La striscia gialla dell’ultimo ferito a morte

Mariano de Angelis



Sono anni che mi porto la nomea di essere l’ultimo ferito a morte. Mi sono tenuto questa diceria dentro di me, ma non ho mai fatto nulla per contraddirla, compiaciuto dalla semplice ragione che mi piace, ne sono, dopo tanti anni, tutt’ora felice. E questo un po’ perché in pratica questa è l’unica riconoscenza che mi è stata data nella vita, un poco perché essendo io napoletano, sia personalmente sia da secoli di famiglia paterna e materna, capisco che ciò che è dentro quella città è identico a ciò che è in me.

E poi perché, avendo vissuto ai margini di quel mondo napoletano, di quella realtà di Napoli, di quella cultura e di quella disperazione fine a se stessa di dovere partire, andare lontano, che La Capria ha delineato nella cultura italiana, non ho mai fatto veramente parte dell’ambiente che lo scrittore descrive. E’ stata anche una questione di età. Avevo per lo meno una diecina di anni in meno di quei personaggi scalpellati fuori genialmente dalla disperazione di una sensibilità senza più cultura di riferimento, e a quei tempi poco più di dieci anni erano moltissimi. Ma la problematica di una città che finiva era la stessa. Per me e per loro.

La cosa cominciò così……

Tanto e tanto tempo fa lavoravo in una officina grafica in una estrema periferia est di Milano. Ragazzo, mi ero imbarcato e avevo conosciuto paradisi tropicali e avevo visto le costellazioni dell’equatore. Ma poi, siccome tutte le cose della vita sono sempre fatte di due punti estremi, mi ritrovai dalla garoa di luoghi su coste atlantiche che avevano nel corpo da sempre il ritmo caboclo di paradisiache Mart’nàlia, nell’ambiente di Brera a Milano perché facevo il modello all’Accademia, c’erano pittori e artisti e puttane, mondo che io amavo. Un poco, però, avevo anche l’idea di lavorare in campo editoriale, perché, sostenevo, i libri e la cultura. Un poco poi, pensavo pure di guadagnare quanto basta e andarmene in giro per l’Europa ripartendo da Milano e andarmi a laureare a Parigi, città che era stata di mia madre. Per questa ragione afferrai al volo l’occasione di lavorare in una importante officina grafica, appunto, nella lontana periferia. Lasciai la Montmartre di quell’arrondissement di Milano, e mi trasferii in una stanza di una casa popolare, unica e sperduta nelle prime campagne periferiche di quella zona della città, ma che non era distante dall’azienda, anche per i turni notturni, festivi e anti apertura mattutina, e poi nei dintorni c’era una trattoria di operai e camionisti che aveva la balera.
Tornavo al letto notturno per una via deserta che scompariva nella nebbia. A un certo punto, su una curva c’era un lampione e su un muro una striscia gialla che traspariva dal fondo della notte e che faceva da segno per orientare i cittadini. Su un muro l’occhio grande e fisso di una pubblicità della Coca Cola. Silenzio. Non affrettavo il passo. Mi facevo guidare dai segni senza orizzonte che mi stavano attorno. Avrei intravisto la vecchia casa tra la nebbia che si sarebbe smossa sul fondo del mio cammino subito dopo l’occhio della Coca Cola. La piastra rotonda era per me una sicurezza.
Una sera, ero stanco, aprii la porta della stanza che dava sul cortile deserto e accesi la luce del lume sulla cassetta vicino al letto. Avevano messo qualcosa sotto l’uscio. Cosa? Cacchio, un telegramma. A quest’ora. Che sarà, qualcosa a casa? Mio padre? Certo, non starà bene. E che faccio, adesso? Dove lo trovo un telefono. Per telefonare in interurbana bisognava andare alla Sip in Galleria al centro di Milano. Sono quasi mezzanotte. Che faccio? Torno in fabbrica, mi faccio aprire dal guardiano notturno, l’Ambrogio, se mi fa telefonare.La Sipapre alle otto. Io ho il turno alle sette. Chiamo domattina alle sette dalla fabbrica. Mi faranno chiamare, è urgente. Stringo il telegramma. Mi seggo sul bordo del letto, mi avvicino alla luce del lume.
Apro, straccio, leggo.

URGE COMPRARE E LEGGERE IMMEDIATAMENTE FERITO A MORTE RAFFAELELA CAPRIAstop E’ UN PADRETERNO HA CAPITO TUTTO

Firmato Tommasino Francesco Ninni, i miei amici.

