Fortunatamente le lettere erano brevi

Massimo Magon



1.

Questa storia non so bene dov’è iniziata, a un certo punto mi sono trovato al bar tabacchi qua a Milano lo conoscono tutti,chi lo chiama bar tabacchi, chi lo chiama dal baffo, chi lo chiama da Peppuccio, lì, prima dell’angolo, poi dietro l’angolo ci sono quei due locali con la gente
ecco prima dell’angolo invece c’è il bar tabacchi, o dal baffo, o da Peppuccio che per un periodo si son messi anche quelli di Zero a dedicargli un video alla settimana, loro la chiamavano la Tabaccheria di Peppuccio, istituzionale, forse si chiama davvero così, hanno ragione loro, ragione sociale, Tabaccheria di Peppuccio
questa storia, che poi, sia chiaro, è la storia della fine del mondo
questa storia pur essendo iniziata non so bene dove
a un certo punto mi sono ritrovato al bar tabacchi dove ho incontrato un tizio

io bevevo una birra, anche questo tizio stava bevendo, forse un negroni probabilmente tutti al bar tabacchi stavamo bevendo, chi più chi meno e questo tizio, sì, beveva un negroni, non mi sbaglio
chi più chi meno tutti al bar tabacchi stavamo bevendo ma io e questo tizio eravamo proprio uno accanto all’altro e lui deve aver pensato che stessimo bevendo assieme
oggettivamente parlando era anche vero, però non era vero se intendiamo bene cosa significa bere assieme
comunque io stavo bevendo, questo tizio stava bevendo e io avevo appena scritto qualcosa sul taccuino
ho un taccuino, giro sempre con un taccuino, se mi viene in mente qualcosa cerco di scriverla immediatamente sul taccuino
e deve essermi venuto in mente qualcosa e ho cercato di scriverla subito sul taccuino e ci sono riuscito
così,soddisfatto o meno di quello che avevo scritto ma certamente
soddisfatto per averlo scritto mi stavo facendo una sigaretta, cartina, filtro, tabacco, forse avevo passato la cartina da una mano all’altra per prendere un filtro o il tabacco, avevo perso il dritto e il rovescio della cartina, mi era toccato di controllare da che parte era la colla per mettere il tabacco sul lato giusto, chiudere la sigaretta, avevo fatto tutto questo, stavo anche bevendo, avevo scritto qualcosa sul taccuino, ero soddisfatto e stavo battendo la sigaretta sull’unghia del pollice quando questo tizio mi dice

ehi, cercatore di colla, cos’hai scritto?

e per come lo ha detto, cercatore di colla dava un tono a tutta la frase, creava familiarità – eppure nessuno mi aveva mai chiamato così –
predisponeva il discorso su un piano determinato, introduceva un ambiente, richiamava dei simboli
ma era anche un orpello inutile
poteva farne a meno di rivolgersi a me chiamandomi cercatore di colla, non ci conoscevamo, non stavamo mica bevendo assieme, ma la sua domanda restava
schiacciata tra di noi
tratteneva il respiro in attesa di una risposta, una risposta qualunque, ma come si fa a rispondere in modo qualunque a una domanda così
cos’hai scritto? eh cos’hai scritto?
cercatore di colla
e io, sono sicuro, che senza chiamarmi cercatore di colla quel tizio non avrebbe mai, mai potuto chiedermi cosa avevo scritto ma è difficile spiegare perché

comunque ho risposto
niente, ho detto
solo un appunto
ed era vero, non saprei come altro definire quello che scrivo sui taccuini niente

un appunto? mi chiede il tizio, equivale a dirmi fatti i cazzi tuoi, aggiunge

in effetti è quello che mi stavo facendo, io, i cazzi miei, se li poteva fare anche lui, i cazzi suoi, ma non è quello che volevo rispondergli, sincero, diamine, non è una risposta che si può dare al bar tabacchi, dal baffo, da Peppuccio, la tabaccheria di Peppuccio come la chiamavano quelli di Zero giusto qualche settimana fa, ragione sociale, giusto, io bevevo una birra, questo tizio beveva un negroni, sbagliato, no giusto,

io poi non sono un maleducato né vado in giro cercando un pretesto per fare a botte, mai fatto a botte io, solo preso schiaffi, solo preso un appunto, cosa dovevo rispondergli
la situazione era fuori controllo

era tanto che non uscivo al sabato sera, dice il tizio
io insisto di aver detto la verità
era solo un appunto quello che avevo scritto, per non lasciarmi sfuggire cose che di tanto in tanto mi capita di voler ricordare, quel genere di cose che si dimenticano alla svelta e quando non le si ricorda più appaiono fondamentali hai presente, quando sei andato a letto, prima di addormentarti…

e ti è mai capitato, mi dice il tizio, di sfogliare il taccuino all’incontrario per ritrovarle? mi chiede, ti è mai capitato che siano utili a qualcosa?

