Ancora sul Nobel a Mo Yan

Antonio Moresco



Nuove prese di posizione critiche sul Nobel a Mo Yan. Herta Müller definisce “sconvolgente” l’assegnazione del premio a questo scrittore, “uno schiaffo a chi lavora per la democrazia e i diritti dell’uomo”.
Ho già espresso in un altro scritto apparso su questo sito la mia grande considerazione per Mo Yan scrittore. Anche per me non sono indifferenti i requisiti di coraggio e virtù in senso forte, in ogni uomo e quindi anche in uno scrittore, ma la trasformazione della letteratura in una piccola gara dove conta solo chi è più o meno probo mi pare che sia un restringimento del suo possibile campo di irradiazione. Secondo questa logica, uno scrittore giudicato non probo non può essere un grande scrittore. Ma allora perché -mi domando- questo criterio dovrebbe valere solo per la letteratura, e non anche per il salto con l’asta, per la corsa…? Perché, ad esempio, alle Olimpiadi si deve assegnare il premio di salto in alto a chi salta più in alto e non invece a chi è più probo (attribuito naturalmente da una giuria di altri probi)? Perché in una gara di corsa si deve premiare chi corre più forte e non chi è più virtuoso, ecc…?
Io non so spiegarmi, ad esempio, perché Pirandello abbia chiesto l’iscrizione al Partito Fascista proprio all’indomani del delitto Matteotti, e mi fa pena e ribrezzo vedere la sua fotografia in feluca da Accademico d’Italia. Ma posso sostenere che questo lo renda irrilevante come scrittore e che sia stato “uno schiaffo a chi lavora per la democrazia” l’avergli assegnato il Nobel? Io non so spiegarmi questo mistero, che l’autore dei Sei personaggi e dei Giganti della montagna scrivesse opere in cui esprimeva una visione del mondo e dell’uomo che era la negazione dei suoi comportamenti politici. Piani della coscienza non combacianti, slittamenti tellurici interni, ansia di status e di conquista di posizioni, opportunismo, furbizia, mancanza di coraggio, paura…? Ma ridurre la forza della letteratura alle posizioni contingenti dei suoi autori, non riconoscere che a volte nel fuoco della prefigurazione artistica e di conoscenza e dell’invenzione possano venire oltrepassati anche i limiti ideologici e psicologici dei singoli autori e si possa creare un allargamento e uno sfondamento di orizzonti vuol dire assegnarle un ben misero ruolo.
Ma, detto tutto questo, mi sembra che l’opera di Mo Yan sia più profonda e complessa di ciò a cui la riducono i suoi detrattori. Io, ad esempio, non ci trovo nessuna agiografia dell’attuale potere cinese ma, al contrario, una radicalità che ne mette in discussione, nel profondo, le fondamenta. Sto leggendo, ad esempio, un suo libro di racconti intitolato L’uomo che allevava i gatti, dove ho appena oltrepassato due potenti racconti: “Esplosioni” e “Il neonato abbandonato”, di una spietatezza quasi insostenibile nel farci vedere e sentire da vicino la tragedia della pianificazione statale delle nascite, con il suo seguito di uccisioni sistematiche di neonati femmina. Inoltre, anche in questo libro, i dirigenti politici che si incontrano sono quasi sempre figure negative, opportuniste, meschine. A me, se c’è una cosa che stupisce è invece come sia stato possibile che uno scrittore simile, che ha scritto libri simili, sia uno scrittore ufficiale in patria e un feticcio negativo all’estero.
La visione del mondo che emerge dai suoi libri non solo non ha niente a che vedere ma è la negazione più profonda delle ideologie storicistiche, economicistiche e ottimistiche (copertura del più spietato capitalismo schiavistico, che si vorrebbe tra l’altro estendere anche ad altre parti del mondo che si autodefiniscono “democratiche” e “libere”) che sono copertura del particolare tipo di tirannia in cui si trova a vivere questo grande scrittore. Riporto qui alcuni brani (revisione della traduzioni di Maria Rita Masci):

“Dirigente – dissi trattenendo le lacrime – ci sono ancora verità e giustizia, in questo mondo?”

“Ancora oggi sono convinto che la possibilità che le buone azioni non siano altrettanto ben compensate costituisca una legge universale della natura.”

“L’umanità si è evoluta fino ai nostri giorni, ma la sua distanza dal mondo animale è sottile quanto un foglio di carta bianca. Di fatto, anche la natura umana è fragile e sottile quanto un foglio e, con la stessa facilità, si lacera al minimo tocco.”

“D’un tratto pensai alla conclusione del romanzo I pupazzi del Michinoku. L’autore, dopo aver appreso l’usanza della zona di annegare i bambini, prima di tornare a Tokyo, entra casualmente in un negozio di articoli vari. Gli scaffali erano pieni di pupazzi di legno con gli occhi chiusi e le mani giunte. Erano tutti coperti di polvere. L’autore li aveva collegati a quei neonati che, senza ancora aver aperto gli occhi e senza aver emesso un vagito, venivano annegati nell’acqua bollente… Non riesco a trovare una metafora simile, a cui affidare la mia tristezza e con la quale concludere questo racconto. I girasoli? Le locuste? Le formiche? I grilli? I lombrichi?… E’ tutto così assurdo. Ormai, la vita ha perso il suo aspetto originario. All’interno del tunnel che ho scavato, ho trovato ossa di neonati abbandonati, e pensando che queste creature non erano certo cattive, o disoneste e neppure non amabili, mi è uscito un suono che non si capiva se era un pianto o una risata. I neonati abbandonati nel Michinoku sono storia passata? I preservativi, la spirale, i contraccettivi, la chiusura delle tube, la vasectomia, gli aborti, sono un metodo efficace per eliminare la crudeltà degli infanticidi di Michinoku. Ma qui, in questo luogo, in questa terra di fiori gialli in piena fioritura, il problema è molto più complesso.”

“Le formiche nere, laboriose, si davano un gran da fare a costruire i loro fortini. Improvvisamente fui pervaso da un senso di disperazione che mi corrose le ossa. La strenua laboriosità delle formiche è completamente inutile, se non fosse per il fatto che fornisce all’umanità qualche informazione meteorologica. Sotto la pioggia torrenziale, gli imponenti formicai non avrebbero resistito nemmeno mezzo minuto. Ma la posizione dell’uomo nell’universo di quanto è superiore a quella delle formiche? Ovunque regna il terrore, ovunque si tendono trappole, ovunque vige l’inganno, la menzogna, l’astuzia.”

“Una grossa locusta, appoggiata sullo stelo di un girasole, si accoppiava con una locusta piccola portandola sulle spalle. In un certo senso, erano come gli esseri umani. Niente affatto più meschine e più abiette degli uomini, e l’uomo d’altro canto non è affatto superiore a loro quanto a nobiltà e grandezza.”

Potrei continuare per molto. A me sembra invece incomprensibile e sconvolgente che questo scrittore venga lapidato come “scrittore di regime” da chi forse non l’ha neppure letto.

UN PENSIERO SU “ANCORA SUL NOBEL A MO YAN”
Antonio Moresco su Mo Yan








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 1 dicembre 2012