Lettera a Elizabeth Taylor

Antonio Moresco



Cara Elizabeth Taylor,

mi è preso improvvisamente il desiderio di scrivere a te, adesso, a molti anni di distanza da quando ti sognavo vedendoti sullo schermo nel buio di una sala, la mia piccola testa insieme a tante altre piccole teste nel buio di fronte alla tua testa espansa evocata da un raggio di luce saturo di pulviscolo e fumo.
Non mi perdevo un tuo film. Tu sei una delle poche attrici che abbiamo potuto conoscere in tutte le sue età, di cui abbiamo potuto vedere coi nostri occhi la persona crescere e modificarsi, perché tutta la curva della tua vita è passata dentro il sogno del cinema. Ti abbiamo vista bambina nei tuoi primi film, Torna a casa Lassie, Gran Premio, Piccole donne, e poi ragazza e poi donna in Un posto al sole, Il gigante, La gatta sul tetto che scotta, Improvvisamente l’estate scorsa… e poi scarmigliata e alcolizzata in Chi ha paura di Virginia Woolf, e poi in Riflessi in un occhio d’oro, I commedianti… Tu, tra le attrici americane, eri quella che amavo e desideravo di più. Molto più di Marilyn Monroe, che è poi morta drammaticamente prima di diventare vecchia e di guastare l’icona, che adesso tutti mostrano di adorare e che è finita nei poster e nelle pubblicità delle nuove sante dell’immaginario collettivo pilotato e svuotato, mentre si avvicina all’obiettivo con la bocca a cuore, mentre l’aria calda proveniente da una griglia le solleva la gonna e mette allo scoperto le sue belle e forti gambe da bella ragazza di campagna che recita la parte della bambola sciocchina, della pupattola ossigenata, della proiezione infantile del desiderio maschile. Per questo è stata premiata dai maschi, è stata eletta a simbolo femminile epocale dai maschi.
Io invece amavo, desideravo e sognavo te, la donna vera, con la sua fragilità e la sua forza, quella in carne e ossa, quella cavalleresca, la bambina sbalzata da cavallo, la donna capace di passione e amicizia, la regina di cartapesta e di carne che scivola con gli occhi allungati sulle acque del Nilo e la bisbetica di Shakespeare, la donna amorosa che illumina la sua porzione di mondo e poi quella sbarellata, disperata e indurita.
Mi accorgo che ti sto dando del tu, come si fa con i sogni. Ma tu sei venuta a me come un sogno dentro il sogno del cinema dentro l’incubo del Novecento e del mondo. Sono poche le donne che mi sono arrivate come te attraverso il sogno breve e la visione del cinema. Ce ne sono poche altre che si sono impresse così profondamente nei miei sogni e nei miei sensi: Ingrid Bergman in Notorius e in Io ti salverò, Julie Christie in Messaggero d’amore e nel Dottor Živago, Natalie Wood in Splendore dell’erba, Romy Schneider e Jean Seberg nei loro film della maturità, Claudia Cardinale in Senilità, La viaccia, La ragazza con la valigia, con il suo bel volto e il suo bel corpo di bella ragazza araba.
Io non so se ci sarà ancora per molto il cinema e la sua visione, quel sogno proiettato che si può vedere con gli occhi. O se invece nasceranno altre proiezioni biologiche introiettate nei corpi che adesso non riusciamo neanche a immaginare. Se ci sarà ancora quella cosa che è stata chiamata "l’inquadratura", dove appaiono allontanati e ingigantiti sopra uno schermo i nostri sogni non ancora sognati. Le teste e i volti ingigantiti dei nostri sogni di fronte alle capocchie lillipuziane delle nostre testoline nella capsula prenatale del buio dove andiamo tutti insieme a sognare. La luce che attraversa il buio, le lampadine di quelle teste e di quei volti femminili nudi che accendono il buio. Le teste e le fronti delle donne in primo piano dei film in bianco e nero che apparivano ancora più abbaglianti nel buio, e si vedeva il raggio di luce saturo di pulviscolo e fumo che attraversava diagonalmente la sala diventare all’improvviso più chiaro, più bianco, illuminava come un bengala la distesa di testoline immobilizzate intente a sognare con gli occhi spalancati nel buio. I volti ingigantiti delle donne dalle fronti bianche, scoperte, che emanavano luce guardando senza vedere di fronte a sé con i loro occhi grandi e le grandi, dolci e profumate caverne delle loro bocche che emettevano parole gutturali nel buio, di fronte a uomini ingigantiti, dai grandi cappelli duri e chiusi nelle armature delle loro giacche, dei loro impermeabili e dei loro cappotti, che riempivano di sé l’inquadratura successiva.
A me pare che ci siano state tre epoche, nel cinema e nel Novecento, che vorrei chiamare così: della fronte, degli occhi, della bocca.
