaccato le vetrine della città, ha formato gruppi in assetto da guerriglia urbana, ha lanciato sassi ai sindacalisti, poi… è sparita”. Un nulla, una casella vuota, la cui sparizione coincide cronologicamente con la liquidazione generale dei movimenti e delle identità giovanili maturate dopo il sessantotto, da un lato, e con la risorgente gerontocrazia italiana, con l’espulsione di due o tre generazioni che sarebbero entrate, poi, negli anni ottanta e novanta, in piena ondata di flessibilizzazione e disoccupazione prolungata, nel girone dei lavori socialmente inutili e del precariato. Ma il tracciato che scaturisce dai rimandi iconici e paratestuali, tematizzati nell’esperienza su cui Aurora si interroga, è soltanto il più evidente tra i significati di una narrazione progettata come un’architettura complessa. Il romanzo-dossier viene raccolto da uno sconosciuto hacker – la voce narrante – portatore di istanze che sono consegnate al manoscritto “per un lavoro di analisi storica” che si renderà necessario quando “l’anarchia avrà trionfato”. All’interno di questa ironica cornice si aprono i file del racconto, provenienti da fonti differenti (blog, lettere, registrazioni telefoniche, appunti, verbali di interrogatorio ecc.) per spessore e lavorazione stilistica, secondo un’intenzione strutturale che può forse risalire all’espressionismo vociano (e in particolare allo sdoppiamento del punto di vista mediante l’inserzione delle parentesi nel Peccato di Boine o al collage narrativo del Gino Bianchi di Jahier). Una scrittura polimorfica e intenzionalmente aspra, frastagliata, incisa da tagli e fratture, che conferisce al racconto un andamento frammentario e umoristico sorretto dall’intelligenza metalinguistica dell’hacker-narratore, che dissemina di “appunti operativi” la collazione del testo. Pieri esplora con metodo matematico il repertorio delle relazioni palimpsestueuses descritte da Genette: l’architettura del récit è formalmente delimitata dal commento del narratore, che si configura come un metatesto (si è detto dei paratesti e dei rimandi iconici), mentre il reticolo dei tracciati narrativi dà luogo ad una polifonia pluridiscorsiva. Ad un livello più esterno è immediatamente evidente il montaggio di frammenti e lacerti non ulteriormente lavorati. Alcuni capitoli terminano con la trascrizione di un cartello letto sulla porta di una chiesa, un collage o stupidario che documenta le potenzialità involontariamente comiche della lingua comune: “Il coro degli ultrasessantenni verrà sciolto per tutta l’estate, con i ringraziamenti di tutta la parrocchia”; “Per favore mettete le vostre offerte nella busta, assieme ai defunti che volete ricordare”; “Barbara C. è ancora in ospedale, e ha bisogno di donatori di sangue per trasfusioni. Ha anche problemi di insonnia, e richiede la registrazione della catechesi del parroco”. I biglietti e le note di Simonetti, barone universitario bisognoso di cure sessuali da parte di una allieva (che progredisce rapidamente di carriera), registrano il tono medio dello slang accademico-burocratico preso a modello dei socioletti (il politichese, il giornalese ecc.) nei quali l’ipocrisia del potere si mette, per così dire, a nudo. I monologhi del questore, un inquisitore finalmente cattivo dopo tanto buonismo alla Montalbano, sbalzano la parola su registri di crudeltà e grottesco idonei a disegnare gli oscuri paesaggi mentali della repressione e della paranoia. Le lettere di Aurora dipanano il filo della malattia e della contabilità tra vita e dolore: è un epistolario che interseca il piano degli eventi con la stessa purezza di un’aria di clavicembalo in un cielo invernale. Aurora, incurabile ma fino all’ultimo tersa e vitale, è il punto di arrivo di una sconfitta che non prevede la perdita dell’innocenza. Analogamente a Renzo, il quale, dopo essere stato arrestato ingiustamente, espulso dall’università e privato di prospettive professionali, parte per la Grecia per unirsi alla rivolta che infiamma le strade di Atene. Di