La leggerezza possibile della poesia

Andrea Cirolla



In alcuni esempi recenti: da Anna Setari a Carlo Carabba.

Ho tra le mani Fratelli d’Amore di Anna Setari (Cleup, Padova 2012).
Piccolo formato e una sobria copertina, realizzata con gusto: riporta un’illustrazione di Beppino Zago in verticale, allineata a sinistra, di gatti misteriosi e teste-palloncini nascoste fra gli alberi a scrutare il mondo fuori, ora con circospezione ora preda di una paura addomesticata; poi i fiori, la luna.
È un libro corposo che si legge come una favola, d’un fiato (la sua forma è poematica). Ma prima di tutto è un buon libro. L’ho scoperto lasciandomi colpire dall’entusiasmo di Simona Niccolai, che sulla rivista «Atelier» pubblicò (lo si trova ancora online) una bellissima e breve raccolta intitolata La giardiniera. Anche io avevo scritto delle poesie su un giardino, e su un giardiniere che lo curava – se non era un fatto strano era almeno una coincidenza. Così mi sono fidato subito: della coincidenza, dell’autrice e dei consigli involontari. A proposito, le poesie di Niccolai erano (sono) bellissime, semplici nel dettato, garbate. Avevano una forza comunicativa non ordinaria, seguivano un filo minimo, narrativo, possedevano una musica precisa e una metrica consapevole. Un’analoga consapevolezza si trova negli endecasillabi di Anna Setari.
Se le poesie di Simona Niccolai sono leggere e ironiche, e scontano un debito (o sicuramente un’affinità) con Roberto Amato, poeta che l’autrice non nasconde di leggere e apprezzare molto, queste di Anna Setari condividono quel piacevole senso di leggerezza; meno l’ironia, al suo posto sta più decisa la malinconia. Anche le poesie di Amato sono malinconiche, anzi di più: disperate. Eppure, leggendole, arrivo a un punto in cui non posso fare a meno di domandarmi se lo scrittore non mi stia tendendo uno scherzo… Mi viene in mente allora Pessoa, e la sua celebre poesia ortonima: «Il poeta è un fingitore. / Finge così completamente / Che arriva a fingere che è dolore // Il dolore che davvero sente» (trad. di A. Tabucchi). Così fa Amato, che finge una disperazione che lo dispera davvero, ma soltanto per trasfigurarla, o per renderla più leggera, in modo da farla stare su dei fogli di carta senza spezzarli, lasciandoli appesi al loro ramo, sul dorso del libro-albero. Anna Setari parla di amore e parla della distanza, sia dell’amore a distanza – quello tra i fratelli d’Amore, di nome e di fatto (lui è partito, lei lo aspetta a casa; si cercano/allontanano scrivendo lettere) – sia della distanza connaturale all’amore, costitutiva. Dunque parla della possibilità di colmare la distanza affrontando una relazione, gettando nel mezzo ricordi, speranze ed esperienze; e parla della consapevolezza di non saper rimarginare quella distanza, perché è una frattura ontologica tra l’io e l’altro.

