Nell’ultimo romanzo di Marías non c’è vita senza innamoramenti

Silvio Bernelli



C’è la giovane editor María Dolz che osserva ogni mattina una coppia di sconosciuti in un caffè di Madrid. C’è il brutale omicidio di Miguel, l’uomo della coppia, e la solitudine straniante della moglie Luisa. C’è l’amico della coppia Javier Diaz-Varela che affascina María al punto da attirarla in un ménage basato sul tradimento e la complicità.

E soprattutto nell’ultimo romanzo di Javier Marías Gli innamoramenti pubblicato da Einaudi nella traduzione dell’appena scomparso Glauco Felici (pp. 306, 20 €), c’è la scrittura che è il marchio di fabbrica dell’autore spagnolo. Ipnotica ed elegante al tempo stesso, trascina il racconto con la lenta potenza di una colata di lava.

I lettori dei romanzi precedenti dello scrittore spagnolo, da Tutte le anime a Domani nella battaglia pensa a me, sanno bene che la scrittura di Javier Marías è in grado d’ingurgitare tutto. È una forza che cementa i romanzi di Marías in una sorta di grande opera unica, non tanto dissimile da quella costruita tra anni ‘80 e ‘90 da Cormac McCarhty, dove l’ambientazione è di solito una Madrid piovosa e fredda, lontanissima dal folclore spagnolo. I personaggi sono degli intellettuali (scrittori, editor, traduttori) alle prese con i rovelli della coscienza. La voce narrante è in prima persona, in Gli innamoramenti è quella di María Dolz. Dialoghi e pensieri sono pieni di citazioni letterarie e cinematografiche, disamine critiche su capolavori del passato, endoscopie di aforismi famosi. Le storie sono ridotte ai minimi termini.

Non succede quasi niente nei romanzi di Javier Marías. Di solito l’intera vicenda si risolve in un pugno di scene, così come vuole la letteratura fedele al detto di Virgina Woolf: “La trama è una volgarità giornalistica”. Una disciplina che nel caso di Marías non va però intesa come totale assenza di trama. Anzi, malgrado le poche scene in cui si sviluppa Gli innamoramenti, l’epilogo stordente della storia giunge proprio quando pare che questa inizi ad avvitarsi su se stessa. È il risultato di qualche pagina di troppo, probabilmente sfuggita a un autore che, proprio grazie allo scintillio abbagliante della propria lingua corre il rischio di scrivere sempre a un rigo dall’autocelebrazione.

Niente di grave, comunque, solo la temporanea manifestazione del male infido del quale soffrono tutti i grandi, lo stesso che spingeva Jimi Hendrix a distorcere una nota di troppo e Pablo Picasso a dipingere una Dora Maar in più. Una trappola alla quale Marías scampa grazie alla ferocia delle lezioni morali contenute nel romanzo. Uno: al complice spetta una colpa peggiore di quella riservata al colpevole. Due: siamo pronti a tutto, ma proprio a tutto, pur di sentirci amati.

Due messaggi che giungono al lettore attraverso l’uso reiterato di ciò che l’autore stesso mi ha spiegato essere il pensiero letterario: “La mia scrittura nasce dalle mie letture, dagli autori che amo di più: Henry James, Conrad, Proust, Shakespeare ovviamente. È una tradizione letteraria quasi perduta, quella che potremmo chiamare del “pensiero letterario”, che non significa riflettere sulla letteratura o i libri, ma pensare letterariamente sulle cose del mondo. Il pensiero letterario è diverso da quello filosofico o scientifico, è una forma a sé che ha il vantaggio di non dover dimostrare le sue affermazioni. Può essere contradditoria, ma deve riuscire a impressionare il lettore con un’affermazione fulminante che appena uno la legge pensa: sì, è davvero così.”

E alla fine è questo che il lettore pensa chiudendo l’ultima pagina di Gli innamoramenti. Sì, la vita, con i suoi fallimenti e le sue colpe, è davvero così, come viene raccontata in questo romanzo.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica libri il 13 gennaio 2013