Cosa? La Capria. E chi è?
Mi rasserenai. Non era papà il fatto.
Ero stanco. Mi addormentai nella coperta di sempre. Faceva freddo. Cosa dice? Ferito a, boh. Avevo il turno alle sette.
Trascorsero tre quattro giorni e al sabato pomeriggio, finito il turno, vado alla Libreria Feltrinelli di via Manzoni, mia meta abituale. Ma no dove sta adesso.
Più su, verso Montenapoleone. Una piccola libreria frequentata da quelli di cultura. Il direttore era Casati, uno di vecchia cultura lombarda, civile gentile e rompiballe, che mi dava sempre i consigli giusti sui libri da leggere. Ah, questo?, mi disse, sì, prendilo è buono, e mi fece lo sconto.
Presi il mio libro e me ne andai alla Trattoria Pirovini dove ci riunivamo a sera tutti quelli di Brera e del Giamaica e si parlava di politica e di strane libertà come sono le notti inoltrate si pagava poco alla trattoria e molti riuscivano a non pagare e si rimaneva poi per le strade uno vicino all’altro, e a volte si trattava di un maschio e una femmina della specie umana.
L’ultimo mio tram era alla una. Il primo alle sei. Avrei dovuto riempire quello spazio di ore, possibilmente al caldo, con un lume per potere leggere, lei che leggeva con me, zitto non farti sentire dalla padrona che mi affitta. Cosa? Che dici?
La grande occasione. Ecco perché mi hanno mandato il telegramma!
Che dici?
Non conoscevo quello scrittore. Non l’avevo mai sentito nominare. E, già, per forza, quando era uscito il suo primo libro, come si chiama?, un giorno di impazienza, figuriamoci, era il 1952 ed io ero in Sudamerica già da un pezzo. Ero già andato via da Napoli da tempo.

Da tempo avevo lasciato una città che amo. Certo, io sono un pezzo di Napoli, altrimenti non avrei potuto viverci tutta la vita lontano. Felice di averlo fatto. Napoli è capace di darti di queste felicità. Città cinica, gelida, senza umanità, a sociale, è capace di lasciarti qualcosa nel letto a sera che è proprio senso di vita. Come fanno quelle donne vere che non riescono neanche più ad essere puttane. Per amore.
Chi avesse messo in giro quella diceria non lo so. Magari nel campo editoriale. Credo qualche redattrice. Allora, ce n’erano. Donne strane. Erano colte, redattrici editoriali colte. Nel senso che erano pure intellettuali. Poi, erano spigliate, lavoravano senza l’incubo del contratto fisso, erano spiritose e molto molto graziose, come sono le donne colte e che se ne fregano.
Comunque, pare proprio che fosse stata una di loro o alcune divertite insieme che per prendermi in giro avessero spettegolato quella diceria.
Le donne lasciano sempre qualcosa sul tuo corpo. E’ il loro segreto. Come le streghe che solo per averle incontrate una volta ti lasciano un credito che poi andrai ad incassare in qualche posto quando avrai bisogno di risolvere un passaggio della tua vita.
Poi, alle sei, presi il tram verso il letto la fabbrica gli operai i camionisti i compagni e Esmeralda che lavorava al reparto rilegatura. Verso la grande dimensione della vita dove ridevamo e per la prima volta l’ombra grigia profilata del suo corpo, la nebbia.
Avevo continuato a leggere nella sala di lettura del tram sulla via del ritorno in fabbrica e finito il mio turno sulla via del ritorno al mio giaciglio e da qui alla trattoria. Avevo punti di ritorno con il mio libro. Che fa questo, legge? Avevo dunque capito per fatti miei quello che aveva capito La Capria che i miei amici sapevano, fino ad avermi dato quella indicazione.
Che strani gli itinerari che ci andiamo a cercare. Quando vivevo all’Equatore avevo desiderato di vedere la nebbia. Quale Mercurio lunare mi stava adesso trasmettendo questo avere capito, con questa nebbia che neanche avrei visto il segno giallo sul muro. Ma l’occhio della piastra della Coca Cola, quello sì, me ne ero accorto. Nel dormiveglia della stanchezza, quella che è simile alle altre stanchezze, dovunque nel mondo, una voce lontana nella nebbia della diceria allegra di donne.
E’ un tipo strano, ha l’aria di ultimo ferito a morte, e ridevano.

