Giustiniano

Procopio di Cesarea



«Era un mascalzone, semplice però da manovrarsi, quello che si chiama cattivo e stupido, mai veritiero con la gente, ma ambiguo sempre in tutto, nelle parole e nei fatti, eppur facile preda di chi voleva imbrogliarlo. Si era realizzata in lui una singolare combinazione costituita da follia e malvagità.

(…) Questo imperatore era dunque falso, subdolo, artefatto, cupo nelle sue ire, doppio, un essere terribile, bravissimo nel fingere un’opinione, in grado di piangere non per gioia o per dolore, ma a comando nel momento propizio; bugiardo sempre, ma con convinzione e impegnandosi con dichiarazioni scritte e i giuramenti più solenni, e nei confronti dei suoi stessi sudditi. Dagli accordi e dagli impegni si ritirava subito, come i peggiori degli schiavi, che giurano e ritrattano per paura della tortura che li aspetta. Amico incostante, nemico implacabile, appassionatamente dedito ad assassinii e furti, attaccabrighe e sempre lieto di buttar tutto all’aria, facile a lasciarsi convincere a crimini, refrattario a qualunque invito all’onestà, sottile nell’escogitare e realizzare ribalderie (…).

Appena salito al trono, riuscì immediatamente a sconvolgere tutto. Quello che prima era illegale, lo introdusse nella macchina dello Stato, abolì tutte le leggi e le consuetudini; pareva che avesse assunto il potere imperiale con questo fine: cambiare aspetto ad ogni cosa. Soppresse le magistrature esistenti e ne creò altre per il governo dello Stato; identica rivoluzione operò nel diritto e nei ruoli militari, guidato non da criteri di giustizia o utilità, ma per il gusto di trasformare e di apporre a tutto il proprio nome. Se non era in grado di mutare lì per lì qualche cosa, ad essa conferiva almeno il suggello del suo nome.»

(Procopio, Carte segrete, Garzanti 1981, traduzione di Lia Raffaella Cresci Sacchini.)








pubblicato da s.baratto nella rubrica emergenza di specie il 7 dicembre 2012