poche volte, dico io, gli ho pure risposto, anche stavolta gli ho risposto, ma non mi sono mai nemmeno più dispiaciuto per essermele dimenticate, cioè non ho più bisogno di ricordarle, dico io, non è molto lineare come ragionamento ma la situazione era fuori controllo,
in sostanza, scrivere un appunto annulla qualsiasi sentimento nei confronti dell’appunto, dell’appunto in sé ma anche del gesto di prendere un appunto o dello sforzo di ricordarlo o del più probabile rammarico di averlo dimenticato, così gli ho detto
completamente fuori controllo.

A lui non è mai capitato, dice il tizio
Certo, a lui non è mai capitato, figurati
Lui ha scritto un romanzo e una volta ne ha fatto un reading con dei musicisti
è stata l’unica volta che ha sentito la musica uscire da sé, dice il tizio, all’inizio era impacciato, ma quando si è sciolto ha cominciato a sentire i suoni uscire da sé, è entrato in armonia coi musicisti e attraverso i musicisti è entrato in armonia col pubblico, il tutto senza assumere sostanze, dice il tizio

tu suoni? mi chiede
no, io non suono, mai suonato in vita mia anche se mia mamma quando ero piccolo ha insistito tanto perché prendessi in mano una chitarra che poi è stata colpa mia se mi ha fatto questo discorso per soddisfarlo più di quanto avevo fatto fino a quel momento ho provato ad accostare i miei appunti agli accordi che possono venire in mente ai musicisti, ad una frase pensata al pianoforte, se si dice così,sempre considerando che da una frase al pianoforte è molto più facile ricavare una canzone di quanto non lo sia creare un racconto da un appunto, gli avevo detto, comunque gli appunti possono servirmi oppure no, non lo so quando li scrivo, questo era il senso,
completamente fuori controllo,
che ne so io di accordi, di frasi al pianoforte, della differenza tra armonia, melodia, se esiste, una differenza, lui invece ha scritto un romanzo, poi ne ha fatto un reading, con dei musicisti, mi dice il tizio, e il romanzo lo ha scritto senza mai prendere appunti, c’era chi lo faceva per lui una donna che teneva un diario della sua vita,sua di lui, del tizio, una donna che teneva un diario della sua vita, una relazione, un amore, una morte, dice il tizio, caspita, penso io, tienitele per te certe cose…

una morte…

Sono troppo emotivo, dice il tizio, fuochi fatui, stelle cadenti, disperdere se stesso, c’è fascino in tutto questo, dice, per questo non ha mai preso appunti, e ha scritto un romanzo
e tu? mi dice…

Sei frustrato? mi chiede…

No, rispondo
eccetto alcuni momenti, com’è naturale
(a me sembra naturale)

hai sentito parlare della fine del mondo? mi chiede il tizio
sì, dico io, ho sentito qualcosa, così, ma non è che mi interessa tanto
e per il resto come va, mi chiede?
né bene né male
non mi lamento
sono nella media
difficilmente provo soddisfazione, ecco
io invece, dice il tizio, io sono troppo emotivo e non amo questo tuo atto documentaristico di prendere appunti

atto documentaristico?
Ma che cazzo vuol dire atto documentaristico avrei dovuto chiedergli e glielo stavo chiedendo, giuro, glielo avrei chiesto ma è arrivato un amico suo che stava aspettando, questo tizio doveva restituirgli un abito da cerimonia che l’amico gli aveva prestato per partecipare a un matrimonio celebrato a Taranto, tempo prima, l’amico neanche più si ricordava di aver avuto quel vestito, di averlo prestato, sembrava quasi che questo tizio gli stesse facendo un regalo, un vestito nuovo, della taglia giusta, del colore giusto, di suo gusto, dell’amico

