La mia storia di barbiere è stata magnifica

Paolo Di Stefano



Tutti i nomi dell’Italia di sempre: Salvatore, Filippo, Sebastiano, Raffaele, Donato, Giuseppe, Roberto, Angelo, Cesare, Giulio, Paolo, Antonio, Giovanni, Nicola, Francesco, Vincenzo, Gabriele, Pietro, Mario… E nomi delle tante Italie di un tempo: nomi-casa, nomi-memoria, nomi-Storia, nomi-storie, nomi-simbolo, nomi-speranza, nomi-destino: Evandro, Bartolomeo, Eligio, Santino, Emidio, Valente, Camillo, Modesto, Leonino, Primo, Secondo, Terzo, Sante, Pantaleone, Annibale, Benito, Adolfo, Ruggero, Assunto, Sisto, Alvaro, Davilio, Felice, Liberato, Pompeo, Cesario, Cosimo, Osmano, Calogero, Otello, Guerrino, Abramo… Ma Rocco. Si ripete cinque volte il nome Rocco, tra i morti dell’8 agosto 1956: c’è persino un Rocco Vita. Rocco è anche il minatore-barbiere che amava la vita, aveva paura delle vene e delle gallerie, e non sopportava lo sferragliare assordante nel buio di vagonetti e locotrattori.

