A farewell

Silvana Farina



Ieri ha chiamato Sandra, la mia cara amica, te la ricordi? Ci hai cresciute insieme, come fossimo due sorelle. Io le voglio bene ma provo angoscia quando qualcuno si preoccupa troppo per me. Ogni sera mi telefona per chiedermi come sto e io devo risponderle che sto bene. Ogni sera, quando rientro dal lavoro continuo a scrivere il racconto che ho iniziato il mese scorso e, seduta al tavolo della cucina, pigio con forza ogni lettera alla tua macchina da scrivere: è così rumorosa, ogni volta sembra che il tasto “o” debba cadere in mille pezzi ma a me va bene così, non ne voglio sapere di farla riparare. Sei stato tu a farmi innamorare di quel rumore assordante, per me è ancora come una ninna nanna che ormai più nessuno mi fa ascoltare. Ogni sera, quando ero piccola, mentre le luci delle case si spegnevano e il mondo intero andava a riposarsi dopo una giornata estenuante, felice, amara, deprimente, io mi infilavo sotto le coperte color mandarino e mi raggomitolavo come un riccio, felice, felicissima di ascoltare le note della tua macchina da scrivere che dalla cucina arrivavano lente nella mia cameretta portando con sé il profumo della torta al cioccolato che preparavi per la mattina, l’odore delle arance che mangiavi mentre scrivevi e il profumo inebriante del caffè, quel caffè preparato con la tua cara caffettiera brontolona. Questi ricordi mi hanno fatta diventare nostalgica e la nostalgia mi ha fatta diventare pallida, il pallore mi fa sembrare malata e la malattia quasi morta. Sono uno spettro che non possiede nulla se non il nome Chan, che si aggira per le strade di un mondo che non ha un senso, un odore, una ninna nanna. Squilla il telefono, rispondo: «Chi è?». È Sandra! Scontato! Gli amici sono una gran cosa, vedersi e stare insieme vale tutte le birre bevute in compagnia ma le loro telefonate, le loro telefonate non valgono la ninna nanna della tua macchina da scrivere, caro papà.

«Ricominciare». Piccola Chan, sai è una parola che mi ripeto quando mi sento forte ma, in realtà, è solo un’altra scusa per non ricominciare. Non ho fatto altro nella mia vita che inventare scuse e dire bugie. Ho una fantasia perversa e passo le notti a scrivere perché sono solo. So che ormai anche Sandra ha la sua famiglia, un marito fedele e due bambini meravigliosi. Le sue telefonate sono dei tranquillanti che prende ogni sera per avere conferma del fatto che sei ancora a casa e che tutto va bene. Mi avevi assicurato che l’occasione giusta l’avevi avuta anche tu, l’occasione di trovare l’uomo giusto ma hai distrutto tutto con le tue mani, «vedi papà – mi dicevi – ho delle grandi mani da fabbro abili nel costruire, proprio come le tue, ma altrettanto possenti nel distruggere tutto quello che ho messo su con cura e amore». L’amore. Il silenzio era bello quando c’eri tu perché mi aiutava a riflettere, ma adesso, ora che non ci sei più, è un burrone a due passi dalla mia sedia. Ho pensato tante volte di essere stato un cattivo padre, l’arte del mentire mi ha reso tale.

Papà, ricordi la domenica? Mi piaceva preparare i dolci la domenica pomeriggio. Mi hai insegnato tu a preparare la torta al cioccolato più buona del mondo. Mentre tu battevi dolci parole alla macchina da scrivere, io imbrattavo il tavolo di farina. Tu ridevi e ti arrabbiavi quando la polvere di cacao si posava sui tuoi fogli, una volta ho schizzato il tuo astuccio con il latte mentre sbattevo gli ingredienti nella coppa rossa. In realtà, lo facevo volontariamente, volevo catturare la tua attenzione, tu eri sempre così assorto nello scrivere quel rognoso capitolo del tuo romanzo. Era il capitolo in cui parlavi di una donna, parlavi d’amore. L’amore, mentre io mi sgretolavo perdendo per strada un pezzo di me, prima un braccio, una gamba, poi la mia testa.