La Capria aveva fatto scappare via tutti i personaggi dal suo libro. Non ce ne erano più. Adesso il libro era fatto solo di descrizioni, poi di voci, poi di silenzi di controra su un letto di lenzuola candide di fronte alla luce dal grande finestrone sul mare. Massimoo… Massimooo… e il silenzio. Intere estati, di quelle che fanno parte dell’infinito, tanto non devi partire. E dove vai. A Napoli non le puoi fare le cose. Ma che devi fare, ti rispondono. Chi te lo fa fare. E, sì, figuriamoci. Questo vuole pure trovarsi un lavoro, e dove? Ricordati, mi dicevano in famiglia, zia Concetta?, lo avevo sempre sentito dire. Ricordati, che l’unica cosa importante nella vita, è mettere tutti i giorni il piatto a tavola, perché non ci sta niente da fare, tu puoi pittare il sole, ma quando non c’è niente da fare, non c’è niente da fare.
In puro napoletano antico questi consigli di saggezza atavica mi erano sempre ritornati in mente, ma non solo in mente, anche quando programmavo insieme ai tecnici e ai dirigenti della azienda editoriale le fasi e i tempi di lavorazione che poi avrei dovuto seguire di notte, monotype linotype prima bozza seconda bozza impaginato prima rotativa didascalie titoli il si stampi direttamente sdraiato tra un rullo e l’altro della rotativa salta fuori via vai. Andava bene il lavoro e guadagnavo molto. Da un pezzo non sostituivo più le suole col flano rosa della Gazzetta dello Sport, ottimo materiale per le mie toods. La nebbia, perché a quei tempi si usava, nascondeva sentimenti e affetti delicati di cultura lombarda e meneghina. Al ritorno al letto nella casa popolare deserta, l’occhio della piastra della Coca Cola aveva preso a rassicurarmi in combutta con la striscia gialla sul muro. Avevo imparato il silenzio. Forse per questo avevo lasciato l’Equatore, la forza struggente della sua natura, e avevo cercato la nebbia. Il silenzio. Non mi era mai passato per la testa di gridare in piena seduta di programmazione del lavoro al centro della fabbrica in mezzo alle rotative, improvvisamente gridare, Massimooo… Massimooo… Forse, non mi avrebbero creduto.
Ero rimasto però grato ai miei amici ed effettivamente quello scrittore era proprio un padreterno.

A quei tempi a Napoli c’erano gruppi di intellettuali. Io li guardavo ammirato e sotto sotto pensavo che un giorno anch’io sarei stato come loro. Il gruppo più importante era quello intorno al PCI. Scrittori, artisti, giornalisti, dirigenti del partito a Napoli. Erano tutti molto seri e provenivano da varie esperienze. Erano grandi, avevano anche le donne, facevano cose incomprensibili per noi ragazzi. Erano tutti importanti. Nome stupendi tra di essi. Rosi, per esempio. Tra di essi però ce n’era uno che incuteva molto rispetto. Era un classico signore napoletano, civile e distaccato, che attraversava Montedidio, una strada sulla collina di Pizzofalcone, e avevo notato che portava sempre sotto il braccio un mucchio enorme di giornali e alcuni libri. Per me era il massimo del sapere e dell’austerità. Abitava proprio in quella Montedidio dove c’erano i miei amici che poi un giorno mi avrebbero trasmesso il telegramma. Poi, questo folto gruppo di intellettuali attorno al Partito comunista scomparve e se ne andarono tutti a Roma. Anche l’uomo giovane, alto col mucchio di giornali sotto il braccio. Si chiamava Giorgio Napolitano.
Poi c’era il gruppo attorno a Circolo del Cinema, dove erano venuti pure la Mangano e De Sica, il cui arrivo aveva creato una confusione tale che il professor Caccioppoli non si raccapezzava e chiese a me di sbrigarmela a riceverli. Trovai il modo per fare infilare i due ospiti nella sala del cinematografo attraverso un passaggio di servizio, evitando così la massa di persone che li attendeva, e De Sica disse a Caccioppoli, ma insomma, non potevamo passare, e il grande matematico rispose, cosa voleva, la colpa è sua!
Ma il gruppo di persone di cultura che più mi è rimasto nel cuore era quello attorno a Pasquale Prunas, il quale aveva costruito a mano e mettendo uno sull’altro gli spiccioli di tutto ciò che poteva vendersi la rivista SUD. Il primo segno culturale di un’Italia nuova. Impaginazione e contenuti che rompevano ogni schema, compresi quelli del Partito Comunista. Erano i ragazzi di Montedidio che avevano radici in quella via di Napoli che ha rappresentato un luogo di cultura e non solo per Palazzo Cassano. I quali sin dal primissimo dopoguerra, quando Palazzo Cassano era ancora caparbiamente sbarrato dal lato di via Egiziaca, avevano elaborato e mandato proprio da quella via della città di Napoli segnali culturali non indifferenti, di natura non solo giornalistica. E non solo alla città di Napoli.
Una innovazione giornalistica e grafica che certo non poteva neanche immaginare la contaminazione tra giornalismo e mass-mediale.
Montedidio, priva è logico di traffico, era campo di calcio per i ragazzini e veniva attraversata metodicamente da gruppi di ragazzi che “facevano cultura” per le case di quella via, da Piazza Santa Maria degli Angeli fino al Palazzo della Nunziatella, erano stati individuati dai categorici benpensanti, non solo di partito, non senza benevola ironia, come “quei ragazzi di Montedidio”. Non so se quei ragazzi fossero degli stereotipi, ma certo abbagliavano con quelle loro concezioni nuove di vita che volevano tagliare netto con dittatura e conformismo.
C’erano Anna Maria Ortese, Vera De Veroli. Mattinate di sole a Villa Lucia. E poi per la città nomi come Vittorio Di Giuro, Mario Schettini, Franco Moccia, Gennaro Pistilli.