Ho nato a Lettomanoppello, avevo 22 anni quando lavoravo a Pescara centrale, barbiere, e una mattina al Bar delle Rose facendo colazione ho conosciuto Claudio T., l’impiegato dell’ufficio emigrazione, che mi ha chiesto come ti chiami, che lavoro fai… Gli parlo che sono sposato e separato, che ho una sorella in Belgio e che se c’è da partire parto, solo che non posso partire perché la moglie dovrebbe firmare la mia partenza e non vuole saperne.
Qualche giorno dopo il mio amico Claudio mi dice:
«Ciao Rocco, ho qualcosa di importante per te, se mi paghi una cena te lo racconto».
Così abbiamo andato a cena e mi fa:
«Ho un passaporto per te se vuoi andare al Belgio».
Era un passaporto con il mio nome, ma la paternità era di Camillo al posto di Giuseppe, però c’era la mia data di nascita precisa. Tornato a Letto, vado dal mio padrino, che era segretario comunale, e gli dico:
«Padrino, a Pescara c’è un passaporto per me. Che devo fare?».
«Bene - mi dice - puoi partire».
Era un passaporto falso, ma per me era buono. Con quello sono espatriato in Belgio il 20 dicembre 1955, mi ho presentato al Cazier, dove lavorava pure il marito della mia sorella, e lì mi hanno fatto il permesso e mi hanno ingaggiato come manovale.
Dopo due giorni, il 22 dicembre, comincio a lavorare giù al fondo. Mi ricordo che eravamo nella taglia con Di Rocco Rocco, originario di Manoppello, quando verso le otto e mezza mi dice adesso che rompo questa pietra andiamo a fare paì, cioè colazione. In quel preciso momento che ha preso il motorpique, ha partito un pezzo di pietra e va a colpire il tubo della pressione, allora ho avuto paura e mi ho buttato sul carrello che stava nel canale e mi ho fatto male nel petto e nelle gambe, e quando sono rimontato al giorno con le ferite è stata quella che chiamavano l’Angelo della mina, è stata lei, l’assistente sociale, che si ha occupata di me. Paura, senz’altro, grande paura, ma era il primo giorno e non comprendevo.
Quando hanno passato due o tre settimane, ho cominciato a conoscere gli altri lavoratori, quelli che portavano i cavalli e quelli che spostavano i vagonetti, e si parlava e si dimenticava il pericolo, anche se stavi a 1035 metri. Dopo era normale. Io mettevo l’olio ai motori. Eravamo tutti compagni, però si poteva parlare di tutto ma non del pericolo, quello no, quando che dicevi pericolo chi si toccava, chi faceva le corna, chi ti mandava a far benedire direttamente all’inferno. Eravamo tutti amici e compagni, anche se ci stavano piuttosto gli italiani che una volta diventati porioni si sentivano re e alzavano la voce. Razzismo i primi tempi, che ci trattavano da macaronì, ma poi piano piano i belgi si hanno calmato e si stava bene, gli italiani si aiutavano tra loro e se c’era qualcuno malato si correva e tutti gli italiani erano là.
Il 1 febbraio 1956 arriva una coppia ad abitare in una casa vicino alla mia sorella e lui era un delegato sindacale belga del Cazier. Allora dico al mio cognato:
«Per piacere, ci devi domandare per farmi lavorare sopra se possibile, che sotto al fondo non ci voglio più stare».
Il mio cognato ci va la sera stessa e quello ha capito che avevo paura di scendere, perché non ero nato minatore ma barbiere, così è stato che ci ha detto di sì:
«Ci penso io, domani vedo il direttore del lavoro Monsieur Calicis e ce lo dico».
Alle quattro, quando sono rimontato, aspetto il delegato e quando arriva mi fa di andare a parlare con Monsieur Calicis:
«Io non posso parlare con Monsieur Calicis perché non so farmi capire in francese», gli ho detto.
E lui mi risponde:
«Non c’è niente da farsi capire, Monsieur Calicis sa tutto».
Quando mi trovo viso a viso con il direttore, mi sento che dice:
«Se sei un barbiere, non puoi lavorare al fondo, devi stare sopra al giorno».
Quell’uomo molto umano aveva quattro figli maschi e sapeva cos’era la compassione per gli altri. Così, fino al 26 marzo 1956 lavoro là sotto, poi mi impiegano al giorno, di sopra sempre come manovale, si prendeva della sabbia con i carrelli e si trasportava della roba a destra e a sinistra. Intanto, il marito di mia sorella quindici giorni prima della catastròfa ha avuto la buona fortuna di lasciare il Cazier per partire a un’altra mina. Il 7 agosto io sopra ho fatto sedici ore di lavoro di seguito. Arrivato all’appartamento, vado a dormire sfinito della stanchezza e dopo cinque minuti sento la signora padrona di casa che mi chiama e mi fa:
«Rocco, Rocco, alzati, alzati che al Cazier c’è il fuoco!».
Quando ho arrivato al cancello, un capo mi ha fatto entrare e ho restato più di un mese per aiutare quelli che avevano bisogno di un colpo di mano per pulire e tirare e portare di qua e di là le robe, le legna, i carboni, i corpi. Un giorno ho visto un napoletano che andava a cantare in un bar e io lo conoscevo bene, ho visto questo napoletano che lo portavano sopra cadavere, ho visto le sue palle gonfiate come un toro per l’acqua che aveva preso al fondo e mi ha impressionato, dunque ho andato lontano dalla cascia dove si rimontavano i morti e non ho avuto il coraggio di vedere più nessuno, nessuno. Mi ho sognato il corpo del napoletano per tante notti. C’era un caffè con il pianoforte dove lui andava a cantare, era un bell’uomo di un metro e novanta, ben fatto e con una voce magnifica che incantava le donne e io andavo a vederlo e gli tagliavo pure i capelli. Io conoscevo tutti, napoletani siciliani leccesi toscani emiliani abruzzesi veneziani fiulani, perché la sera in mina ci tagliavo a tutti i capelli, oppure andavo a destra e a sinistra nelle baracche a tagliare fino anche alle due-tre di notte, senza dormire, e qualche volta mi fermavo per giocare a carte, briscola o tressette.
Gli italiani mi conoscevano. Nella strada che ho abitato, tutti i vicini, anche belgi, mi chiedevano di tagliargli i capelli. Ho conosciuto anche Rocco che, con Nunzio, i primi tempi dormivamo nella stessa camera, era un ragazzo meraviglioso come i suoi fratelli Geremia e Camillo, morto pure lui nella catastròfa e trovato insieme a lui il primo giorno. Ragazzi meravigliosi tutti quanti, ridevamo sempre e sempre stavamo allegri. Per quaranta giorni ho restato là nel Cazier a lavorare a destra e a sinistra, notte e giorno, ci davano i panni per cambiarci e non andavamo neanche a casa, si mangiava e si beveva sul posto. E mi ho visto da vicino tutto lo spettacolo delle moglie che piangevano e gridavano ai cancelli con i bambini. Era incredibile. Io quello che ho ammirato molto era Angelo Galvan, un brav’uomo coraggioso friulano che faceva lavorare gli altri e aiutava tutti con il cuore in mano e voleva salvare i morti. E anche Monsieur Calicis si ha detto male di lui ma era bravissimo e nel processo è stato condannato senza colpa, l’unico condannato. Chi avevano colpa erano quelli che stavano sopra di lui, come il direttore dei lavoro, Jacquemyns, che era un dittatore e non poteva sopportare se un minatore fumava, non dico al fondo, perché lui al fondo non ci andava mai, ma fuori al giorno, oppure non poteva soffrire se qualcuno aveva bisogno di andare al bagno o al cesso, diceva:
«Dove andate? Cosa fate? Continua a lavorare, che al bagno ci vai dopo».
Terribile, nessuno lo poteva vedere.
La moglie mia in Italia, quando ha saputo che aveva arrivato un accidente a Marcinelle dov’erano morti tanti italiani, ha cominciato a cantare e ballare perché pensava che ero morto sotto la disgrazia pure io, ma per finire è morta lei prima di me, e non per questo ero felice. Comunque io ho sempre lavorato, e mentre che facevo il minatore al giorno, non mi ho mai fermato di fare il barbiere, mai mai mai. Così, finiti i cinque anni di obbligo, ho stato a Bruxelles per sei mesi e mezzo a lavorare con il più grande barbiere del mondo e lì il giorno più bello è stato quando ho incontrato Rossano Brazzi.
Un portiere mi ha detto:
«Lo conosci a quello?».
E io:
«No, che non lo conosco».
Era Rossano Brazzi, venuto a prendere una signora al negozio di barbiere e l’ha fatta montare sulla sua limousine. Il 15 luglio 1961 ho aperto il mio salone. Devo dire che la mia storia di barbiere è stata magnifica, tutto un mondo ai miei piedi, ho fatto concorsi internazionali, tre coppe d’Europa e il terzo posto a Budapest nel ’64, oltre che ho vinto parecchi premi al Belgio come la Mano d’Oro. E pure sono stato nella giuria di premi nazionali e internazionali.
Pentito di essere partito dell’Italia, mai mai mai. Io me ne sono venuto da Pescara per staccarmi da mia moglie. Dopo che avevo la nazionalità belga, mi ha preso la paura quando ho veduto che lei ha venuta in Belgio con il suo avvocato per chiedere tante storie e soldi. Stando qua però io potevo divorziare mentre in Italia non c’era divorzio, così mi ho risposato ma per l’Italia ho diventato bigamo come Sophia Loren e al paese ci andavo nascosto e clandestino. Quand’è stato il momento, i nostri avvocati si hanno incontrato in Toscana e si hanno messi d’accordo. Intanto io ho avuto cinque figli del secondo matrimonio. Dopo ho fatto uno sbaglio ancora con il terzo matrimonio, che ho divorziato subito pure lì. Ma alla fine ci rido sopra perché questa è la vita!

