Sull’Europa 2

Gianni Vacchelli



Per un risveglio: le radici e l’arcobaleno

I. Primo movimento

Per Simone Weil, la grande malattia dell’Occidente è lo sradicamento.
Lo dice in un libro geniale e celeberrimo che data 1943: La Prima radice (ma il titolo in francese è L’enracinement, “Il radicamento”). La lucidità e la profondità della grande filosofa ci appaiono contemporanee (e oltre). Simone vede già la crisi della democrazia, il regno della quantità che ci domina. I partiti politici (da abolire, dice con provocazione e rigore), litigiosi e informi, non portano nulla.
Dimentichiamo il nostro passato, ci ricorda la filosofa. Ma non in un senso solo culturale o museale. Il passato come esistenza vissuta, da rivivere e ricreare. Le nostre radici. La nostra interiorità. La Weil vede già il frastuono dell’informazione (nel ’43!), che ci ingolfa. Il nostro pensiero si fa torpido, pesante, poco creativo. Ci perdiamo così nella massa, in un collettivo dove il nostro io più profondo s’inabissa.
Ma lo sguardo penetrante di Simone non è pessimista. Cerca il risveglio. Il radicamento.
E le sue parole risuonano, simili e diverse, con quelle di Raimon Panikkar, uomo saggio e grande filosofo dei nostri tempi, che ha vissuto in sé l’incontro di più tradizione d’Oriente e d’Occidente.
Panikkar infatti, di fronte alla crisi che viviamo (di cui l’economica è solo punta dell’iceberg), vede necessari due “passi”, apparentemente opposti e invero complementari[1]:

a) il ritorno creativo alle nostre radici. Dobbiamo cioè riscoprire il “genio” dell’Occidente, che non consiste tanto nei suoi gadgets tecnologici o nel mito del progresso (nel quale sempre meno si crede). Piuttosto dobbiamo riavvicinarci criticamente e creativamente alla nostra straordinaria tradizione culturale, artistica, scientifica, spirituale, riscoprendola molto più ampia e variegata, di quanto pensavamo o ci hanno insegnato. L’Occidente è due guerre mondiali, due totalitarismi (con bombe atomiche annesse), ma è anche la Bibbia, l’Odissea, Platone e Aristotele, la Commedia di Dante, Shakespeare, Bach, Mozart fino a Freud, Jung, Planck e Gauss.
L’elenco è inesauribile. Dobbiamo riscoprire l’interiorità della cultura occidentale, la sua dimensione simbolica.

b) l’incontro con “l’arcobaleno” delle altre culture, delle altre tradizioni, delle altre religioni. L’arcobaleno, fenomeno fisico e simbolo insieme, ci ricorda che il monocromatismo (culturale, religioso etc.) è semplicemente un assurdo. Ridurre la realtà ad un solo principio-colore è un delitto. Nessuna cultura ha il monopolio della soluzione dei problemi dell’oggi. Fosse anche la nostra, occidentale, la più illustre, non basta. È necessario un dialogo creativo. Una mutua fecondazione. Ciascuno ha bisogno dell’altro come di se stesso.

Le radici e l’arcobaleno è come dire interno e esterno, terra e cielo, profondità e altezza. Tutte le culture tradizionali ci ricordano che l’uomo è mediatore tra ciò che sta in basso e ciò che sta in alto. È la sua vocazione, il suo gioco, la sua natura. Così si mantiene la compagine della realtà.
Uscire dallo sradicamento significa anche tornare a vivere, con dignità, per quello che siamo.