Ma cosa significa essere ferito a morte?
Vorrei dare una risposta netta. Sapere il significato di quella parte di me che è rimasta da sempre dall’altra parte di me stesso. Ma è qualcosa che non si può capire.
Forse, significa l’immaginazione e non il pensiero.
Che importa pensare.
L’immaginazione si muove nella psiche e distende le gambe e spinge sulla parete del grande intenso infinito ventre degli astri e ascolta voci come dal mare.
Una voce dal mare attraverso la trasparenza delle grandi finestre che avevano lasciato aperte coi vetri lucidi e le tende bianchissime senza vento.
Con questo ricordo rassicurante di vita, quale poi era stato il mio comportamento in giro per la città di Milano e poi per le redazioni della grande casa editrice, e perché mi avevano affibbiato quel nomignolo? Ma se lavoravo dalla mattina alle sera senza pensare, come si deve fare. Milano, una città che amo perché non mi ha chiesto mai niente e dove mai nessuno mi ha detto, ma chi te lo fa fare, neanche mia moglie, milanese da generazioni. Neanche i miei figli, gli amici, quelli che mi hanno dato il lavoro, gli operai che mi insegnavano la lyno e pizzicavano i caratteri della mono, che il vecchio Michele mi spiegava che non dovevo tenere di giorno la maglia di lana della notte. Una città senza miserie e senza squallori. Una difesa contro la minaccia a qualcosa di antico, quelle antichità di una cultura civile dove non puoi fare carriera, neanche se sei un attento e preparato giornalista e personaggio di cultura. Lavorava mio nonno, lavorava mio padre, lavoro io, mi spiegava Esmeralda. Era così da sempre in Lombardia.
Mi ci volle molto tempo per capirlo.
Anche per capire che in quella mia realtà unica che si stava formando c’era una ricchezza enorme di eventi, destini lontani che si facevano vivi armoniosi e problematici, pieni di eventi che avevano dentro una natura di realtà antiche e metodiche che gli operai e il popolo proletario portavano in sé da sempre, come l’imprenditoria lombarda, piemontese, veneta che costruiva un rapporto produzione-lavoro come punto di riferimento per tutti noi, una linea gialla sul muro del lavoro.
Destini che diventavano una sola cosa, un tutt’uno, come un brano di quel libro che avevo comperato la cui storia antica non riusciva mai ad essere staccata da quella parte ferita o addormentata della narrativa che esprimeva e a cui si aggrappava, come una cosa ricercata da sempre e che non puoi avere.
Non c’era altra realtà.
Di realtà ce n’è sempre una sola e la realtà è infinitamente fredda e solitaria, aveva scritto Murakami Haruki. Ed era questo che mi ero ritrovato nella vita, con quel richiamo del libro di La Capria, la consapevolezza politica, quella cosa che si chiamava giustizia addormentata nella parte ferita di me stesso.
La moralità, come diceva mio padre, non è che la puoi togliere dal rispetto per le donne, sono due cose che vanno assieme. Lo diceva mio padre. E continuava. Noi abitavamo a Salita di Montecalvario. Ascoltavo e c’erano pure le zie, e io pensavo cose strane in una Napoli che mi seguiva da generazioni, dove io stavo sempre per fare qualcosa di importante, ma poi rimanevo in attesa di dovere fare un fatto veramente importante. Ma cosa devi fare? Chi te lo fa fare, senti a me.
Coscienza della vita democratica, la gente, le mattinate di sole.
Quelle strane idee che all’Equatore non mi venivano in testa. Ma a Milano in quel respiro democratico attorno al partito comunista, che chissà da quale metà di se stesso il partito se l’era tirato fuori, cominciavamo a pensare cose strane. Il pubblico e il privato. Questione irrisolvibile. E, poi, insistendo, il pubblico che si trasforma in collettivo e il privato in personale. Coscienza politica, moralità e, scusate la parolaccia, l’etica dell’amministrazione della cosa pubblica.
In giro per le libertà milanesi, trasportato in tram che avevano il predellino mobile sul primo vano scoperto verde lucido ampie porte sedili e lampadari Vettura 1500 Petit Witt 1928 e che poi avrei ritrovato al Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci. Vetture col primo vano scoperto e coi sedili come i vagoni della Nord, su cui saltavo a volo.
Mi ero domandato se una nomea simile non fosse che una striscia di vita da seguire. Una specie di manifesta fata della solitudine. Ma cosa significa essere ferito a morte?
Forse, so benissimo cosa significa, ma non riesco a dirlo, un po’ ne ho paura, un po’ mi sembra di essere un cretino a starmene in una società come quella dei nostri giorni in Italia e dire di essere ferito a morte. Una società di morte corruzione assassini dove non fai in tempo a rimanere ferito con te stesso. Una catena di montaggio che non puoi neanche più programmare, perché le letterine della mono e le righe della lyno le hanno trovate schiacciate contro il muro con la striscia gialla. Le zone di nebbia della città non esistono più, ci sono grattacieli e architetture industriali e la psicopatia antifemminista, la corruzione, la malavita, una psiche sociale sfuggita dalle mani della cultura. Realtà classiche dopo tutto di una società che muore senza coscienza.

