Antigone sono io

Serena Gaudino



Mio marito e io ci siamo conosciuti sulla spiaggia: ci siamo guardati ed eravamo già innamorati. Era un bravo ragazzo, un gran lavoratore. Non è che avesse proprio un posto fisso ma si dava da fare. Quando ne trovava uno combatteva per tenerselo stretto e se lo perdeva, subito, ne trovava un altro. Anche se per suo padre, tutto quel che faceva, non era mai abbastanza, lo considerava un buono a nulla. E lui ci rimaneva male. Allora si metteva alla prova con una nuova e più difficile sfida. Faceva cose impossibili. Ma niente era mai abbastanza, continuava a dire che tanto non era capace di fare niente. E lo picchiava. L’ha picchiato fino a quando ha compiuto vent’anni. Quando ormai era diventato troppo alto e lui troppo vecchio. Ma prima gliene ha suonate di santa ragione. Gli piaceva saltargli addosso e colpirlo, forte. Con pugni e calci. Con tutta la forza che aveva. E poi lo rinchiudeva in uno sgabuzzino. E sua mamma non fiatava. Stava a guardare. Con gli occhi fissi sull’acqua che scorreva nel lavandino. Mentre al ragazzo scorreva il sangue sulla faccia. Perché se si fosse azzardata a dire soltanto una parola, il vecchio, a lei, l’avrebbe ammazzata.
Eravamo giovani ma già innamorati e io non potevo fare niente.
Neanche io.
Antigone sono io.
Mi sono sposata dopo due anni di fidanzamento.
All’inizio è andato tutto bene. Facevamo l’amore di notte e di giorno.
Sempre. E dopo due mesi di matrimonio io ero già incinta.
Proprio quando le cose cominciavano a cambiare.
Stava diventando un altro.
Era strano: mi toccava sempre come se tenesse il “mariuolo n’corpo”. Avevo la sensazione che mi nascondesse qualcosa. Che tenesse, insomma, dei segreti.
Era diventato triste, non rideva più.
“Ma come – dicevo io – ti è già passata la fantasia?”
Antigone sono io
E lui sorrideva mi stringeva, mi baciava e continuava a essere triste.
Passavano anche giorni interi senza che mi desse più neanche un bacio. Che mi facesse una carezza. Che mi saltasse addosso, a mezzogiorno, mentre preparavo il pranzo o lavavo la verdura, calavo la pasta, lavavo le pentole, pulivo il pesce.
Quando il nostro bambino compì due anni, il vecchio morì.
Lui non rideva più. E neanche un sorriso ci faceva. Mai.
Quando gli chiedevo se c’era qualcosa che non andava mi guardava tutto incazzato, come ti guarda una bestia infuriata.
Ogni giorno che passava assomigliava sempre di più a quel mostro di suo padre.
Mi metteva le mani addosso.
Ma non più per fare l’amore, solo per picchiarmi.
Insisteva soprattutto qua, sulla faccia. E sulla testa.
La prima volta che mi hanno portata all’ospedale non l’ho denunciato.
Mia mamma diceva che lui era mio marito.
Mia suocera, che quando il marito picchiava a Salvatore guardava scorrere l’acqua nel lavandino, aggiungeva che quello era il padre dei miei figli: “Cosa ne sarà di lui, della sua famiglia, se lo mandi in carcere?” Come avrei fatto io? Nessuno me lo chiedeva.
Sarei riuscita a sopravvivere a tutte quelle botte io? Nessuno me lo chiedeva.
Mi dicevano solo di chiudere un occhio, far finta di nulla… Che poi le cose si sarebbero aggiustate.
Come stavo io? Nessuno me lo chiedeva. Nessuno.
Neanche lui.
Antigone sono io.
Un giorno Salvatore decise di smettere di lavorare. Mi disse che non ce la faceva più ad alzarsi la mattina presto. Che non voleva più fare niente. Che tanto i soldi che guadagnava erano così pochi che non valeva la pena sbattersi tanto.
Cominciò così: scendeva giù al palazzo, si sedeva sulla panchina di fronte al portone e parlava, chiacchierava con certa gente che non avevo mai visto, giornate intere. Fumava, si scambiava pacche sulle spalle. E rideva.
Poi tornava sopra e urlava: non gli piaceva mai la cena e se Giuseppe cominciava a piangere picchiava pure a lui. Così, senza una ragione, solo per sfogarsi.
Diceva: “m’avita fa sta tranquillo, tengo certi pensieri pa’ capa che manco ve li posso raccontare”. E noi stavamo zitti ma lui ci picchiava lo stesso.
Qua, sulla fronte, e sulla testa. Tenevo sempre il ghiaccio nel frigorifero, per paura di andare un’altra volta all’ospedale.
Perché se capitava, io non guardavo l’acqua scorrere nel lavandino come faceva sua madre. Io mi mettevo sempre in mezzo tra lui e mio figlio piccolino e le prendevamo di brutto tutti e due.
