L’orizzonte “minaccioso” di Patrick Modiano

Silvio Bernelli



C’è una grossa differenza tra “inseguire” e “pedinare”. La presenza della radice “piede” nel secondo verbo allude al camminare, a una stretta vicinanza tra inseguitore e inseguito. Una circostanza che cala immediatamente in un contesto circoscritto, in un’unità di tempo e luogo, i due soggetti coinvolti nell’azione, amplificando la sensazione di minaccia incombente. In più, il verbo inseguire presuppone che il soggetto che fugge sia conscio di avere qualcuno alle calcagna. In un pedinamento invece il soggetto pedinato non sa di essere tenuto d’occhio. È quest’ultima insomma una situazione assai più ansiogena e ricca di possibilità per un narratore. Lo dimostra una celebre scena di Vestito per uccidere (Dressed to kill – 1980).

Il regista Brian De Palma incalza passo passo Angie Dickinson che pedina uno sconosciuto all’interno del Metropolitan Museum di New York. Lei è una bella quarantenne, bionda, vestita completamente di bianco. Lui un uomo moro che inforca un paio di occhiali da sole. Basta un’occhiata tra i due per innescare la tensione sessuale che sfocia in una lunga caccia tra le sale del museo. La colonna sonora di Pino Donaggio sottolinea l’ansia crescente trasmessa dal pedinamento. L’attrazione tra i due sconosciuti raggiunge finalmente il culmine nell’incontro sul taxi fuori dal museo e la seguente scena di sesso nel traffico di New York. L’intera sequenza è qui.

Poco dopo, il personaggio incarnato dalla Dickinson muore sotto i colpi dell’assassino travestito, la cui doppia identità è il perno di tutto Vestito per uccidere, ma il suono dei tacchi della Dickinson sul parquet del Metropolitan Museum si è ormai conficcato nell’attenzione dello spettatore. Stesso rumore di tacchi, di suole, di passi sembra scaturire dalle pagine dell’ultimo romanzo di Patrick Modiano L’orizzonte, appena pubblicato da Einaudi nella traduzione di Emanuelle Caillat (pp. 153, 13€). A quarant’anni di distanza, Jean Bosmans ricorda la sua relazione con Margaret Le Coz e decide di mettersi sulle tracce della donna. Margaret Le Coz, un paradigma del fuggitivo, era nata a Berlino e si era spostata nella Parigi tipica dei romanzi di Modiano, incalzata dal misterioso Boyaval. L’uomo molesta e minaccia la donna in qualità di innamorato non corrisposto, tallonandola fino a Losanna, in Svizzera. Dal canto suo, Bosmans è inseguito da una donna scapigliata e misteriosa, che sostiene di essere sua madre, e che gli spilla di tanto in tanto del denaro.

Sono questi i personaggi principali con i quali lo scrittore francese costruisce una sorta di trattato del pedinamento, dove chi pedina è sempre a sua volte anche pedinato, in una catena di spostamenti, sguardi e attese che costituisce l’epicentro della storia. A questo, come sempre in Modiano, si sovrappone il piano della memoria, nel quale il narratore tenta ossessivamente di fare combaciare la realtà, la Parigi che si trova davanti, con quella di quarant’anni prima. Un’operazione simile a quella già realizzata dallo scrittore nel romanzo Dora Bruder, pubblicato da Guanda nel 1998 nella traduzione di Francesco Bruno (pp.136, 14,40 €). Qui Modiano si immerge nei suoi ricordi d’infanzia e nelle carte d’archivio per ricostruire la vicenda vera della giovane ebrea Dora Bruder, misteriosamente scomparsa da casa nel 1941, poi ritrovata e infine uccisa in un campo di concentramento nazista. Dopo una lunga e meticolosa ricerca, lo scrittore non riesce a scoprire le ragioni della scomparsa della giovane Dora – l’ipotesi più probabile resta quella di una fuga giovanile – ed è proprio questo mistero a rivelarsi l’unico tempo che, come scrive Modiano alla fine del libro, “(..) i campi, la Storia, il tempo – tutto ciò che insozza e distrugge” non sono riusciti a rubare a Dora.

Al di là della pietas autentica che Modiano prova per questa sua coetanea sfortunata, Dora Bruder si pone come un trattato dell’inseguimento. C’è uno scrittore che insegue una ragazza scomparsa e nello stesso tempo insegue il ragazzo che è stato, la Parigi dei tempi di guerra e gli stessi quartieri che lui e Dora avevano condiviso uno a insaputa dell’altra. Un inseguimento che non raggiunge mai il suo obiettivo, e che proprio in questo fallimento sembra fare da contraltare a quest’ultimo romanzo L’orizzonte, dove Bosmans, alla battute conclusive della vicenda, vede spalancarsi l’orizzonte del titolo, la possibilità di un gesto che chiuda il passato in un cerchio e indichi al presente una nuova direzione. Un modo per dire che nel pedinamento, nella sua vicinanza tra i soggetti protagonisti dell’azione, c’è almeno un grammo di speranza, di probabilità di successo, che nell’inseguimento è niente più di un appiglio nel nulla, un salto nel regno dell’impossibile. E alla fine viene da pensare che sia la stessa capacità di svelare la verità della vita che questo grande scrittore contemporaneo riconosca più nel romanzo di L’orizzonte che nella non-fiction novel di Dora Bruder.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica libri il 24 novembre 2012