Dal set di Guerre Stellari una disperata richiesta di aiuto

Andrea Amerio



In questi giorni leggere i giornali è un’esperienza orribile, foriera di dubbi, disagio, nausea, senso di totale estraneità, impotenza, sdegno. Mi viene da dire: "né con «Libero» né con «Il Manifesto»". Il mio cruccio, la domanda a cui non riesco a darmi risposta è: "come appoggiare l’insurrezione senza passare per gli F16?" Sentire descritte le prestazioni e le caratteristiche tecniche degli aerei e dei caccia che si preparano alle missioni come se fosse un programma dedicato ai motori mi ripugna profondamente. Però non mi soddisfa minimamente nemmeno un pacifismo d’accatto, irriflessivo e compiaciuto che difende la pace da un punto di vista legalistico, giurisdizionale, alla Azzeccagarbugli. Secondo questa posizione la «No-Fly Zone» contro la Libia è un errore per due ragioni "formali". Primo perché viola il comma 7 dell’art. 2 della Carta delle Nazioni Unite secondo cui «nessuna disposizione del presente Statuto autorizza le Nazioni Unite ad intervenire in questioni che appartengano alla competenza interna di uno Stato». È dunque indiscutibile che la guerra civile sia di competenza interna alla Libia. Secondo: L’articolo 39 della Carta delle Nazioni Unite prevede che il Consiglio di Sicurezza possa autorizzare l’uso della forza militare soltanto dopo aver accertato l’esistenza di una minaccia internazionale della pace, di una violazione della pace o di un atto di aggressione da parte di uno Stato contro un altro Stato. Anche questo non è successo. Ciò che è avvenuto invece non è pienamente previsto dal menù di guerra, dunque, carissimi, ci spiace ma non possiamo fare niente. Cazzi vostri.

Inoltre non ci si può muovere perché la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza - la cosiddetta «responsabilità di proteggere» (Responsibility to Protect, risoluzione 1674 del 28 aprile 2006 del Consiglio di Sicurezza) prevede che si operi sono nel caso di «una minaccia della pace e della sicurezza internazionale». E la guerra civile interna alla Libia è una quisquilia che non rappresenta minimamente una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale. Siete beduini che ammazzano beduini, dunque, carissimi, rassegnatevi, siete spacciati.

E se quel guerrafondaio di Napolitano parla di un risorgimento arabo, meno male che c’è Cota, il pacifista della Lega in prime time sul tg1 che lenisce la sete di sangue di questi folli e cerca di difendere le nostre uniche vere multinazionali (sapientemente dislocate in Libia). Anzi, consiglio alla Lega di farsi prestare una di quelle bandiere multicolore che andavano qualche anno fa da abbinare al tradizionale verde Padania. O di compiacersi leggendo quanto scrive «Il Manifesto». Sì perché se «Libero» sabato ammetteva candidamente che bisogna prendersi la briga di bombardare la Libia per non restare indietro e fare bella figura con gli alleati ("con tutti i guai che c’abbiamo ci tocca pura la guerra al beduino" titolava) grave disagio provo anche nel leggere sempre le stesse analisi auto ipnotiche ripetute come un mantra da Giulietto Chiesa e dai giornalisti de «Il Manifesto», per cui è sempre la stessa guerra imperialista: si tratti dell’ all’Afghanistan, del Kosovo, dell’Iraq o della Libia. Perché scrivono che «Si ripete alla lettera il modello dell’aggressione criminale della Nato contro la Serbia del 1999, voluta dal presidente Bill Clinton per la "liberazione" del Kosovo»? Perché il teorema scatta sempre in modo così automatico e paradigmatico? Perché urlano che «La strage di persone innocenti che i volenterosi alleati europei e gli Stati Uniti si apprestano a fare in Libia» è un atto criminale che «copre di vergogna il governo italiano impegnato con le sue basi e i suoi aerei militari a contribuire nello spargimento di sangue di un popolo di cui si dichiarava enfaticamente amico sino a qualche settimana fa»? È davvero così semplice e unilaterale la situazione? È sempre la stessa, la situazione? È davvero sempre la stessa guerra? E tutti gli individui che vivono nei paesi della Cirenaica, del Maghreb e del Mashrek, dalla Tunisia alla Libia, dall’Egitto allo Yemen e al Bahrein, tutti coloro che questa guerra e questa insurrezione la stanno combattendo non contano nulla? Non esiste la loro pelle in gioco? Sono una massa informe ed anonima di vittime del capitalismo imperialista, completamente incapaci di reagire, lottare, soffrire, chiedere aiuto, scegliere? Perché in queste analisi manca sempre la controparte? Perché non sento dire che salvare vite umane è infinitamente più importante che evitare gli sporchi traffici del capitalismo. Che sono sporchi, non c’è dubbio, ma sono anche meno rilevanti del sangue. Forse anche Fenoglio e Meneghello immaginavano che accettando l’intervento americano un giorno avremmo perso una Sigonella, e che sarebbero sorte basi americane come quelle di Ciampino, di Pisa e di Capo Noli; magari anche noi conoscevamo i rischi dello sfruttamento, della colonizzazione, diretta e indiretta, che peraltro c’è stata, e Mattei ci è morto. Anche noi l’avremmo denunciata di lì a poco. E l’avrebbe denunciata il Pci e la Dc, ognuno a modo loro. Intanto però nel ’44 sotto le bombe ci serviva la contraerea, avevamo bisogno di armi, di truppe. Era il tempo dei distinguo legalistici o della sopravvivenza? Era solo un’altra guerra imperialista come tutte le altre, va bene, ma Mussolini se ne sarebbe andato da solo? Gheddafi se ne va da solo in pensione? Basta chiederglielo? Oppure ci vuole la forza? Il suo popolo l’ha usata, la forza e ha innescato qualcosa di vivo, qualcosa che resterà nella storia di un continente. Possiamo appoggiarli come Garibaldi appoggiò le rivoluzioni sudamericane diventando il Che Guevara di Che Guevara oppure non è possibile? E se è impossibile, cosa lo rende impossibile?

Il ministro Castelli si dice dubbioso sulla difesa della cosiddetta "popolazione civile": "ci saranno sicuramente infiltrati estremisti"… "io lì in mezzo ci ho visto gente con i fucili, con i mitragliatori, con i Bazooka". Si vede che Castelli è abituato ai videogiochi dove la vittime sono ben segnalate e non devi ammazzarle se no perdi punti. Oppure è che una vittima che si difende non è più una vittima? Ecco forse è questo. È che una vittima armata è un rivoltoso. E a noi i rivoltosi non piacciono. A noi piacciono le vittime che ci commuovono e si lasciano ammazzare. Come invece a noi piace sapere che in guerra non ci andremo mai, in nessun caso, e che con la nostra idea di pace saremo sempre al sicuro. Come Gesù.








pubblicato da a.amerio nella rubrica giornalismo e verità il 25 marzo 2011