II. Secondo movimento

Il “sogno” di un’Europa unita attraversa molta storia del nostro continente. Soprattutto è il Medioevo a coltivare, pur tra mille contraddizioni, quest’aspirazione. È il “mito” di una res publica christiana, in cui i due poteri fondanti, il papato e l’impero, secondo la concezione del tempo, garantiscano quest’unità. Un’unità politica e culturale, temporale e religiosa. L’idea di impero infatti, nel Medioevo, non significa certo imperialismo o nazionalismo. Come è ben evidente in Dante, genio supremo dell’epoca, l’impero è una realtà sovranazionale, volta a garantire la pace, capace di contenere i particolarismi in un’armonia più grande, universale. E senza solo un’ottica politica, ma appunto anche culturale e spirituale.
Non stiamo rimpiangendo i “bei tempi che furono”. L’aspirazione medievale quasi mai si concretizzò storicamente: Carlo Magno e gli Ottoni ad esempio la incarnarono per qualche anno e non certo senza pesanti ombre. Tuttavia il sogno permane e diventa sempre più importante oggi.
Non si tratta neppure di riproporre in toto e acriticamente quel sogno, che pur grandioso, era troppo “monoculturale” (e oggi deve essere interculturale).
L’Europa infatti ha certo radici cristiane (e ebraiche), come anche latine e greche, ovviamente. Ma oggi siamo chiamati a vedere la realtà intimamente plurale delle radici europee: l’Europa è anche influenzata dall’“elemento” germanico, come da quello arabo, bizantino, slavo, irlandese etc. Simone Weil rimpiange l’inabissarsi violento della cultura provenzale, dell’apporto cataro. Questo non significa che tutte le “tessere” del mosaico europeo abbiano la stessa importanza, ma la ricchezza storica, culturale e spirituale che l’Europa custodisce in sé è inestimabile e ancora da valorizzare. L’Europa non può risolvere tutti i problemi odierni, certo. Nessuna cultura ne è in grado oggi, neppure una così venerabile e plurale come quella del nostro continente.
Eppure l’Europa è chiamata al risveglio. A riscoprire la vastità del suo sapere e del suo essere, a raccogliere in modo maturo i frammenti (anche eterogenei) che la compongono.
Naturalmente l’Unione Europea può sembrare un adempimento dell’intuizione medievale. Ma è ben evidente come questa unità non basti. Non solo perché l’euro vacilla. La crisi dell’Europa è culturale e spirituale, non solo economica.
L’Europa unita non può essere certo solo quella delle banche, né quella dei parametri BCE..
Tuttavia l’Europa non sembra realmente uscita ancora dalle drammatiche vicissitudini del XX sec. Due guerre mondiali devastanti, due totalitarismi sanguinari e le due spaventose esplosioni atomiche diventano l’emblema del fallimento di una certa politica e cultura anche europea. Il ridimensionamento storico e politico trascina l’Europa ad essere subalterna e “spartita”: USA e URSS e poi solo USA (con l’ombra del colosso cinese sempre più lunga e avvolgente). Il risultato resta lo stesso. Un’Europa non ancora veramente nata, ancora insicura e prigioniera dei fantasmi del passato o dell’american way of style (in crisi!).
Ma è proprio la ricchezza straordinaria dell’esperienza storico-culturale-spirituale del bacino mediterraneo, che non s’identifica con l’Europa, ma che pure ne è un’espressione, a dare speranza.
In questo senso, come abbiamo già ricordato, la rivisitazione interiore dei grandi miti culturali “europei” è ancora, in gran parte, da compiersi, nelle scuole come nella politica e nella vita. La rinascita europea passa anche attraverso i nostri grandi testi fondativi, e gli spiriti magni, che siano Pico della Mirandola e Marsilio Ficino, Ariosto e Tasso, Shakespeare e Galileo, Voltaire e Rousseau, Proust e Joyce… Ancora: il “catalogo” è inesauribile. La riscoperta della radici non è un atto di conservatorismo o di politica “antiquaria” (anche se l’antiquariato è disciplina preziosa). La riscoperta che auspichiamo è esistenziale e vitale. Se è vero che le radici non danno fiori e frutti, questi non nascono certo senza radici.
Abbiamo bisogno di un nuovo mythos, di un nuovo orizzonte di senso, che direi trinitario, triadico (mistero[2]-uomo-cosmo), ma non posso approfondire qui. Ed insieme necessitiamo di uno sguardo lucido: di crisi ce ne sono sempre state ed è facile essere laudator temporis acti, demonizzare il proprio tempo; il che non toglie che pure dobbiamo vedere il novum della crisi presente: l’umanità ha, per la prima volta, fenomenologicamente, la possibilità reale ed inedita di auto-eliminarsi (olocausto atomico, ecologico etc.).
Forse sono anche inedite le possibilità di trasformazione, di metanoia che ci stanno davanti. Tutto però va assunto in profondità.

Vorrei concludere con una nota, che non è certo estranea alla “sinfonia” di quanto precede. Quella che stiamo attraversando «è una crisi di coscienza planetaria, che riguarda il nostro posto nell’universo» (M. Augé). Abbiamo bisogno allora di riscoprire la molteplicità degli stati di coscienza. Non possiamo identificarci solo con lo stato ordinario di veglia. Quasi tutte le culture tradizionali, d’Oriente e d’Occidente, descrivono questa pluralità di stati (quattro, cinque o più che siano)[3], i quali sono una visione in profondità dell’uomo, del cosmo e di quel mistero, chiamato divino da alcune culture e religioni. Non siamo solo il corpo, non siamo solo la mente (che non si riduce per altro ai concetti), senza disprezzare nulla, sia chiaro. Se rimaniamo identificati, di fatto, dormiamo o, forse peggio, sogniamo di essere svegli.
La tanto “martellante e ossessionante” crisi è anche un’oggettivazione esteriore della nostra interiorità scissa, magmatica, indeterminata, sconosciuta. Le analisi non bastano più. Sono troppo lente. Dobbiamo forse ricordarci che alcuni artisti sensibilissimi di fine ottocento sentivano di essere «l’impero alla fine delle decadenza»?
Piuttosto che il “come rimediare alla crisi”, importa il risveglio, il rivolgimento interiore: regno dell’istante. Se torniamo alla nostra natura più profonda, il “come” si dipanerà. Non fosse che almeno inizieremo a vedere. Nessuna magia, solo un vedere attivo, trasformativo. Anche scetticismo e sfiducia sono stati mentali. Ma non siamo solo quelli. Anzi.

[1] Cfr. R. Panikkar, Vita e Parola. La mia opera, Jaca Book, Milano 2010, p. 25.

[2] O dimensione divina, ineffabile, d’infinitudine etc.

[3] Cfr. ad es. veglia, sogno, sonno, coscienza pura; ma anche: sonno, veglia, ricordo di sé, “coscienza oggettiva” etc.

(Cafè philo. Uscire dalla crisi con filosofia. Affari Italiani, Milano 2012, pp 299-307).








pubblicato da a.moresco nella rubrica freccia d’Europa il 29 dicembre 2012