E’ un mondo perfetto. Ma non riesce ad essere ferito a morte. Forse, era questo il mio problema. L’immutabilità di una realtà fredda e solitaria, come ha scritto lo scrittore giapponese? Montecalvario.
Imprese, circostanze, speranze che mi avevano accompagnato e da cui mi ero sempre difeso molto bene, non avevano trovato una risposta in me perché ero stato ferito a morte o addormentato da sempre. A volte mi scoprivo a scivolare fuori abbandonato a me stesso da qualcosa che non capivo cosa fosse. Qualcosa che mi stringeva e mi premeva sul corpo come fogli di un libro. Una suggestione, non c’è che dire, pensavo, dovuta ai tanti libri che avevo fatto, uno dopo l’altro, dall’azienda grafica alla consulenza editoriale. Una vita piena di cose. Come si dice volgarmente, realizzata. Ma la parte di me ferita a morte non mi mollava, saltava fuori con la solita molla del pupazzetto quando si apre la scatola di cartone colorato e a fiori.
E’ inutile che ti prendi in giro. Cosa significa essere ferito a morte in una società come quella di oggi. E’ la stessa di allora, mi ero risposto. Quella cominciava a fare i primi passi. Quella era la foresta che tu adesso ti ritrovi nella tua sfera cosmica ferita a morte. Perciò, avevano firmato quel è un padreterno ha capito tutto.
Forse, insistetti, sono un personaggio di quel libro sgusciato fuori dai fogli prima che l’autore se ne avvedesse. Ero saltato giù, non avevo fatto in tempo, questione anagrafica, a farne parte. La stessa cosa mi era accaduto per i gruppi di intellettuali a Napoli. Non avevo fatto in tempo a farne parte.
La mia salvezza? Può darsi. Ma la ferita a morte era mia di Napoli di una coscienza politica e culturale con cui il libro aveva segnato tutti noi, nonostante me ne fossi andato, forse, inconsapevole immaginazione, in luoghi tanto diversi come l’Equatore o la nebbia lombarda o la delicata tristezza senza indugio di squallore di un luogo civile come Milano. La delicata cultura meneghina e lombarda.
Quelli del Middleton a via Caracciolo. Anno? Immobili come il tempo che sarebbe venuto poi. Primordi della società di oggi, 2012, e dei suoi ultimi venti anni.
Qual è la connessione tra la ferita mortale dell’avere capito e questa società di adesso che non può essere né ferita a morte, né addormentata? Forse, qui c’è qualcosa da afferrare. L’abbiamo attraversata da feriti a morte mentre essa non ti chiedeva affatto di esserlo. Essere ferito a morte non sta in produzione, ma neanche è merce. Potresti mettere il prodotto ferito a morte in un Supermarket? Neanche a pensarci.
Allora, se non è un prodotto, che cos’è?
Auden, qui la cosa. Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono per una speranza di bildung del nostro stare insieme.








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 6 dicembre 2012