On some faraway beach

Silvio Bernelli



Non importa se ascolti classica, jazz, rock, pop o avanguardia. Se sei un vero appassionato di musica, è impossibile che tu non abbia in casa un disco, un cd o un mp3 firmato Brian Eno. Un signore che dai primi anni ’70 alla fine del decennio successivo ha lasciato un segno indelebile nella musica moderna, riuscendo nell’impresa di essere un artista popolare e, allo stesso tempo, elitario.

L’avventura del musicista e produttore inglese viene raccontata in ogni dettaglio nella biografia On some faraway beach di David Sheppard, pubblicato da Arcana nella traduzione di Chiara Veltri (457 pp, 29 €). L’autore è un critico musicale che già si è cimentato nelle biografie di altri due giganti del rock, Elvis Costello e Leonard Cohen.

Nel suo corposo libro, documentato e ricco di interventi di chi Eno lo ha conosciuto bene (da Colin Newman degli Wire alla ex moglie Sarah), Sheppard ripercorre la vicenda del figlio di un postino, battezzato dal caso con il nome altisonante di Peter George St. John le Baptiste de la Salle Eno. Il ragazzo, sperimentatore di ogni suono fin dalla più tenera età, abbandona la provincia inglese per Londra, dove incontra i futuri Roxy Music. I primi due album della band guidata da Brian Ferry offrono un buon esempio del bricolage sonoro inventato da Eno: pulsazioni elettroniche, tastiere ritmiche come mai prima, rumori stranianti. Intuizioni che il musicista farà poi esplodere nella sua lunga carriera solista: nella quadrilogia di pop obliquo iniziata da Here come the warm jets e chiusa da Before and after science, nei dischi in coppia con il dominus della chitarra Robert Fripp; e poi ancora nel jingle di apertura del programma windows e nelle sue installazioni sonore, primordiali esperimenti di light & sound design.

Tra una sperimentazione e l’altra, Brian Eno passa alla storia per almeno due buone ragioni. La prima è l’invenzione dell’ambient music: paesaggi sonori rarefatti, in cui ogni suono è messo a mollo in una sorta di liquido amniotico. Da qui nasce un nuovo utilizzo della musica come arredamento sensoriale, un intero filone di colonne sonore cinematografiche e anche purtroppo generazioni di emuli new age.

L’altra rivoluzione lanciata da Eno è quella del celebre My life in the bush of ghosts realizzato con Davide Byrne. È il disco-collage del 1981 che assembla voci e suoni rubati da contesti diversi: dai canti tradizionali arabi alle infuocate omelie dei predicatori radiofonici americani. Il tutto messo insieme assai prima dell’avvento di campionatori e computer, inventando quindi di fatto il suono-puzzle di oggi.

Dopo aver seguito Eno in cima alle vette artistiche della carriera, On some faraway beach racconta anche l’abilità del musicista inglese di passare all’incasso grazie alle megaproduzioni discografiche di U2 e James, e alla presenza in innumerevoli colonne sonore, da Trainspotting a La stanza del figlio.

Interessanti anche i ritratti dei molti artisti che hanno collaborato ai vari capolavori firmati Eno: un flemmatico Fripp, un partecipe Robert Wyatt, un inafferrabile David Bowie e un John Cale con cui non ti verrebbe voglia di berci insieme neanche un bicchiere, davvero.








pubblicato da g.fuschini nella rubrica musica il 22 marzo 2011