L’amico suo si chiamava Massimo, ho sentito quando il tizio lo salutava,
Massimo come me
il tizio invece come si chiama non me lo ha detto, né io l’ho detto a lui, non ce l’eravamo detti, né l’ho detto all’amico suo, me lo sono tenuto per me, soprattutto dopo aver sentito che anche lui si chiamava Massimo, chissà cosa poteva venirne fuori, la situazione era già fuori controllo, sarebbe stato troppo
lui è la mia vittima di questa sera, ha detto il tizio rivolgendosi al Massimo
amico suo
indicando me
a quel punto il telefono grigio del bar tabacchi, tipo quelli della SIP che adesso uno dice sono vintage e se fossi io in quelli di Zero prima o poi ci farei una copertina, con tutti degli zero nei buchi dove uno metteva il dito in corrispondenza del numero, trascinava la rotella in senso orario, poi la lasciava andare la rotella e così si formava un numero
qualcuno aveva fatto quello del bar tabacchi
si sentì uno squillo
uno solo
uno solo, poi basta

il tizio mi fissò

guarda che era per te, mi disse

2.

Ecco
Adesso vorrei averlo qua davanti quel tizio e dirglielo
Hai visto che anch’io ho fatto un reading con un musicista?
Certo un solo reading e con un solo musicista, ma che importanza ha?
Poi senza nemmeno aver scritto un romanzo
reading e musicista
ma che importanza ha?
e all’ultimo momento buono, giusto appena un po’ prima della fine del mondo, hai visto? Dirglielo a quel tizio
l’ultima emozione, sì, perché io sono emozionato, forse si è visto, prima, all’inizio, perché ora anch’io sono entrato in armonia con il musicista, con la musica, con il pubblico, ora forse non si vede più
vorrei averlo qua davanti quel tizio per chiederglielo
ora che sono emozionato, che bello, ora che sto facendo un reading
all’ultimo momento buono, prima della fine del mondo,
chiedergli: ti ricordi, quando al bar tabacchi è suonato il telefono?
perché la fine del mondo, sapete, sta arrivando da qualche parte è già arrivata qui invece sta arrivando, a metà strada tra qui e un posto, non so dove, avanza ancora un poco ed è sempre a metà strada, adesso con un altro posto più vicino, più vicina,
ti ricordi? chiederei a quel tizio, un solo squillo
avanza nell’aria la fine del mondo o appena sotto la terra o sotto il pelo dell’acqua, un lieve sommovimento, un soffio, la fine del mondo sta arrivando,
come facevi a sapere che la telefonata, era per me? Che quello squillo era per me, gli chiederei
e se viene dalla Francia, la fine del mondo adesso sarà dalle parti di Modane, oppure vien giù da Chiasso o dal Brennero, o ha iniziato a scendere dagli Appennini sulla pianura, o forse è già a Magenta, per dirne una, a Magenta, l’ultima battaglia e poi, e poi è già qui, sta arrivando…
e poi, adesso glielo chiederei a quel tizio,
chi è che quella sera al bar tabacchi mi chiamava al telefono?

Che da quando abbiamo saputo che la fine del mondo sarebbe arrivata, io ho sempre pensato ci sono due ipotesi

La prima, che ho pensato alla fine del mondo come a una storia, ho pensato cioè che la fine del mondo può essere solo la storia della fine del mondo, una storia composta dalle storie di tutti gli uomini che ci sono al mondo, adesso, sette miliardi, otto miliardi di storie, una storia che per raccontarla tutta ci vuole così tanto tempo che la storia della fine del mondo è praticamente la storia stessa del mondo che alla fine, quella vera, non ci arriva mai, ho pensato che la fine del mondo la stiamo vivendo da sempre, per questo
non mi sono mai preoccupato
non mi sono mai preoccupato e non mi preoccupo nemmeno adesso perché ho sempre pensato che quando sarebbe arrivata la fine del mondo chi se ne frega, è una balla, la fine del mondo è qui da sempre, ormai ci sono abituato

la seconda ipotesi, ho pensato che se è vero che è la fine del mondo,quella vera, cioè che il mondo finisce davvero, nessuno le sopravviverà, non posso sopportare di pensare alla mia fine perché so che gli altri resteranno dopo che io non ci sarò più, ma dal momento che so che alla fine del mondo, quella vera, non sopravviverà nessuno io sono tranquillo, penso anche voi siete tranquilli, vi vedo, sapere che il mondo finisce insieme a noi ci dà pace, è così,
e mettiamo chela fine del mondo sta arrivando, che tutti lo sappiamo, che tra poco sarà qui,
eppure siamo così tranquilli,
facciamo una mostra, ah che bello, facciamo un reading, ah che bello, beviamo, c’è la musica, c’è la festa, ah che bello, che cazzo c’abbiamo da festeggiare? verrebbe da dire, la fine del mondo sta arrivando e noi siamo qui tranquilli, facciamo una festa 2.0, 3.0, 4.0, 5.0, magari col conto alla rovescia 5, 4, 3, 2, 1, c’è anche qualcuno di Zero, nessuno ci pensa, tanto che importa, alla fine del mondo nessuno le sopravviverà, non ci mancherà nulla, non mancheremo a nessuno, inutile perdere tempo a pensarci…