taglio perfidamente umoristico è la tensione attivata da un manifesto surreale fatto circolare in rete dalla sedicente Federazione Anarchica Informale (il pensiero va ai “ragazzi dell’89” nel Cavaliere e la morte di Sciascia). Renzo – giovane italianista destinato, come si è visto, all’espatrio – ne analizza il linguaggio trovandovi le conferme di una visione politica e complottistica che fa perno sulla teoria del doppio stato (“in Italia si sentiva la mancanza del terrorismo di sinistra, ed ecco che i servizi segreti hanno inventato il movimento anarchico-insurrezionale, la FAI”). Il manifesto, quasi un’esibizione incendiaria e ludica che ricorda i ritmi straniati di certe poesie di Palazzeschi, si fonda su una base programmatica dichiaratamente fantapolitica:

CHI SIAMO. Per superare i limiti delle singole progettualità e per sperimentare le reali potenzialità dell’organizzazione informale, nel nostro caso quella di una federazione di gruppi d’azione o singoli individui, abbiamo dato vita alla Federazione Anarchica Informale […]. … La nostra organizzazione è priva di un centro decisionale, caotica e nello stesso tempo orizzontale, dove nessun gruppo o capetto imponga la propria autorevolezza, così da soddisfare la nostra necessità di libertà qui e ora.

Il linguaggio astratto e internamente dissonante – si tratta di un’“organizzazione informale”, “caotica” e “orizzontale”, la cui operatività è limitata dal rifiuto di ogni interna regola di disciplina o di coordinamento (“nessun gruppo o capetto” può imporre “la propria autorevolezza”) – denuncia l’inautenticità del messaggio, la sua povertà di motivazione nel tentativo di riprodurre, esteriormente e meccanicamente, formule comunicative che sono proprie delle culture antagoniste. Per una ironica affinità, però, la condizione di “falsificabilità” della lingua, la docile diversione comica cui si prestano le parole della rivolta, della rabbia, dell’utopia, è essa stessa reversibile e manipolabile. Anche il sospetto e la diffidenza possono in qualche caso celare una trappola depistante. Il narratore, l’ignoto hacker che raccoglie il dossier-romanzo, rivendica perciò l’autenticità del manifesto della Federazione Anarchica e la sua potenziale efficacia in riferimento alle teorie sulla resistenza non violenta di Gene Sharp, il guru americano delle rivoluzioni pacifiche. Sebbene proprio le pratiche messe a fuoco da Sharp per rovesciare un regime attraverso un’azione non violenta – il finanziamento di cellule di attivisti, identificabili per un colore o un simbolo volutamente neutro (sciarpe colorate, fiori, oggetti); la creazione di una rete collegata a ONG e organismi internazionali; la contestazione di brogli elettorali, manifestazioni di piazza ecc. – abbiano suscitato critiche e perplessità perché possono essere orientate alla manipolazione dell’opinione pubblica e a fini di destabilizzazione interna. Alla circolarità ermeneutica postmoderna si oppone il senso del tragico. Nel precedente romanzo di Piero Pieri (Vaporidis in carcere, Fernandel 2009) il protagonista, un adolescente che attraversa tutte le fasi di un fragoroso percorso iniziatico, in pagine di limpida descrittività si mette in viaggio da Bologna verso il Tirreno attraversando le montagne appenniniche. Analogamente ne Les nouveuax anarchistes Rita Zamboni, protagonista anarchica e solitaria, attraversa due volte l’Appennino a bordo di un T Max 500 sulla ”provinciale che porta al passo della Futa”. La figura del motociclista che aggredisce la strada per realizzare la propria libertà riverbera suggestioni on the road provenienti da uno sterminato immaginario cinematografico (da Easy Rider in giù) ma incarna anche su un diverso orizzonte il paradigma tragico del vivere-per-la-morte. Questo significato ultimo, la cui forza intrattabile non appare mai pacificata, giace al fondo della narrazione come contrappasso e punto di rottura di un tempo “devastato e vile”.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica libri il 26 marzo 2011