Il fantasma di Eymerich

Antonio Moresco + Valerio Evangelisti



Ho letto con diversi mesi di ritardo l’ultimo Eymerich di Valerio Evangelisti. Io sono un fedele lettore dei libri di questo scrittore e in particolare della serie dedicata a questo sconcertante personaggio, che è arrivato qui - se non sbaglio - alla sua tredicesima impresa.
Si potrebbe pensare che dopo tanti libri a lui dedicati l’autore abbia inserito il pilota automatico, che se la sia cavata con il solo consumato mestiere. Invece non è così, il suo odioso ma irresistibile eroe non ha perso il suo smalto, la vicenda e l’ambientazione interessano e appassionano ancora e continuano ad avere molto da dire anche rispetto ai tempi che stiamo vivendo. Gli anni e i mali fisici che il suo autore ha attraversato non hanno evidentemente appannato le sue capacità di costruttore di robuste storie fantastiche e nello stesso tempo maledettamente reali e attuali. Lo sfacelo della Roma del Milletrecento, l’atmosfera marcia e funerea che vi si respirava, il cinico mondo del potere e quello del popolo inferocito, idolatra e ottuso sono tratteggiati con grande efficacia e sapienza e non si dimenticano. Certo, l’autore si sarà sicuramente documentato con l’acribia dello storico, però introdurre via via, far crescere e respirare il quadro generale attraverso i vari passaggi dell’azione e con tanti vividi particolari, tutto questo è bravura del romanziere.
E poi ci sono le irruzioni quantistiche e cosmiche, la comicità, l’ironia feroce e il freddo furore. E ci sono anche le molte apparizioni di Caterina da Siena (uno dei bersagli preferiti dell’autore), che sono sempre irresistibili.
Ne abbiamo un esempio nelle pagine seguenti, tratte dall’inizio del capitolo 11.
(A. M.)

La donna si rialzò di scatto e porse la mano sinistra. «Io vi ho reso omaggio, fratello, fratellino diletto. Ora tocca a voi, fior dei fiori di Santa Madre Chiesa, onorare il mio anello.»
Eymerich, frastornato, guardò le dita magre, dalle unghie lunghissime e nere di sporcizia. «Non vedo nessun anello.» Riaffiorarono vaghi ricordi di storie udite un paio d’anni prima, e accantonate come sciocchezze.
«Lo vedo solo io? E’ il prepuzio del Salvatore, tagliato nella circoncisione. Me lo ha donato Gesù in persona, nella Sua infinita bontà. Non lo tolgo mai.»
Suo malgrado, Eymerich fece un passo indietro. «Non oserei sfiorare con le labbra reliquia tanto preziosa» borbottò. Non poté evitare un’osservazione. «Un altro prepuzio è conservato nel palazzo papale, e altri cinque o sei in giro per il mondo.»
A Caterina salirono le lacrime agli occhi. «Voi toccate una piaga aperta. La gente è così credulona. Che il mio sia il prepuzio vero è dimostrato da un fatto incontestabile. Gli altri sono rinsecchiti. Il mio sanguina.»
«Capisco. Forse vi conviene fasciarvi.» Eymerich continuò a indietreggiare. «Ditemi, sorella. Perché siete venuta a trovarmi?»
«Perché solo il mio babbino può salvarci tutti.»
«Intendete Gregorio? Purtroppo è in fin di vita.»
«No. L’altro babbino. Voi.»
Mentre Eymerich si lasciava cadere su una poltrona, Caterina giunse le mani. «Mi siete babbo e fratellino. Del resto, nella Trinità, Gesù non è Figlio e Padre al tempo stesso? E’ un miracolo!»
«In effetti…» commentò padre Corona, divertito.
Eymerich, invece, si accigliò. Aveva annusato tracce di eresia, e della peggiore. Uscì dallo smarrimento iniziale. «Ditemi, insomma, cosa volete da me. In poche parole, se possibile.»
Caterina sedette a sua volta normalmente, e sembrò il più strano dei suoi comportamenti. Tremava, come se fosse febbricitante. Eppure non faceva freddo, e lei aveva buon colorito e occhi limpidi. Pérez le si avvicinò, forse con l’intenzione di sollevarla da lì e di farla uscire. Eymerich lo bloccò con un gesto.
«Padre e fratello Nicolas» disse la donna, «mi ha consigliato di venire da voi Raimondo da Capua, il mio confessore. Gli racconto le visioni che ho di continuo, dall’età di sei anni, e le visite di Gesù. Non immaginate cosa ho visto.»
«Neanche lo voglio» rispose Eymerich, secco. «Continuate.»
«C’è rischio che, morto babbo Gregorio, il papato sia ricondotto ad Avignone. Non deve accadere! E’ qua che è sepolto Pietro. E’ qua, a Roma, che tanti martiri hanno sacrificato se stessi.»
«Martiri ce ne sono stati dappertutto, e il pontefice regna sulla Chiesa dovunque si trovi. Datemi una spiegazione più convincente.»
«Ce lo ordina Gesù Cristo. Me lo ha detto e ripetuto.»
«Un’altra, se possibile.»
Caterina si gettò a terra. Cercò di afferrare i piedi di Eymerich, che li ritrasse. Lei scoppiò nuovamente in singhiozzi, e parlò interrotta dal pianto. «Solo un papa romano può tenere a bada ciò che qui vive sottoterra. La città sembra morta, ma le sue fondamenta sono ben vive. Vi si agita il dio con il berretto, e il coltello in mano. Dal terreno emergono bestie schifose per strappargli la preda. Guai se così fosse. Solo un pontefice che sia consapevole del conflitto può domarlo.»
«Di che dio col berretto parlate?» domandò padre Corona, esterrefatto come tutti gli astanti.
«Di quello che morì e risorse tre giorni dopo.»
«Di Gesù, dunque?»
«No, di quello di prima. Che fu sepolto da San Clemente.»
Eymerich ne aveva abbastanza. Guardò Pérez, che decifrò l’appello silenzioso e uscì in cerca di armati. Nel frattempo, l’inquisitore si rivolse a Caterina in tono gentile e comprensivo, piuttosto raro in lui. Per chi lo conosceva, era evidente che stava recitando. Si alzò, la prese per le mani, dimentico del prepuzio invisibile, e l’aiutò a risollevarsi.
«Sorella, farò il possibile per venirvi incontro. Non ho grande autorità a Roma, ma renderò note le vostre ragioni. Le avete esposte con grande chiarezza. Ora calmatevi, e sappiate che potrete contare sul mio appoggio.»
Caterina smise all’istante di piangere e gli sorrise. Era un sorriso dolce, malgrado i denti guasti e anneriti.
«Vi meritate, babbo, giorni e giorni di preghiera per la vostra anima buona. Parlerò di voi a Gesù.»
«Ci conto.»
Entrarono Pérez e due soldati. Levarono per le ascelle la veggente, che non oppose resistenza, e la trascinarono fuori. Eymerich emise un gran sospiro di sollievo e ricadde sulla sua poltrona.
«L’Italia non fa per me» disse. «Somiglia a un manicomio.»








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 1 aprile 2019