Antonio Moresco su Mo Yan

Antonio Moresco



Riprendo dal sito della casa editrice Einaudi un mio commento al discorso tenuto da Mo Yan a Stoccolma in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura.

Ho appena finito di leggere il discorso pronunciato da Mo Yan a Stoccolma. Mi è sembrato drammatico e alieno dall’inizio alla fine. Come se dicesse: «Ma vi rendete conto -voi che siete qui, in questa sala, in abiti di cerimonia, di fronte al re di Svezia, voi che vi siete fatti la bocca su un certo tipo e modello di letteratura e di vita, da dove può venire fuori uno scrittore, da quale mondo?»
Eppure questo discorso (illuminante almeno quanto le compromissioni storico-politiche del suo autore) non è stato pubblicato da nessun giornale italiano. Io l’ho potuto leggere solo perché una persona l’ha immediatamente e generosamente tradotto dall’inglese e me l’ha mandato. E’ un discorso nutrito, come l’intera opera di Mo Yan, della stessa potenza narrativa che contraddistingue questo scrittore forte, toccante, immaginoso, a volte persino brutale, come lo sono gli scrittori e poeti antichi, venuto fuori letteralmente dalla terra.
In questi giorni sono continuate e sono anzi salite di tono le accuse a Mo Yan, la quasi universale riprovazione per il Nobel assegnato a uno scrittore cinese non dissidente, rinfocolate anche dalle infelicissime e inaccettabili dichiarazioni rilasciate a Stoccolma da Mo Yan stesso (la censura equiparata ai necessari controlli negli aeroporti, eccetera) e proprio mentre in Cina alcuni giornalisti dell’ Associated Press riuscivano a incontrare Liu Xia, la moglie del Premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo agli arresti domiciliari, pallida, sconvolta, rapata a zero. Una cosa che non fa certo onore a questo grande scrittore e che anche per me non è irrilevante.
Ma bisogna anche dire che l’unica cosa di cui non si è parlato è proprio della sua opera, di come si configura, di cosa esprime, e anche questo è sconcertante e ha un grande significato su cui è giusto riflettere e prendere posizione. Perché non riconoscere che la letteratura possa essere dentro un’onda spaziotemporale più irradiante che oltrepassa anche i limiti personali dei singoli autori vuol dire avere un’idea piccola e gregaria della letteratura ed essere all’interno della stessa visione del mondo delle forze e dei regimi e delle tirannidi che si stanno combattendo in un segmento stretto e orizzontale dello spazio e del tempo.
Allora, allo stesso modo, bisognerebbe ridurre Virgilio solo al suo essere vissuto sotto l’egida del potere imperiale di allora, Dante alle sue idee politiche contingenti, il «reazionario» Dostoevskij alle sue paure e alle disonorevoli posizioni antisemite espresse nel Diario di uno scrittore, Balzac al suo legittimismo monarchico (persino Marx, nei suoi scritti sull’arte, riconosceva come questi limiti fossero completamente trascesi dall’opera e come questa fosse impareggiabile persino sul piano della conoscenza). Come si fa a non vedere come questi limiti siano a volte, in alcuni grandi scrittori e poeti, sbaragliati dall’abbandono e dall’incandescenza, dalla vicinanza al magnete della vita e del mondo e della sua percezione e prefigurazione? Come mai allora continuiamo a leggere questi autori? Come mai – se tutto si gioca solo sul piano della contingenza – continuano ad avere qualcosa da dirci? Come si spiegherebbe altrimenti il fatto che scrittori e poeti le cui anguste posizioni personali ci fanno a volte orrore abbiano messo al mondo opere che hanno squarciato così potentemente il velo che ricopre la parte in ombra della vita e del mondo e della «verità», cosa che è potuta avvenire proprio perché sono passati radicalmente attraverso la cruna delle letteratura? E i due scrittori che Mo Yan dichiara in questo discorso di avere preso inizialmente a modello: Faulkner e García Márquez? Che dire delle posizioni non esattamente «progressiste» del primo sulla schiavitù dei neri? E dell’amicizia del secondo con il rivoluzionario cubano divenuto caudillo? Perché anche questi due scrittori non sono oggetto, come Mo Yan, di una generale riprovazione? «La letteratura può non solo avere origine negli eventi, – dice Mo Yan verso la fine del suo discorso, – ma trascenderli, non semplicemente mostrare preoccupazione per la politica ma essere più grande della politica». Qualcuno, in questa dichiarazione, vorrà vederci solo opportunismo. A me pare invece che rovesci completamente la piccola visione del mondo in cui questo scrittore è vissuto e l’ideologia di copertura che la sorregge, dove «la letteratura e l’arte» sono considerate come «sovrastruttura», mentre «struttura» sarebbero invece le sole forze storico-economiche e produttive. È paradossale come chi critica Mo Yan esclusivamente per i suoi comportamenti storico-politici e le sue reticenze non si renda conto di considerare a sua volta, implicitamente, la letteratura come una «sovrastruttura» e un’ancella di qualcos’altro.
Così prosegue Mo Yan: « Forse perché ho vissuto molto a lungo in circostanze difficili, penso di avere una comprensione più profonda della vita. So cos’è il vero coraggio e comprendo la vera compassione. So che esiste un territorio nebuloso nei cuori e nelle menti di ogni persona, un territorio che non si può semplicemente caratterizzare in termini di giusto e sbagliato o di buono e cattivo, e in questo vasto territorio uno scrittore dà briglia sciolta al suo talento. Fintanto che l’opera descrive correttamente e realisticamente questo terreno nebuloso, pesantemente contraddittorio, trascenderà inevitabilmente la politica…»
E ancora: «L’annuncio del mio Premio Nobel ha dato luogo a controversie. All’inizio pensavo di essere io il bersaglio delle dispute, ma col tempo ho capito che il vero bersaglio era una persona che non aveva nulla a che fare con me. Come uno che guarda una pièce in un teatro, ho osservato le performance intorno a me. Ho visto il vincitore del premio insieme inghirlandato di fiori e assediato da tiratori di sassi e lanciatori di fango. Ho temuto che soccombesse all’assalto, ma è emerso dalle ghirlande dei fiori e dalle pietre con un sorriso sul volto; si è pulito dal fango e dalla sporcizia e con calma si è messo da parte e ha detto alla folla: ‘Per uno scrittore il modo migliore di parlare è scrivere. Troverete tutto ciò che devo dire nelle mie opere. Le parole sono portate via dal vento; la parola scritta non può mai essere cancellata. Mi piacerebbe che trovaste la pazienza di leggere i miei libri. Non posso obbligarvi a farlo, e anche se lo fate non mi aspetto che cambiate opinione su di me. Non è ancora apparso uno scrittore, da nessuna parte del mondo, che piaccia a tutti i suoi lettori».
Ho già espresso in due precedenti articoli cosa penso di questo scrittore e di alcuni suoi capolavori come Le sei reincarnazioni di Ximen Nao, di come la sua opera, al di là dei compromessi e delle sudditanze del suo autore e della sua «riconoscenza» nei confronti di un regime totalitario che gli ha permesso di trasformarsi da contadino e custode di bestiame in uno scrittore e in un grande scrittore, di come la sua opera sia in realtà intimamente perturbante rispetto alla visione del mondo e alle coperture ideologiche del regime in cui si trova a vivere, di come sia addirittura spietata nei confronti delle manifestazioni della macchina del potere e delle figure che lo rappresentano.
Anche a me piacciono di più quelli che hanno il coraggio di prendere posizioni scomode, se necessario e giusto, e nella mia vita – a torto o a ragione – mi sono trovato spesso a sostenere posizioni non ecumeniche, e anche adesso sto difendendo una causa che non è allineata alle posizioni del nostro mondo culturale e che non è conveniente difendere. Ma far passare (magari per delle nobili motivazioni) questa idea della letteratura come perenne ancella di qualcos’altro è un gioco mortale della cultura della nostra epoca a cui non bisogna piegarsi.
Oggi – nel generale restringimento dell’orizzonte del mondo – sembra che tutti siano affratellati dall’idea che nella vita non sia più possibile la grandezza, che la letteratura debba essere sempre e comunque ancella di qualcos’altro, della politica, dell’economia, del mercato, degli interessi dei singoli stati e delle loro campagne palesi e occulte, di una visione culturale al ribasso, delle buone pratiche, dell’edificazione e della denuncia (cose che io beninteso non disprezzo affatto ma che mi rifiuto di vedere come limite insuperabile per la letteratura e la conoscenza). Oppure della duplicazione speculare e giornalistica della realtà e di un nuovo o vecchio «realismo» di supporto, così come un tempo lo doveva essere della religione in quanto potenza istituzionale secolare, o dei tiranni o delle ideologie dominanti, ecc. La letteratura ha espresso qualcosa di grande e ha sfondato questa piccola gabbia quando si è insubordinata e ha rifiutato questo piccolo ruolo di ancella, come è successo con Dante, con Shakespeare, con Cervantes, con Dostoevskij, con Tolstoj, con Melville, con Kafka…
Ecco, in mezzo a tutte queste posizioni preconfezionate e a questo generale lancio di pietre, mi sembrava giusto ricordare anche questa piccola, irriducibile cosa.

