I partigiani di ieri e i poveri di oggi. Su alcune pagine di Luigi Meneghello

Nadia Agustoni



Il ricordo è una forma di dovere o di riconoscenza, ma in un caso e nell’altro, non sempre assumiamo che ha in sé necessità e libertà. Nelle parole di uno scrittore come Meneghello, nel cui lavoro la memoria è centrale, a volte questo doppio passaggio è aprire crepe, dove come lettori possiamo arrivare al presente, o meglio, a cosa del ricordo riguardi il presente. Una riflessione sulla guerra partigiana, per i nati lontano dalla resistenza, deve porsi la domanda su come oggi ne testimoniamo con i fatti, la parola e un senso di comunità a cui si mescolano la richiesta di giustizia e l’accoglimento del dolore per chi è dovuto soccombere e soccombe ogni giorno, a ogni latitudine, finanche nel mare nostrum.

Luigi Meneghello ci ha lasciato un’opera complessa, uno scavo nel passato e nelle parole che è restituire la formazione umana e intellettuale di alcune generazioni di italiani. I suoi scritti sono un un mondo, i caratteri formati da quel mondo e la fedeltà a un’idea di come essere gente migliore. Parlano in tal senso alcune pagine de I piccoli maestri e di Libera nos a Malo. I pochi paragrafi che riporto, con brevi appunti, riguardano un discorso culturale a cui molti sono ostili, ma con cui Meneghello costruisce pensiero mettendo al centro la storia, che è sempre storia di popolo, di personalità e di incontri. Se hanno qualche utilità, è nella misura in cui il nostro tempo diviso è il risultato di una confusione che poco tralascia, ed è quindi politica si, ma anche abbassamento del livello critico e sforzo di parole senza toccare il dolore reale, che eccede in sbocchi violenti o ripiegando nel silenzio.

“Per di qua, alpini!, per di là": il popolo italiano difendeva il suo esercito, visto che s’era dimenticato di difendersi da sé: non voleva saperne che glielo portassero via. Alla stazione di Vicenza fummo afferrati e passati praticamente di mano in mano finché fummo al sicuro. Le donne pareva che volessero coprirci con le sottane: qualcuna più o meno ci provò. Lelio andò a casa, io presi la strada del mio paese. "A casa mia c’è una Steyr" dissi a Lelio. "Tu cambiati, e vieni su." A casa mi diedero subito da mangiare un uovo sbattuto. La Steyr era nel cassetto del comò in camera del papà; c’erano anche una dozzina di pallottole. Quando arrivò Lelio in bicicletta da Vicenza, andammo in orto a provarla. […] Lelio tirò a un pomodoro e lo traforò tutto. "E’ evidente che anche con la pistola abbiamo mira" dissi; e da quella volta, per tutta la durata della guerra, non mi preoccupai più di controllare la mia mira. Con questa mira, e con Steyr in tasca, andammo su per monte Piàn a cercare un posto adatto. Adatto a far cosa? Era ancora tutto vago. Lelio ed io avevamo una mezza idea di dover metterci noi due soli a fare i ribelli, contro gli estensori di manifesti: non avevamo pensato seriamente al problema di chi altro potesse interessarsi. Fummo presi in contropiede. Il mio paese era pieno di gente come noi. Era irriconoscibile, il mio paese: a ogni ora arrivano soldati dai quattro cantoni dell’orizzonte, e tutti si cercavano, cercavano noi, volevano fare qualcosa, organizzarsi. (I piccoli maestri. Dal cap. 3)

L’esplosione di vitalità, dopo l’8 settembre, è esemplificata in questo passaggio e trasmette la forza che trascinò molta gioventù dell’epoca nella resistenza. La freschezza dell’idea “di dover metterci noi due soli a fare i ribelli”, se può far sorridere, ma non sfugga l’intento antiretorico, ci dice che la verità a cui tanti giunsero contemporaneamente, trovò subito la rivolta come sbocco naturale. Quando i grandi cambiamenti accadono sembra che nulla possa prevederli. L’attesa del nuovo pare infinitamente lunga, ma di colpo qualcosa cambia e il movimento da cui tutto ha inizio non è subito percepito.

