Il diritto di denunciare

Serena Gaudino



Da gennaio a oggi in Italia sono state ammazzate circa 50 donne: una vera e propria strage. La fascia più colpita è quella compresa tra i 15 e i 44 anni. Donne che muoiono o soffrono portandosi addossi i graffi e i lividi di una vita che scorre appiattita dalla paura, smorzata dal silenzio. Piena di violenze quotidiane. Ma queste vittime non sono vittime riconosciute, sono ancora fantasmi senza identità. E per questo nasce a Napoli il comitato RiCominciare: per chiedere al governo «una legge che equipari – scrive Cristina Zagaria fondatrice con Stefania Cantatore e tante altre donne del Comitato – le vittime di violenza e discriminazione sessuale alle vittime per mafia e terrorismo». «Chiediamo per chi è vittima di violenza sessuale il danno biologico e quello sociale — continua la Cantatore — Chiediamo che sia riconosciuto lo stato di “vittima” come è stato fatto per le vittime di mafia e per quelle di terrorismo».

Alla Ministra Guardasigilli Prof. Paola Severino Alla Ministra dell’Interno Dott. Annamaria Cancellieri

Il diritto di denunciare: regole certe

La denuncia, se si è vittime di violenze perché donne, è il primo passo per godere delle libertà costituzionali. Gli ostacoli e le diversioni che dissuadono le vittime, nell’accedere a questo primo indispensabile passo, sono ancora ricorrenti nei luoghi deputati alla tutela del diritto. Insieme ai pregiudizi e alle sottovalutazioni culturali, la scrittura disarticolata ed ambigua delle regole continua ad essere complice del femminicidio. La violenza degli uomini sulle donne, in casa, sul lavoro, per le strade, nelle scuole è un crimine che con cadenza annuale viene enumerato, mostrato e svelato, pur considerando i dati frutto di una sottostima. Da oltre trent’anni indichiamo ai Governi soluzioni certe per il contrasto alla prima causa di morte precoce per le donne ed ostacolo alla realizzazione dei diritti umani. La reiterazione dei reati con la stessa o con più vittime e la diffusione di comportamenti proprietari nel genere maschile, nonostante la forte rilettura in chiave politica delle responsabilità nel femminicidio imposta dal movimento delle donne, mostrano che l’inadeguatezza delle regole invalida ogni cambiamento culturale. Il testo unico di Pubblica Sicurezza, all’Art. 1, recita “per mezzo dei suoi ufficiali, ed a richiesta delle parti, provvede alla bonaria composizione dei dissidi privati”, definizione che si presta a controverse interpretazioni e che certamente induce a comportamenti contrari al diritto delle donne di accedere alle vie giudiziarie per la tutela della propria salvaguardia, esponendo tutte ai rischi noti e meno noti. Di fronte all’inerzia parlamentare nell’adeguare le leggi Italiane così come indicato dalle risoluzioni Europee, sollecitiamo l’intervento autorevole delle Ministre alla Giustizia e agli Affari Interni, perché sia data chiara indicazione dell’inapplicabilità, a qualsiasi titolo, di azioni “di mediazione o composizione” exgiudiziale di fronte ad eventi familiari e relazionali per i quali la vittima ha ritenuto di dover ricorrere alla forza pubblica o per i quali di questa sia richiesto l’intervento. Indichino inoltre, detti Ministeri, l’obbligo contestuale di fornire dettagliata informazione, alla vittima, dei diritti e delle provvidenze di sostegno alle quali può accedere per un efficace percorso legale. Le Promotrici Udi di Napoli e DonneSuddonne Per firmare e aderire (qui)

UN PENSIERO SU “IL DIRITTO DI DENUNCIARE”

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pubblicato da s.gaudino nella rubrica condividere il rischio il 16 aprile 2012