***

Il summenzionato discorso di Mo Yan a Stoccolma inizia così:

«Distinti membri dell’Accademia di Svezia, Signore e Signori:
Immagino che attraverso la televisione e internet vi siate fatti almeno una vaga idea della lontana zona nordorientale di Gaomi. Magari avete visto mio padre novantenne, come avrete visto i miei fratelli, mia sorella, mia moglie e mia figlia, persino mia nipote che adesso ha un anno e quattro mesi. Ma la persona a cui penso di più in questo momento, mia madre, non la vedrete mai. Molti hanno condiviso con me l’onore di questo premio, tutti ma non lei.
Mia madre nacque nel 1922 e morì nel 1994. La seppellimmo in un pescheto a est del villaggio. L’anno scorso siamo stati costretti a spostare la tomba ancora più lontano dal villaggio per far posto alla costruzione di una linea ferroviaria. Quando abbiamo aperto la tomba abbiamo visto che la bara era marcita e il suo corpo si era fatto uno con la terra umida che lo circondava. Così abbiamo raccolto un po’ di quella terra, un atto simbolico, e l’abbiamo portata nel nuovo luogo di sepoltura. In quel momento mi sono reso conto che mia madre è diventata parte della terra, e ogni volta che, in piedi sulla terra, io racconto una storia, è a mia madre che mi rivolgo.
Ero il suo figlio più piccolo.
Nel mio primo ricordo ci sono io che porto il nostro unico thermos alla tanica pubblica per prendere dell’acqua potabile. Ero indebolito dalla fame, il thermos mi scivolò dalle mani e andò in frantumi. Spaventato a morte, mi nascosi tutto il giorno in un fienile. Verso sera sentii mia madre che mi chiamava col mio nomignolo, così sgusciai fuori dal mio nascondiglio, pronto a riceve una sculacciata o un rimprovero. Ma mia madre non mi picchiò, non mi sgridò neppure. Mi accarezzò la testa e fece un sospiro.» [Per leggere il discorso nella sua interezza: qui.]








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 12 dicembre 2012