E’ l’occhio del giovane partigiano, non del Meneghello scrittore, che ritrova le immagini del maestro Antonio Giuriolo e della “Marta”: "Metà di lei era Florence Nightingale, l’altra metà Mata Hari; aveva il gusto della mistificazione, del trucco non strettamente indispensabile, del travestimento come fatto stilistico. Ci procurava le carte false e le armi, ma non da fuoco; aveva una fede cieca nelle armi di bronzo […].” L’incontro notturno con Antonio Giuriolo, dopo il viaggio in treno con cui Meneghello e altri raggiungono una zona dove creare un reparto partigiano di montagna, è invece già un ritratto compiuto del giovane maestro vicentino:

Vidi nel suo viso per un attimo, mentre mi abbracciava, un riflesso di soddisfazione che anch’io fossi lì. Ne fui contento, ma neanche un po’ sorpreso, perché a me la cosa sembrava ovvia e scontata. Forse Antonio sottovalutava la profondità della sua influenza; era così abituato a dover far parte per se stesso, e vedere le cose e i fatti andare per conto loro, vedere, per dir così, la storia sbagliare. Forse sottovalutava anche un poco in noi, in me, la assoluta, quasi folle convinzione del primato delle idee. (I piccoli maestri. Dal cap. 3)

Nello stesso modo, l’occhio del partigiano Meneghello, coglie la forza del reparto comunista che incontrano nella zona che chiama “ in California”. "

Un giorno arrivò in California un reparto di comunisti. Erano meravigliosi. Laceri, sbracati, sbrigativi, mobili, franchi: questi qui, pensavo, sono incarnazioni concrete delle Idee che noi cerchiamo di contemplare, sbattendo gli occhi. Eravamo tutti impregnati di questi concetti allora: dicevamo che le idee si calano nelle cose. (I piccoli maestri. Dal cap. 4)

I libri di Meneghello, sono esemplari di un’idea di civiltà e se vanno colti al passo, per così dire, nei romanzi, dove al centro della narrazione è la formazione vicentina dell’autore e la sua educazione da partigiano in “Giustizia e libertà”, in modo più chiaro lo scrittore, scomparso nel 2007, li esplicita nei resoconti della propria vicenda di insegnante espatriato in Inghilterra. In questi altri scritti l’eticità di un educazione tesa alla conoscenza e al pensiero critico, nonché il lavoro che richiede la trasmissione di cultura, risultano chiari, non più celati sotto l’abito dell’avventura, per quanto saldata ad eventi tragici, ma colti con un raccontare che ridisegna un ambiente e un tipo umano che tardiamo da qui a scorgere.

In Libera nos a Malo la forza con cui Luigi Meneghello, in pochi intensi paragrafi, fa il ritratto della maestra Prospera Moretti sono uno dei punti più autentici di un’opera con cui il confronto non si esaurisce.

La maestra Prospera non era una donna, per noi, ma un fatto della natura, come il campanile, l’arciprete, la piazza. Avvertivamo tuttavia, dalla foggia antica dei capelli, dalla pronuncia forse, che c’era in lei qualche cosa di arcaico. Era infatti una donna all’antica, che premiava con le mentine di zucchero colorato e puniva con piccoli colpi di bacchetta sulle nocche delle mani. […] Viveva ritirata, e quando si lasciava la sua scuola la si perdeva quasi completamente di vista. Morì dopo la guerra, quando io ero ancora in paese, e la portammo a seppellire proprio noi alunni della mia generazione, io Mino Faustino e Guido. Eravamo disorientati e rattristati, e ci ripetevamo le frasi che scoprimmo di saper tutti a memoria. "Questa mattina ho aperto le imposte e ho visto il sole. Poi mi sono lavato la faccia, le orecchie e il colo. Mi sono vestito e petinato. Dopo aver mangiato il caffelatte io sono andato a scuola. La mia scuola è posta in via Borgo ed è bella e spaziosa. La mia maestra si chiama Prospera Moretti”. (Libera nos a Malo. Dal cap. 6)

La figura della maestra Prospera è risolta in frasi in cui l’effetto semantico è potente.

[…] non era una donna, per noi, ma un fatto della natura, come il campanile, l’arciprete, la piazza. Avvertivamo tuttavia, dalla foggia antica dei capelli, dalla pronuncia forse, che c’era in lei qualche cosa di arcaico. (ibidem)

Meneghello chiama “natura” il campanile, la piazza, l’arciprete, e ne svela però il senso di presenza comunitaria che li fa elementi sociali a tutto tondo, ma lo fa come tralasciando il fatto che sono costruiti, com’è del sociale, cosicché entrano nel discorso con effetto un po’ comico. Questo dato è rafforzato dal termine “arcaico” e nello stesso tempo è reso ambiguo. La maestra ha qualcosa di “arcaico” che è associato ai capelli o alla pronuncia. Un doppio riferimento: capelli e pronuncia; quindi voce, non subito linguaggio. Non le parole, ma come sono dette. Potrebbe trattarsi di un residuo di dialetto o di un’inflessione antica, un intercalare non più in voga. I capelli sono invece segno del corpo e come la postura indicano un modo di essere che è immagine, personalità e oggi diremmo un “performare” se stessi.

