Mamma!

Sergio Nelli



La mia mamma si vergognava di un sacco di cose. Quando da piccola mi portava al mare, ad esempio, non si metteva in costume perché si vergognava delle vene che aveva sulle gambe. I miei nonni invece esibivano la loro nudità senza problemi così come gli altri più giovani, donne e maschi che circolavano tra gli ombrelloni del nostro bagno. In città abitavamo in una casa ariosa, con un terrazzo e un giardino. Dei miei compagni di classe non c’era nessuno che avesse una casa tanto spaziosa e comoda, ma quando veniva l’amico di mio padre con la moglie, quelli che avevano una villetta isolata a metà collina, mia madre si vergognava di abitare in un condominio, svalutava l’ arredamento, era in imbarazzo per la comunanza del giardino. Se capitava che mi venisse a prendere nelle case dei miei amici osservava che erano pulite e ordinate. Era sottinteso, più della nostra. Che fossero più modeste era invece un dato su cui non riusciva a focalizzarsi. Se i professori, che dicono sempre le stesse cose come un disco rotto, parlavano di un rendimento mediocre, di una mia mancanza di curiosità e di partecipazione, lei prendeva la cosa alla lettera e abbassava gli occhi. Poi, a casa, additava i migliori e rammentava quanto a lei sarebbe piaciuto studiare, se le condizioni della sua famiglia non gliel’avessero impedito. Lo stesso capitava con la bellezza o, chessoio, con le mie capacità sportive o i talenti. E se ci restavo male, dopo un po’ faceva le vocine per sciogliermi. Per questo non aveva remore. Diminutivi, vezzeggiativi, parole inventate, regressioni non avevano nulla a che fare con la sua zona nevralgica del confronto, del presunto equilibrio. Era la sua terra libera, agli antipodi dalla calamita della frustrazione. Quando sono un po’ cresciuta non c’era neanche gusto a criticarla di rimando, a ferirla, perchè invece di farle girare le scatole si otteneva un’autocritica profonda o addirittura il pianto. Allora magari, le dicevo solo: mamma! Il suo non era nemmeno un senso di insufficienza proiettato anche in quelle che sentiva le sue estensioni, bensì un qualcosa che fibrillava tortuosamente intorno alle proporzioni. Quando, per esempio, mio padre comprò una berlina di lusso, ponendo fine alla serie delle utilitarie, mia madre si vergognava perché le sembrava troppo. Uscivamo dal garage condominiale e la osservavo che si guardava d’intorno con circospezione.
Una volta diventata grande m’è venuta un’allergia a tutti questi ingombri, allusivi peraltro ad altri ingombri. Non mi sono mai curata troppo delle case in cui ho abitato, prima da studentessa e dopo da sposata. Vestiti, macchine, arredamento, oggetti, questi prestigi contano fino a un certo punto e me n’è importato il giusto. Ho puntato al decoro e basta. E anche il non essere bella quanto avrei voluto l’ho accettato presto, come si fa con queste cose. Insomma, non ho mai avuto, dal punto di vista della coscienza più desta, complessi di inferiorità dal non possesso né sensi di colpa per ciò che avevo. Mi sono laureata presto in geologia e ho cominciato subito a lavorare. Vedo ancora gli occhi spauriti di mia madre quando le comunicai questa scelta universitaria, che era stata nutrita peraltro dalle nostre escursioni domenicali a caccia di conchiglie fossili sulle colline toscane. E ricordo la sua aria soddisfatta, quasi incredula, alla mia tesi di laurea. Così, frequentandomi per tanti anni da donna fatta, la mia mamma, dopo un oscuro episodio di depressione, ha cominciato a liberarsi da tutte le ubbie sulle mancanze e sull’equilibrio, si è rilassata - una volta mi ha perfino confessato che le era sempre piaciuto fare all’amore - ed è stata finalmente anche coi nipoti più libera, obiettiva, talvolta gioiosa. Tanto che questa sua cosa antica, primaria, dovevo farla rivivere con lei nello scherzo, magari ricordandole quanto poco mi aveva sostenuta davanti allo specchio o nelle mie battaglie, oppure citandole proverbi tipo l’erba del vicino è sempre più verde. In questo modo siamo andate avanti.
In tutta la sua metamorfosi, una delle sorprese più grandi per me è stata la sua trasformazione in cucina da esecutrice ordinaria a cuoca capace e inventiva.
Quando si è sentita male proprio a casa mia, e io volevo chiamare il 118, mi ha detto di aspettare, che si vergognava di far venire l’ambulanza. Finché il dolore non l’ha sopraffatta. L’arresto cardiaco è sopraggiunto qualche attimo dopo l’entrata in casa del personale medico. Sono andata con lei allora tenendole la mano. Sono stata a sorvegliarla nella tenda ad ossigeno. Dopo qualche ora si era un po’ripresa. Sto morendo, ha detto. Mia madre mi ha abbandonato, ha detto, riferendosi alla madre naturale che aveva perso all’età di sette anni. L’avevano fatta sedere in una poltrona. Non c’erano in lei segni di combattimento, l’ho vista bene nell’ultimo suo atto, ma stavolta la sentivo, respiravo con lei, eravamo insieme fino in fondo: si vergognava di morire, di essere un animale.








pubblicato da s.nelli nella rubrica il dolore animale il 18 marzo 2011