e anche quel tizio, se fosse qui, sarebbe tranquillo
certamente più tranquillo di quella sera
finalmente tranquillo
più tranquillo di quella sera e allora io ne approfitterei per chiederglielo, chi era al telefono, al bar tabacchi, chi mi cercava, con uno squillo?
perché dopo quella sera, in fondo, tra le due ipotesi della fine del mondo qualche volta ho anche pensato a questo, ci ho pensato e mi è venuto in mente un vecchio racconto del signor Dino Buzzati,un racconto degli anni cinquanta che si intitola All’idrogeno, con il protagonista che riceve una telefonata in piena notte, risponde, dice pronto, pronto, non riconosce chi lo sta chiamando, pensa sia un amico, e a un certo punto il protagonista a questo ipotetico amico
gli dice
lo sai che ore sono? gli chiede,
e dall’altra parte l’ipotetico amico gli risponde,
sono le 57 e un quarto…
e questa cosa che uno a cui chiedi che ore sono ti risponde sono le 57 e un quarto io non l’ho mai dimenticata

non mi ero mai addentrato, da sveglio, in profondità così remote della notte, pensa il protagonista del racconto del signor Dino Buzzati, e provavo un certo orgasmopensa prima di ricevere altre telefonate, chissà perché sono tutti preoccupati per me pensa, perché tutti credono che mi sia successo qualcosa, pensa il protagonista prima di sentire un rumore, fuori, sulle scale del palazzo, prima di aprire la porta, prima di scoprire che tutti gli inquilini sono lì e guardano verso il basso,
da sotto qualcuno sta salendo, trascina qualcosa su per le scale, consegnano l’atomica viene a sapere il protagonista dal basso, tutto un salire prima di sussurri, poi voci, la bomba atomica viene consegnata al palazzo, ora gli inquilini si disperano sui pianerottoli, hanno paura, sulle scale, maledicono come sia possibile che tra tanti al mondo proprio a loro, l’atomica, al loro palazzo, perché? tremano, com’è possibile? fino a che sul fianco della bomba non si leggono delle lettere stampate, delle lettere, più la bomba si avvicina più diventano visibili, risale un brusio dal basso, delle lettere, voci, un cognome, dai primi che vedono sale verso gli altri, un indirizzo con il nome, di chi? chiedono dall’alto, chi? chiede il protagonista, poi un tripudio, la bomba non è mica per tutta la casa, è solo per lui, per il protagonista che qualcuno gli ha telefonato alle 57 e un quarto per avvisarlo di qualcosa ma lui non ha capito, pensa te, e adesso gli inquilini gioiscono dal basso in su, piano dopo piano, verso di lui
la gente mi fissava, dice il protagonista, mai vidi volti umani stravolti da una felicità così selvaggia, dice, lo dice che saranno le cinquantotto e cinquanta ormai, minuto più, minuto meno…

invece qui si aspetta la mezzanotte, come a capodanno
tutti sereni, felici
e se vi guardo non vedo volti umani stravolti dalla felicità selvaggia come
diceva il protagonista del racconto del signor Dino Buzzati
quindi io sono tranquillo
l’atomica non è per me
la fine del mondo non riguarda solo me
non sarà come ce l’aspettiamo ma sarà
per tutti
non come l’atomica
non finirà con uno
schianto…
finirà con qualche altro tipo di rumore
non lo so io con che rumore finirà,
ma ancora poco…

3.

Here we go round the prickly pear
Prickly pear prickly pear
Here we go round the prickly pear
At five o’clock in the morning.

Between the idea
And the reality
Between the motion
And the act
Falls the Shadow

For Thine is the Kingdom

Between the conception
And the creation
Between the emotion
And the response
Falls the Shadow

Life is very long

Between the desire
And the spasm
Between the potency
And the existence
Between the essence
And the descent
Falls the Shadow

For Thine is the Kingdom

For Thine is
Life is
For Thine is the

This is the Way the World ends
This is the Way the World ends
This is the Way the World ends
Not with a bang but a Whimper.

4.