Le pagine dedicate dallo scrittore vicentino alle figure femminili sono di una densità rara. La figura della madre, pur comparendo poco, è indicativa di un impedimento di Meneghello ad accostare questo affetto con le parole. Mentre parla a lungo del padre, il proprio dolore per la madre non trova collocazione che all’interno, come di chi non si può dire. Le donne che accompagnarono in seguito la sua vita, sono sempre mitizzate, consegnate ad una memoria in cui le incontriamo come la Simonetta, la Marta ecc. Il “la”, non spregiativo ed oggettivante – come potremmo pensare – ma indicativo di una grandezza, che come lui stesso spiegò, era dare loro la presenza ideale simile a quella di una nazione, quasi si dicesse la Francia o la Spagna. E’ indicativo che Luigi Meneghello più volte rammenti la mancanza di potere delle donne in epoca fascista e i rituali della società e della casa che le relegavano a un ruolo di subordinazione, sottolineato dal dovere di svolgere sempre qualche mansione, anche nei momenti di riposo. Lo scandalo suscitato in questi anni da culture rigide ed oppressive rispetto alle tematiche femminili, è lo scandalo di un “arcaico” che riappare da dove troppo in fretta era stato sepolto. Gli italiani, come vedessero una vecchia fotografia per loro irriconoscibile, ma inscritta nell’inconscio e da lì nella cronaca nera dove spesso deborda, non accettano di fare i conti con il passato e quindi con il presente. E’ tragico ammettere che quel dolore – il dolore dell’altra e il dolore di chi è doppiamente altra perché straniera– ci riguarda, ma non da lontano bensì da vicino, un DNA che non possiamo fingere non sia nostro.

In Quale ethos Renzo Zorzi, a proposito de I piccoli maestri annota alcune cose importanti, apparentemente a margine, in verità fondamentali, per comprendere come il libro abbia toccato nel vivo, ma sfiorandole, questioni poi esplose nel dopo guerra. Zorzi ricorda che a Meneghello mancò l’esperienza “della pianura” dove la guerra partigiana portò uomini e donne di città, di buona estrazione sociale, a contatto con la miseria contadina, con la moltitudine popolo che sopravviveva a malapena in case piene d’umidità, freddo, malattia e stando gli uni a ridosso degli altri in un unica stanza, un unico letto di pannocchie: “...case divorate dall’umidità che saliva lungo i muri fino al tetto, avvolte d’estate da nuvole sonore di zanzare impazzite...” e ancora “...mani infantili disfatte dai geloni, donne costantemente piegate in due, mai viste in riposo. Vivevano. Quasi di solo sguardo, murate in un misterioso silenzio che era più del mutismo.” (In Anti-eroi. Prospettive e retrospettive su I piccoli maestri di Luigi Meneghello; pag. 106)

Messi davanti all’estrema povertà, alla misera inimmaginabile, entreranno in crisi i valori borghesi di quei giovani e dirà Meneghello: “In un paese di poveri è sempre una porcheria mangiare a sazietà” (ibidem).

Lo scandalo della povertà, ai nostri giorni, è per molti una “colpa”, quella del povero, al cui insuccesso guardano come a un’incapacità che non è solo la non attitudine a fare denaro, ma qualcosa che ne pregiudica la personalità. Il consumo di esseri umani considerati “perdenti” non fa notizia, magari da sempre, ma più grave è l’incapacità di pensare agli altri se non ci servono e di capire la difficoltà di una condizione se questa non ci riguarda. Il disagio sociale diventa così “inferiorità” che è poi vulnerabilità. Non è di poco conto che per gli inadeguati, anche in un ambito una volta politico come quello della fabbrica e tra gli stessi lavoratori, ci sia l’isolamento se non rispondono, a livello fisico, all’incremento di produzione e a livello psichico a un’ideale di “servitù”. La vulnerabilità tocca il corpo e questioni come età, genere, razza, mettendo in rilievo che avere meno opportunità, anche culturali, espone in partenza ad una perdita che non è mai su un piano solo, mentre la “solidarietà” è ormai quasi sempre intrecciata a forme di controllo o finalizzata a un business delle povertà, com’è di certe onlus. Dobbiamo a queste situazioni, e al senso di inadeguatezza che creano, l’isolamento sociale in cui viviamo e l’essere lasciati soli davanti all’ingiustizia, senza capire la sofferenza di chi abbiamo vicino e subisce le stesse cose. Quando invece l’ingiustizia riguarda “altri/e” senza cittadinanza, immigrati per motivi economici o politici, risulta chiaro che molti usano il “noi” per negare a queste persone i diritti che noi abbiamo. All’inverso c’è chi solidarizza con i fondamentalismi religiosi, ma senza pensare che non chiedono democrazia, né uguaglianza, ma un’altra forma di imperium.

