Quando le ombre si staccano dal muro

Francesco Giusti



6 poesie da Quando le ombre si staccano dal muro di Francesco Giusti, con prefazione di Giorgio Agamben e un saggio di Elenio Cicchini (Quodlibet, ’Ardilut’ collana di poesia bilingue a cura di Agamben, 2019), da qualche giorno in libreria.

«In ogni caso, scrive Giusti, la sfida: "è portare vicendevolmente la parola scritta e quella orale (visibile invisibile) a dire l’una quel che non è possibile all’altra"» (dalla prefazione di Agamben).

Francesco Giusti fotografato da Domenico Brancale

Orme

Rientrato cercherò un angolo stretto.
I pensieri di chi lascia
dentro le voci la propria nell’osteria,
li macchia poi un cielo d’inchiostro
e cola lungo i muri enfi d’infiorescenze antiche
un canto lunare.
Per adesso guardo; è tonda, è gialla, è grande,
come gli occhi dei giganti, la luna. No,
è lei che mi guarda, appoggiata su di un davanzale di tetti.
E tace. Io lo abiterò e lo difenderò il mio angolo stretto.
E quando, se decidendo, la sera si farà cosa di confine,
e vorrà sincerarsi e controllare, in fondo alle mie tasche tempo,
tempo troverà, ventoso, di una sola calcinata conchiglia,
luci e ombre di uno sperduto arenile, deserto
se non per l’ultimo volo d’uccello marino.

Un salire con passo stanco

Quando tutto è una luce
che in fondo alla nebbia vacilla
tutto in fondo prende
un’altra forma. Quando tutto
si fa incerto e poi crolla
tutto in nuovo paesaggio si assesta.
Rincasiamo. Facciamo
suonare la chiave nella serratura.
Nello specchio salutiamo
uno, sempre lo stesso,
sempre un altro. Così
ci affidiamo all’attualità di una luna di porcellana;
quell’altra, quella di carne, cambia faccia,
s’impiglia nelle corde della vita.

Un andar su co passo stanco

Co tuto xe ’na luminessenza
che in fondo a un caligo un fià la bala
tuto in fondo ciapa, ’n’altra sagoma. Co tuto
se fa balerin e po’ stramassa zoso,
tuto in nova vedua se assesta.
Rincasemo. Fasemo
sonar la ciave ne la seraura.
Da staltra banda drento el specio
saludemo uno sempre queo,
sempre ’n altro. Cussì
se difendemo da ’na sempre in pista luna de porçelana;
quealtra, quea de carne, cambia muso,
e ne le corde de l’esister la se ingarbusa.

Venire per andare

Fin che ancora il sonno
mura gli occhi e, scalciando
ormai formata forma, silice e salgemma,
l’incantato lido sul quale ha poetato il vento
si stira in ventre alla puerpera che spinge,
qualcuno distante ravviva un fuoco che smezza l’oblio
perché io la raggiunga
la stordente vastità che di acque prende terra
e possa dire io là con essa.

Traiettoria

Dormì, la parola,
l’intera notte. Volata via dal sonno, suonò
del suono del celeste sistro,
volteggiò foglia incontro al prato. Silenzio,
viaggiò verso gli abissi, donò
requie all’affogato.

Autunno

Le mani, fuori, due fossili,
cercano la scomparsa chioma altera dell’albero
come solo due ali un volto
nella notte guasta. È buio
che non se ne puo più nella stanza che salpa
e non trovo l’interruttore.
Ogni cosa conseguenza di un’altra,
corre il ricordo,
unico rimpiazza questo spaurito
tastare di dita.

Come inizia e finisce una poesia

Di più, di più
s’intristisce la sera, di più
di quando i volti dietro i vetri sono volti dietro
tende di cretonne, dietro il pensiero che le pensa
dietro il fatto che lui le sta pensando e pensa: cretonne
e dietro il dietro di tutto, sedia, lampadina,
coltello, tagliere, inganno, pane, tavolo, tovagliolo,
rincasa l’ultimo che già il primo esce
ultimo e primo di un tempo che decreta
l’abolizione tirannica dela sua medesima essenza:
complicata però via di questo passo la storia,
fermiamoci, facciamone uno indietro, sorge la luna,
sorge il pensiero – ah,
il sorgere, semplicemente il sorgere di quello che sorge,
fruscia la coda di un topo tra i giornali,
lui cerca la foto di lei, di lei e di lui per mano,
il viale della stazione è pieno di luna,
il grosso ramo di un albero di bianco s’incendia,
la gradinata è vuota, la piazzola è vuota,
di più s’intristisce la sera,
di più, di più di quando dietro i vetri
i volti dietro tende di cretonne
s’appressano desolatamente talmente
che pur di non essere io a farlo e soffrire
queta poesia ti chiedo finiscila tu.








pubblicato da j.costantino nella rubrica poesia il 31 marzo 2019