Lo so che le epoche non sono mai così nette, che ci sono sovrapposizioni continue tra le une e le altre e che, in questo caso, non tornano nemmeno i tempi e le date. Eppure a me pare lo stesso di vederle e di ricordarle così. Prendi questa mia piccola idea per quello che vale. Ma, se io chiudo gli occhi e penso al mondo attraverso il sogno del cinema, prima vedo la fronte, le grandi fronti e le tempie scoperte delle attrici dei film in bianco e nero, che emanavano letteralmente luce quando apparivano di colpo nell’inquadratura. Mi vengono in mente Greta Garbo, Ingrid Bergman, le attrici svedesi dei successivi film in bianco e nero di Ingmar Bergman, di quelli di Hitchcock…
Poi le fronti si sono ricoperte via via di riccioli, frange, frangette, hanno perso a poco a poco la loro capacità di emanare e riflettere luce. La luce si è spostata, il punto focale dei volti è sceso un po’ più in basso, negli occhi. Grandi, giganteschi occhi in primo piano sullo schermo che guardano gli spettatori lillipuziani immobilizzati nel buio, che cercano di sostenerne lo sguardo con gli sciami dei loro minuscoli occhi. Sono le americane Ava Gardner, Lauren Bacall, Natalie Wood… E poi tu, soprattutto, la regina degli occhi. Non che non avessi anche tu una bella fronte e una bella bocca, non che non illuminassi anche tu lo schermo con la tua bella fronte, che non lo aprissi con la tua bella bocca. Ma il punto focale del tuo volto e della sua visione sono soprattutto gli occhi, il cratere degli occhi. Montgomery Clift, James Dean, Paul Newman, Richard Burton, Marlon Brando… hanno dovuto fronteggiare soprattutto i tuoi occhi in primo piano sopra lo schermo, i tuoi occhi che guardavano noi, che guardavano me, fingendo di guardare loro che ti stavano di fronte invisibili a noi mentre tu aprivi lo schermo con gli occhi per me. Quando li tenevi aperti, quando li chiudevi per baciare noi, per baciare me, fingendo di baciare loro, e allora eri ancora più bella perché, come tutte le donne che hanno occhi meravigliosi, eri ancora più bella con gli occhi chiusi.
Poi il punto di fuoco dei volti si è spostato ancora più in basso. È arrivata l’età della bocca, la nostra. Bocche sempre più evidenti, più grandi, più grosse, gonfiate, siliconate, nei primi piani a tutto schermo, nelle immagini pubblicitarie. Ormai il volto è solo una caverna, una bocca. La bocca che si mangia tutto, anche la bocca, il cratere dentato che inghiotte tutto, la voracità terminale, di specie, il boccheggiare meccanico e vorace dei pesci in fondo agli abissi. Divorare tutto, inghiottire tutto, anche il pianeta. Nella sessualità l’icona parcellizzata è diventata ormai la fellatio. Non che a me la bocca piaccia meno della fronte e degli occhi. Anzi, mi piaci tu proprio perché sei nello stesso tempo fronte, occhi e bocca. Sto solo cercando di far vedere questo spostamento del punto di fuoco, questo continuo restringimento e chiusura e implosione di vita e sguardo e delle possibilità umane e del mondo.
Scusa questa imbarazzante e un po’ delirante lettera che ti scrive un uomo di sessant’anni da una piccola casa in una lontana periferia dell’impero. Ma anche tu… se faccio bene il conto delle date dovresti essere intorno ai settantacinque anni. Da alcune notizie che riesco a captare qua e là so che non te la passi bene, che vivi quasi immobilizzata in un letto e che sei quasi incapace di respirare, dopo avere lottato per tutta la vita con gravi problemi alla colonna vertebrale, insufficienza cardiaca, cancro alla pelle, polmoniti, tumore al cervello, alcolismo… Qualche tempo fa ho letto una tua intervista dove a un certo punto dici: «Sono diventata una povera, piccola vecchia. Sono tutta piegata da una parte. Nello specchio il mio corpo è concavo e convesso. Le mie radiografie sono folli, quando gli ortopedici le vedono alzano gli occhi al cielo. Ma non ho paura di morire». E poi concludi: «Mi manca la carezza di un uomo».
Lo sapevo già, ma mi stai dicendo che non sei solo gli occhi, la fronte, la bocca, sei anche quel povero cervello a cui il corpo non obbedisce più, quelle povere ossa deformate dallo sforzo di portare per così tanto tempo sopra di sé il peso di tutti i nostri sogni, e che adesso ci mostri nella loro ultima immagine radiografata e nella tua ultima inquadratura di donna bella e coraggiosa che non ha paura di vivere e di morire.
Io non riesco a immaginare la vita che stai conducendo, i volti delle persone che si avvicenderanno di sicuro attorno al tuo letto di persona ricca, sola e malata. Ma questa mattina, mentre sto scrivendoti questa piccola lettera d’amore, provo a immaginare che tu, svegliandoti dal tuo sonno propiziato da antidolorifici e sedativi, ti giri verso la donna che è venuta ad aprirti la finestra e improvvisamente le chiedi:
«È entrato qualcuno nella stanza, stanotte?»
«No, perché?» ti risponde la donna.
«Perché ho sognato che qualcuno mi faceva una carezza mentre dormivo.» Io lo so chi è stato.
Non ha lasciato per caso dietro di sé un leggero profumo di rosmarino?








pubblicato da a.moresco nella rubrica cinema il 23 marzo 2011