Se il linguaggio postmoderno tende a confondere, la realtà si fa più “nuda”. L’esperienza del mondo del lavoro, ed è un esempio, dice che sempre più vite sono in liquidazione, ma la difficoltà è leggere quelle vite espulse alla pari con le vite respinte in mare. La beffa è che gli uni si sentono invasi e non nascondono il proprio razzismo uccidendo l’idea di una comunità ampia e capace di confrontarsi con situazioni difficili. Al suo posto la difesa di un’identità italiana e la fine di una narrazione e di un’etica che erano solidarietà.

Da “Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni” (*) non è una frase semplice. Indica, tra l’altro, un andare oltre il possesso e che nessuno deve essere escluso; anche chi non ce la fa ad essere produttivo per motivi di handicap fisici o mentali, ha dei diritti e non li perde né perde la sua umanità per uno svantaggio di cui non ha colpa. E’ a pensieri come questo che dobbiamo la speranza e il coraggio di difendere gli innocenti se le circostanze lo chiedono. Inoltre una parte importante di questa narrazione, era legata a chi emigrava e alla capacità, spesso dolorosa, di tenere insieme le proprie radici e l’internazionalismo. Queste persone, discriminate anche per le proprie idee, sapevano che: “essere minoranza non fa niente, è come lo si è che cambia le cose”. Riporto la frase come l’ho sentita nel parentado dopo la sconfitta elettorale della sinistra del 2008.

La grande forza di un partito popolare come il partito comunista era nella sua gente. E’ pensando a com’erano che la narrazione di cui parlavo si allarga ai piccoli fatti con cui testimoniavano la loro idea di bene. C’è una cosa che riguarda chi moriva sul lavoro e credo sia importante. Non vi era quasi mai, si parla di decenni fa, un degno risarcimento del danno e i responsabili tentavano ogni volta di nascondere cos’era avvenuto, ma la gente raccontava la storia di quei morti e dell’incidente e il racconto orale “trascriveva” una realtà di cui tutti venivano a conoscenza. In questo modo chi perdeva i congiunti, non li perdeva, perché venivano ricordati. Il ricordo era protesta e attenzione a ai fatti. La memoria come segno di affetto includeva chi restava a chiedere verità. Oggi, al contrario, chi perde un congiunto sul lavoro deve difenderlo dalla denigrazione, quasi fosse un incapace, e spiegare l’assurdità di una morte a chi non riesce a immaginare una fabbrica, una cava o una galleria.

Recita l’articolo due della Costituzione italiana:

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Un linguaggio chiaro per dire cosa nacque con la resistenza e come allora ebbero il coraggio di fronte alla distruzione dell’uomo di essere limpidi e di dare significato a ogni vita.

Riandando così a quei volti “quasi di solo sguardo” fino ai volti del nostro difficile “dispatrio” qualcosa ridiventa attuale. Se la sofferenza ci mette in difficoltà, guardare oltre per non vedere fa sì che alla fine non vediamo nemmeno noi stessi. Quello che non sopportiamo è il saperci vulnerabili, perché abbiamo imparato che questo è un disvalore, mentre ha in sé capacità e generosità, ma soprattutto tenerezza. Senza non possiamo capire quell’illeggibilità dell’umano, quel “misterioso silenzio” che è più del mutismo, quando appare tutto dei volti, anche il nostro volto. Il dolore dell’altro è la vulnerabilità che ci trova e ci raccoglie così: negli altri.

(*) La frase di Marx è riconducibile a quanto descritto negli Atti degli Apostoli At. 4,32-35 “...e nemmeno uno diceva che fosse sua alcune delle cose che possedeva. Ma avevano ogni cosa in comune.”








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 14 gennaio 2013