In qualche riga ho parlato di tre poeti più un classico. Tolto il classico rimangono i tre poeti, che metto insieme non a caso. Partecipano tutti di uno stesso sentimento. Ai tre aggiungerei Vivian Lamarque. Poi Alberto Casiraghy, che coi suoi aforismi stralunati sta a suo agio in quella compagnia. Poi ancora, ma in un senso diverso, Silvia Morotti, e nello stesso senso penso a Francesco Tomada, Livia Chandra Candiani, e pure a Carlo Carabba. In un «senso diverso» perché questi ultimi, a differenza dei primi qui citati, giocano poco o per niente, non scherzano. Le poesie di Candiani ad esempio – lo dice bene Bruno Nacci qui – «hanno come caratteristica principale […] una voce pacata, spesso interlocutoria, che, lontano da ogni tentazione simbolica, orfica o ermetica, esprime contenuti inquietanti ma tenuti a bada con l’antica arte del racconto fiabesco […] realizzando il sapiente equilibrio tra meditazione metafisica e gaiezza della parola». Carabba invece, nel suo ultimo Canti dell’abbandono (Mondadori 2011), presenta una poesia, sì, sul noto gioco da cellulare «Snake», ma sottraendolo completamente all’ambito del gioco, per trasfigurarlo in funzione del lirismo.
Lo stesso Carabba ha indicato (e opzionato) l’esistenza e la dignità di questa tendenza, che ho provato fin qui a testimoniare con degli esempi, attraverso un’«incursione» polemica (nelle ricadute se non nelle intenzioni) su La Lettura del Corriere della Sera dell’11 marzo 2011. Il breve articolo toccava il rapporto tra poesia e pubblico dei lettori; dunque, sintetizzo brutalmente, tra poesia «comprensibile» (per cui parteggia Carabba) e poesia «di ricerca», innescando la replica di Vincenzo Ostuni sulle stesse pagine, poi proseguita ampiamente in Rete.
L’articolo partiva da una considerazione sul boom di vendite dell’antologia di Wisława Szymborska dopo la sua morte. Proprio il carattere poetico del Premio Nobel ‘96 mi pare possa mettere d’accordo, pur nella loro diversità, gli autori finora citati, nonostante Szymborska non abbia influenzato né ispirato la maggior parte di loro. La poetessa polacca ha senza dubbio offerto, e rappresentato, la possibilità di una poesia fruibile per ognuno, per i colti e i meno colti, fuori da ermetismi e sperimentazioni; una poesia da leggere e far propria, non solo o non esclusivamente da studiare. Una poesia che emoziona e che è fatta non solo o non esclusivamente per chi la scrive, ma (anche) per i lettori, dacché scrivere può essere un atto in assoluto egoista, ma pubblicare certo no, fuori dalle intenzioni personali almeno. Voglio dire che nei fatti l’atto di pubblicare non significa nient’altro che proporre per condividere, implica l’andare dritti dall’io al tu, magari al voi, e chissà se persino al loro.

Prima di chiudere questi appunti torno con una nota al libro di Anna Setari, col quale aprivo. Ciò che noto è che in queste poesie c’è spesso il riconoscimento, da parte dell’io poetante, di un’illusione sempre in agguato. Le cose minime della stanza dell’io, della sua quotidianità sobria e frugale, semplice… quelle cose minime sono simboli, si travestono d’altro, passando dalla stanza dell’io alle stanze infinite della memoria, là dove le stanze si mutano in paesaggi lontani, in natura o in civiltà, in situazioni lontane e immaginate che si sbriciolano senza distruggere l’immagine che portano, ma moltiplicandola e alimentando una progressione di elementi, figure. Poi l’incanto si rompe, per riconoscimento dell’io, per la consapevolezza che il sogno è sognato e non è realtà. Per assurdo questo meccanismo non rompe e non toglie l’incanto dalle poesie di Anna Setari, ma aggiunge una corrispondenza sempre generale sopra i particolari della singola poesia; svela i fili di un teatro di marionette rivelando la magia di quell’arte, che è poi l’arte dell’immaginazione.

Da Anna Setari, Fratelli d’Amore, Cleup, Padova 2012, pag. 44.

XXXVIII

Nel silenzio stanotte un fischio roco,
breve, come di treno solitario,
un verso a intermittenza, ignoto,
senza altra risposta o risonanza
che un’eco fraterna dentro il cuore.
Immagino un pennuto senza nido
che si perde nell’ombra del suo volo,
un desolato flauto primordiale
espatriato chissà da quale buio.
E sollevo la testa dal cuscino,
resto in ascolto nel vuoto della stanza
per essere certa che non sia alla fine
che il mio respiro, estraneo, misterioso.








pubblicato da s.baratto nella rubrica poesia il 25 novembre 2012