Io di più, però.
Antigone sono io.
Dopo qualche mese cominciò a frequentare certa brutta gente, o’ malaffare. Mamma mia diceva: “è gghiuto ‘mmano ‘o malaffare”.
Si ficcò nel giro della droga: “Guadagno ‘e sord’ e non mi stanco più. Nun facc’ niente!”
E rideva.
Ma io quei soldi non li volevo neanche toccare: erano sporchi. E lasciavo a lui il compito di occuparsi della casa, della spesa…
In cambio, era aumentata la razione di botte quotidiane. Mi riempiva sempre più spesso di pugni e calci. Soprattutto quando si “faceva”, e mentre stava per nascere il nostro secondo figlio. Lo tenevo nella pancia e lui mi picchiava. Me la tenevo forte la pancia, e lui mi picchiava proprio là.
Per cattiveria.
La vedevo dentro i suoi occhi rossi di rabbia. La cattiveria.
Antigone sono io.
Ma più che rabbia quell’uomo mi faceva pietà. Avrei voluto aiutarlo ma non ne avevo la forza. Andava in carcere ogni tre giorni. Ci restava poco. Tornava a casa e ricominciava a picchiarmi. E dopo si “faceva” e dopo ancora tornava in carcere.
Quando stava in carcere, anche se per poco io tiravo il fiato. Riuscivo a riprendermi, a guarire dalle ferite.
Il fatto è che poi tornava.
Finché gli dettero gli arresti domiciliari.
E ripresi a morire. Piano piano.
Non avevamo soldi. Non avevamo da mangiare.
Lo cercai io il lavoro questa volta: facevo i servizi nelle case. Pulivo le scale dei palazzi. Qualche ufficio. Portavo a casa poco ma riuscivo a ricompensare mia madre che ci manteneva con la sua povertà.
Lui invece di aiutarmi, quando tornavo con la schiena a pezzi, mi trattava male. E come al solito mi picchiava.
Un giorno decisi di andarmene.
Lo lasciai solo, e andai da mia mamma.
Cominciò a piangere. A disperarsi. Come un bambino a cui avevano tolto il giocattolo preferito. Sembrava veramente pentito. Piangeva nella stessa misura in cui picchiava, con violenza.
E cercava di giustificarsi, dava la colpa a quella merda che aveva nel sangue. E io così come me ne ero andata, su due piedi, sono tornata.
Ci credevo al suo pentimento, alla sua voglia di cambiare vita, di tornare quel che eravamo stati tanto tempo prima, rapiti dal nostro amore.
Per un po’ le cose tornarono a essere belle. Eravamo di nuovo quasi felici.
Ma durò poco: ricominciammo a litigare e lui riprese a picchiarmi.
Scoprì di saper giocare con la mia anima e me la succhiava, mi svuotava, mi riduceva a un essere inutile. Ma io ero convinta che le donne dovevano sopportare, che era quello il loro destino e non mi opponevo più.
Mi prendevo tutto quel che veniva.
E pregavo.
Chiedevo a Dio di liberarmi da quella sofferenza.
Antigone sono io.
Un giorno Dio decise di esaudire il mio desiderio: arrivarono le guardie e si portarono un’altra volta mio marito. Questa volta però per quattro anni.
Io ho ringraziato Dio e che mi ha fatto sentire una donna libera per quattro anni. Non mi pesava dover lavorare o andarlo a trovare in carcere, tanto sapevo che il mio rapporto con lui si esauriva lì, in quel momento, e che a casa ero di nuovo libera e sola.
Dopo quattro anni è uscito di nuovo. E’ tornato a casa. Non era cambiato. Io invece sì. Nel frattempo avevo avuto il sostegno di un gruppo di psicologhe, avevo fatto un percorso. Avevo imparato a raccontare la mia storia. Avevo capito quanto era stata brutta. E avevo imparato a metterla in scena. A parlarne, a scriverne.
Il giorno di carnevale, di quello stesso anno, siamo andati tutti insieme a vedere la recita in maschera del nostro bambino piccolo. Io avevo tutto pronto. Verso la fine della festa l’ho lasciato per andare a aiutare mio figlio a spogliarsi. Avevamo già i bagagli pronti e un gruppo di persone che aveva organizzato per noi la nostra fuga ci aspettava. Siamo saliti su un’auto e siamo spariti. Avevo accettato il programma di protezione.
Ci hanno portato in una casa di accoglienza.
Lui è quasi impazzito.
Solo dopo molti giorni gli hanno detto cosa era successo.
E’ stata dura.
Mi sono nascosta.
Mi sono salvata.
Ho ricominciato a vivere.
Antigone sono io.

dalla storia di F. P. – Napoli, quartiere Scampìa








pubblicato da s.gaudino nella rubrica racconti il 4 dicembre 2012