Mi sono deciso, Chan, finalmente cambio queste finestre, il vento gelido dell’inverno trapassa il sottile legno bianco invecchiato col tempo e i vetri sembrano fatti di carta velina; tu le odiavi, ogni volta che passavano gli aerei tremavano come per spavento e la maniglia era inceppata nel suo movimento rotatorio di chiusura, cosicché non era mai serrata del tutto e lasciava sempre uno spiraglio, quello che adesso non c’è più nella mia vita. Mi sono avvicinato come un traditore alla tua scrivania e ho letto una pagina della tua agenda: Estrapolare, rendere estrinseco, liberarsene per sempre. Tutto, le persone, i giorni, le situazioni, le incertezze, le cose, tutto dovrebbe scivolare lungo il vetro bagnato della coscienza, scivolare giù, fino a ricadere dalla parte opposta del vetro, fuori, all’esterno della sua amata indifferenza. Così con il naso schiacciato contro la lastra di vetro si dovrebbe star lì a sorridere felici, a guardare il tutto dietro quel vetro terso: si vedrebbe tutto sfocato, lontano, estraneo, nulla potrebbe permettersi di sfiorare il subconscio della noncuranza. Forse ci si sentirebbe davvero al sicuro. Sì, potrebbe poi sopraggiungere la stupida paura di rimanere da soli senza quel babelico tutto. Che buffo, però, quando quella zuppa di ogni cosa, persone, giorni, situazioni, incertezze, popolava quel pezzo di mondo, si poteva paragonare se stessi soltanto a un paio di scarpe nuove chiuse in una scatola mai aperta, relegata nell’ultimo scaffale di un ripostiglio puzzolente. Dopo queste superabili paure, dovrebbero poi rimanere solo piccoli oggetti suppletivi: quella matita rubata a Londra, mai temperata e con il gommino ancora tutto pulito, una scatolina di alluminio carica di tè alla fragola e una tazzina regale con il suo cucchiaino color miele. Questo è tutto ciò che non serve a niente ma che si prende in cura come un fiore di cartapesta blu e una fetta biscottata con marmellata. Una fetta biscottata con burro e marmellata basterebbe a rendere felici, come rende felici sapere che l’oro è uno semplice metallo. Forse ci si sentirebbe un po’ egoisti, come il cassiere che ogni giorno conta le monetine da un centesimo color bronzo che ha accumulato quando gli altri pagavano e lui non dava mai il resto; forse è solo previdenza, come quella delle formiche. Il problema è questo: se si trattasse di un’aporia? Continueremmo ad aspettare una soluzione, un modo. Aspettare che cosa, poi?

Sei stato il mio ultimo pensiero, papà. Sono salita sulla sedia ed è stato come inciampare nel vuoto, mi è sembrato di sprofondare in un abisso, sono rimasta lì sospesa accanto al freddo lampadario della cucina a guardare il pavimento bianco. Poi ho chiuso un attimo gli occhi, è stato un attimo, in quell’istante ho pianto, mi è sembrata un’eternità: ho urlato ma dalle labbra non fuoriusciva nulla, solo aria intorpidita, la mia era una smorfia di dolore. Perdonami. I miei capelli neri formavano tanti rigagnoli di un fiume senza letto, le mie calze nere e la mia gonna a quadretti aperta come un ventaglio, il maglione rosso, quel rosso che tu hai sempre amato, se ne stava lì a coprirmi come una calda macchia di sangue. Un’intera vita. Quella mattina mi ero svegliata con un mal di schiena assurdo e guardando di nuovo il soffitto avevo scorto una ragnatela bellissima, mi ero ripromessa che per quanto io e te odiamo i ragni, non avrei ucciso l’artefice innocuo di quella bellissima opera d’arte. Era una ragnatela tessuta con cura, era grande e occupava l’intero angolo della parete, sottilissima creava un gioco di luci incantevole, sottili fili bianchi sospesi nel vuoto più triste del mondo, erano lì per far brillare i miei occhi. Fai uno sforzo, ti prego, resta. Resta.

Chan, ora la mia solitudine e il mio dolore pesano come una scelta sofferta, costretta ma meritata. Casco giù ogni volta che la mattina mi alzo da questo duro letto. Non ho più parole vane da gettare al vento, da sprecare, da prestare, non ho più la tua collana fatta di perle e di pensieri e non ho più il tuo maglione rosso. Mi restano solo angoscianti sospiri, quelli che ho tanto odiato quando macinavo sale sulle mie labbra. Ora mangio zucchero ma il mio caffè è sempre amaro. Il silenzio pesa, tu lo sai. Le notti sono lunghe più del giorno e il giorno non ha più senso. Saranno settimane che non vedo il sole, saranno anni che piove. Piove e la pioggia è il mio sacro rito che lava tutto, dolcemente fa scivolare via tutta la sporcizia della mia mente, tutto il dolore che non si stacca ma rimane lì abbarbicato, incrostato a me come una seconda pelle e resta lì come calcare a far marcire la lucida superficie del mio cuore.

Ho ripensato a tutta la sofferenza, quella che infinite volte ho cercato di gettare via, di ancorare. Per l’ultima volta papà, guarda il mio corpo a pendolo a ricordarti che ero anche io di carta, stropicciata, cancellata, strappata. Il tuo volto. C’era un lago in cui affogavi, era il mio e il tuo sangue. Non potevo più contenere in me tutto quel mare nero. Io ero l’onda che trascinava nella sua risacca granelli, alghe, conchiglie, frattaglie, ma il movimento era snaturato, la mia onda non tornava indietro dagli abissi per restituire qualcosa, anche solo parole. Nessuno sapeva quanto volessi dare e quanto tutto questo mi sconvolgesse. Così, il mio è stato un addio noncurante ed egoistico. Mi rivedo,adesso,morta. Ora tutto mi è intrinsecamente estraneo. Non mi servono più scuse per dire che per me la vita, bellissima, era così forte da stravolgermi e farmi a pezzi. Spero che adesso, caro papà, tu possa concludere quel rognoso capitolo sull’amore. L’amore. Ora puoi andartene, senza pensarmi più, lasciami qui, fredda.








pubblicato da s.baratto nella rubrica racconti il 15 dicembre 2012