Rocco ha un’aria svagata, da artista, sembra perso nei suoi pensieri. Già quando faceva il minatore, probabilmente, Rocco aveva la testa tra le nuvole, come in questo pomeriggio, nella cartoleria di Marcinelle, dove l’ho incontrato per caso. Ma si può lavorare a mille metri sottoterra se hai la testa tra le nuvole?
Chi, tra i minatori, non aveva la testa tra le nuvole era il friulano Angelo Galvan, uno degli eroi dell’8 agosto, detto la Volpe: a 36 anni, si infilava nei cunicoli più inaccessibili, conosceva la miniera come le sue tasche e niente lo fermava. La casa in cui abitava ai tempi, al 70 di rue du Cazier, c’è ancora, a due passi dalla miniera, stessi mattoni rossi delle altre. Quella mattina, dopo una notte di lavoro, si era fatto una doccia ed era rientrato a casa verso le 7 e 30. Raccontò: «Stavo facendo colazione, quando qualcuno, mandato da Calicis, è venuto ad avvisarmi del fuoco». Prima di morire di silicosi, nel marzo 1988, Galvan ha consegnato un suo diario manoscritto al giornalista Marcel Leroy. Sotto la data dell’8 agosto raccontava di aver visto piangere Monsieur Calicis mentre a 715 metri teneva in braccio un ragazzo di sedici anni. Così raccontò la notte peggiore, quella del 23 agosto: «Senza parlare, ci siamo capiti: non c’era nessun sopravvissuto. Riprendemmo il cammino del ritorno, scavalcando cadaveri e spingendo i corpi che galleggiavano sull’acqua. Sono immagini che non si dimenticano. A 975 prendemmo l’ascensore per risalire. Ci aspettavano, ma appena ci hanno visti, hanno capito. In quel momento, un soccorritore italiano, Angelo Berto, ha gridato: "Tutti cadaveri!"». Galvan non ha mai accusato i direttori del Cazier di cattiva gestione, non voleva che la miniera chiudesse, al punto da condurre la battaglia contro la sua chiusura e installandosi al fondo della miniera con altri compagni per contestare la decisione. Fu il borgomastro di Marcinelle a convincerlo a interrompere la protesta.
Negli ultimi anni, Galvan doveva respirare per tre ore al giorno con una bombola per l’ossigeno per avere due ore di autonomia e raccontare la sua storia al giornalista Leroy che ne raccolse le memorie. Un giorno della primavera 1986, davanti al Cazier, Angelo Galvan, già molto malato, disse a memoria i nomi dei 262 morti. Pare che lo facesse spesso.








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 7 aprile 2011