Un giorno, non è mica passato molto tempo, in una libreria ho visto un romanzo, l’ho preso in mano, l’ho aperto a caso, ho cercato l’inizio di un capitolo, come faccio sempre
letto il primo capoverso l’ho richiuso, ho riletto il titolo, il nome dell’autore, l’ho girato, nella quarta di copertina c’era la sua foto, un viso rotondo, le mascelle prominenti, gli occhi sottili, due fessure dietro un paio di occhiali dalla montatura trasparente. Indossava un berretto blu scuro, la barba di un paio di giorni. Era lui. Se l’avessi incontrato per strada non l’avrei riconosciuto ma appena lo vidi sulla quarta di copertina seppi che era lui.
Rilessi suo nome. Anche lui si chiamava Massimo, come me, come l’amico suo al quale doveva restituire un abito da cerimonia la sera in cui l’avevo incontrato al bar tabacchi.
Comprai il romanzo e lo lessi velocemente. Era chiaramente autobiografico. Aveva scritto una storia d’amore, probabilmente la più patetica, banale, insulsa e retorica storia d’amore che si possa scrivere, se mi ci mettessi anch’io la scriverei uguale. L’unica cosa positiva fu che scoprii con sollievo che la donna di cui parlava, la donna degli appunti grazie alla quale lui non aveva mai tenuto un taccuino e aveva scritto un romanzo, e ne aveva fatto un reading, una volta,la donna non era morta come aveva voluto farmi credere quella sera al bar tabacchi. O forse quella sera aveva solo esagerato, parlato superficialmente senza pensare che io avrei creduto a tutto quello che diceva. Forse era vero quello che era scritto nel libro
Nel libro confessava di pensare ancora a lei come se fosse morta davvero.
Diceva che coi morti si può continuare a parlare anche se non ci sono più.
Diceva che coi vivi, se non ci sono più questo non è possibile. Bella scoperta. Diceva che così poteva ancora pensare a lei, parlarle senza biasimarsi per quello che faceva. Coglione. Diceva che così poteva dirle quello che non era mai riuscito a dirle, quello che avrebbe provato a dirle se l’avesse rincontrata per caso o avesse fatto in modo di rincontrarla, quello che sicuramente non sarebbe riuscito a dirle perché le parole…
mentre così, parlandole come se fosse morta, ripetendoglielo all’infinito, era sicuro che prima o poi si sarebbe fatto capire, che l’avrebbe capito.
Interessante, bravo, complimenti, qualcosa che vale la pena di leggere.
Il romanzo era breve, per fortuna, centocinquanta pagine circa e si concludeva con due lettere che lui diceva di averle scritto ma di non averle mai spedito. Ottima scelta. Lettere d’amore che a differenza di tutte le lettere d’amore, quelle che io ho visto, quelle che io ho letto, quelle che io ho scritto, non chiedevano alla donna di tornare da lui. E quindi? Cazzo le hai scritte a fare? Se fosse qui anche questo gli chiederei questa sera… Scrivere e pubblicare quel libro era l’unica azione che gli era rimasta per raggiungerla, così diceva. E se fosse riuscito a raggiungerla diceva, avrebbe sempre potuto dire che non si trattava di lei, che quello era solo un libro, finzione. Ma lui sapeva che non era così. O forse sì.
Uno squilibrato.
Anche le lettere erano brevi.

“Non sono mai riuscito ad accettare di aver smesso di amarti. Mi chiedevi di più, io non ne avevo e mi sono convinto che così non ti sarei più piaciuto e tu non mi sei più piaciuta. Il motivo per cui è finita è lo stesso per cui sarebbe potuta durare per sempre. Non riesco a smettere di pensarci. Questo mistero è una moneta caduta in piedi che non si lascia scegliere nemmeno dal caso.
Non bisogna mai restare senza una storia da raccontare. L’amore non è una bugia ma ne richiede tante. Ho immaginato di sognare che ci rincontreremo quando avremo vissuto e saremo tornati bambini. Nel sogno sediamo a terra uno di fronte all’altra. Giochiamo a quel gioco alzando ognuno la sua torre, sfidandoci a costruirla e a volere che l’altro sia più veloce e abbatta per primo la nostra. Quello è il nostro gioco assieme, in premio un’altra partita, e nel sogno ricominciamo ogni volta daccapo come se niente di brutto fosse mai successo”.

La seconda lettera era brevissima
“Invece siamo cresciuti come torri isolate. E non siamo mai crollati uno addosso all’altro. Il mondo non è finito con uno schianto, è finito con un gemito”.
Così diceva.
Completamente fuori controllo. _








pubblicato da t.lorini nella rubrica racconti il 20 dicembre 2012